Attilio FAILLACE

Raccontato da chi lo conosceva
Tratto: da: San Lorenzo Bellizzi, Dirimpettaio delle Gole Del Raganello e Del Complesso Del Pollino
(Guida turistica di San Lorenzo Bellizzi e dei territori limitrofi)


Mi è caro dedicare a mio fratello Attilio Faillace, recentemente scomparso, il mio contributo a questa guida. Attilio, professore di Scienze Naturali nelle scuole medie superiori della Toscana, si trovò coinvolto nei moti giovanili, rivoluzionari degli anni settanta e passò ben undici anni in carcere. Ne uscì molto provato mentalmente e fisicamente. Volle ritornare a San Lorenzo, nel paese natio, ove stette per circa quindici anni fino a che nel giugno scorso fu trovato morto sul suo letto all'età' di 66 anni. Attilio amava profondamente San Lorenzo e tutto il territorio circostante, percorrendolo, spesso solitario, ed intrattenendosi a volta con i pochi agricoltori. Questo suo amore ed attaccamento quasi ancestrale al territorio della madre, lo manifesta magnificamente in una lettera che scrisse il 12 marzo del 1984 dal carcere di Cuneo ed inviata a Domenico Cerchiara, allora Sindaco di San Lorenzo. Ecco la lettera, cortesemente consegnatami di recente dall'amico Domenico, coetaneo e compagno d'infanzia di Attilio, e che lui conservò amorevolmente per oltre 22 anni

"Caro Domenico, dopo 11 anni di esilio dalla vita sono giunti a me gli echi di un territorio, di una terra unica nata dal mare che cerco ancora: il territorio della madre, presente in tutti i desideri inconsci. La rugiada del tempo non ha scalfito l'onda lunga che mi incatena ad una sorgente, al richiamo di un torrente che si insinua fra rocce appuntite, baratri e vortici, libera alfine di ascoltare pianure silenziose(*) L'inquietudine, l'irrequietezza di ieri mi ha spinto lontano al movimento della lotta, al superamento dei limiti delle norme. Ma ricordo spighe mietute in silenzio, volti intrisi, di polvere di grano, meriggi assolati fra le stoppie. Ricordo le carezze, ricercate, delle nostre donne, gli ulivi spogliati, l'erba dei campi, la cresta di una montagna con i pendii sdrucciolevoli: il sentiero della vita. lo continuerò ad andare incontro ai bambini che eravamo con i piedi nudi fra le pietre miste a chiodi, dopo la pioggia, con i cieli stellati nel cuore. Sono grato a quanti non mi hanno dimenticato, a te che hai avuto il coraggio di restare ed a cui mi legano profondi ricordi d'infanzia. Un saluto affettuoso a tutti, a te un abbraccio con la speranza di risentirti e poi rivederci, Attilio"

(*) Si riferiscealle Goledel Raganelloed alle sueTimpe..

Ricordo del mio migliore amico: Attilio Faillace
-Giustiniano Rossi


Attilio nel 1971

Gli inizi
Fra la fine del 1966 e l'inizio del 1967 sono approdato, come tanti altri della mia generazione, al movimento studentesco. Ero all'università da cinque anni, ma i miei studi non progredivano granché.
Nel 1963 - avevo 20 anni - avevo lasciato la mia Calabria per Firenze, dove mi ero iscritto al secondo anno della facoltà Scienze matematiche, fisiche e naturali, corso di laurea in Chimica. Dopo la maturità, avevo cominciato a passare i mesi estivi in Germania : lavoravo in fabbrica ed imparavo, fra l'altro, il tedesco.
Nei primi quattro anni di vita fiorentina frequentavo quasi esclusivamente studenti fuori sede, meridionali come me : la città - era quella borghese, ma io non lo sapevo - mi appariva chiusa e riservata, se non ostile, ed avevo un solo amico che, se non proprio fiorentino, era toscano, della provincia di Arezzo.
Sul finire del 1966 - nel frattempo mi ero sposato, in Germania, a Firenze c'era stata l'alluvione ed ero passato da Chimica a Biologia - partecipavo ad un'assemblea alla Facoltà di Matematica : si parlava della Riforma dell'università, voluta dal Ministro della Pubblica Istruzione Gui, meglio nota come Legge 2314.
Scoprii allora che esisteva un'altra università, popolata di studenti che, oltre ad occuparsi dei loro esami, si occupavano anche di quelli di tutti gli altri.
Dopo poche settimane, ai primi di marzo del 1967 - nel frattempo nasceva la mia prima figlia - ero ad un'assemblea degli studenti di Biologia, nell'aula di Mineralogia di Via Lamarmora. L'assemblea fu trasformata in occupazione : era la mia prima esperienza del genere.
Io, che avevo per tutto bagaglio politico il mio entusiasmo e la mia giovane età, mi trovai in mezzo ad un gruppo di giovani e giovanissimi che aveva ben altre idee, ben altre esperienze.
Discutevano della riforma dell'università nel quadro della riforma della scuola e, soprattutto, nel quadro della società italiana, una società che, malgrado i miei 23 anni di cui 20 trascorsi in un posto decisamente istruttivo come la Calabria, mi rendevo conto di non conoscere che molto superficialmente.
Il nostro incontro
Nacque subito fra noi un'amicizia, che il tempo e le vicende successive non hanno intaccato. La notte andavamo a Scienza della Costruzioni, in Piazza Brunelleschi, occupata dagli studenti di Architettura, dove c'era una macchina da scrivere ed un ciclostile. Discutevamo, o per meglio dire, ascoltavo e cercavo di imparare. Il giorno assemblee, riunioni, diffusione militante dei volantini.
L'occupazione dell'aula di Mineralogia duro' dieci giorni, in capo ai quali si svolse un'assemblea dove gli studenti che nel frattempo avevano preparato gli esami vennero in massa e misero noi occupanti in minoranza, timorosi di perdere la sessione. Imparai allora la differenza fra la democrazia ed il democraticismo. Dovemmo sloggiare.
Era l'epoca della guerra del Vietnam. Andavamo con Attilio ad interrompere le lezioni nelle varie aule degli istituti della facoltà per imporre che vi si parlasse degli orrori della guerra. Una volta, nell'aula di Chimica Fisica, ricevetti un'altra, amara lezione. Il professor Cencioni, invece di tagliare la corda come facevano tutti gli altri cattedratici quando intervenivamo ad interrompere le loro lezioni, ci propose di far votare gli studenti presenti : se la maggioranza era d'accordo, avrebbe interrotto la lezione, ma se non lo era, l'avrebbe proseguita. Dovemmo prendere atto, stupiti, che la maggioranza dei presenti non si interessava affatto alla sorte del popolo vietnamita, bruciato dal napalm e avvelenato dall'agente orange e battere in ritirata in ossequio alle regole della " democrazia ".
Intanto si moltiplicavano gli incontri, le riunioni, le manifestazioni. Dovevo leggere a ritmo accelerato giornali, riviste, libri e, soprattutto, i classici del marxismo. Dovevo rileggere anche tutto quello che avevo letto, perché mi accorgevo che la mia " cultura " valeva ben poco. Che la storia, di cui ero e sono appassionato, non é che una serie infinita di nomi, di date, di circostanze se non si dispone di una chiave per interpretarla.
La nostra amicizia
Nacque subito fra noi un'amicizia, che il tempo e le vicende successive non hanno intaccato. La notte andavamo a Scienza della Costruzioni, in Piazza Brunelleschi, occupata dagli studenti di Architettura, dove c'era una macchina da scrivere ed un ciclostile. Discutevamo, o per meglio dire, ascoltavo e cercavo di imparare. Il giorno assemblee, riunioni, diffusione militante dei volantini.
L'occupazione dell'aula di Mineralogia duro' dieci giorni, in capo ai quali si svolse un'assemblea dove gli studenti che nel frattempo avevano preparato gli esami vennero in massa e misero noi occupanti in minoranza, timorosi di perdere la sessione. Imparai allora la differenza fra la democrazia ed il democraticismo. Dovemmo sloggiare.
Era l'epoca della guerra del Vietnam. Andavamo con Attilio ad interrompere le lezioni nelle varie aule degli istituti della facoltà per imporre che vi si parlasse degli orrori della guerra. Una volta, nell'aula di Chimica Fisica, ricevetti un'altra, amara lezione. Il professor Cencioni, invece di tagliare la corda come facevano tutti gli altri cattedratici quando intervenivamo ad interrompere le loro lezioni, ci propose di far votare gli studenti presenti : se la maggioranza era d'accordo, avrebbe interrotto la lezione, ma se non lo era, l'avrebbe proseguita. Dovemmo prendere atto, stupiti, che la maggioranza dei presenti non si interessava affatto alla sorte del popolo vietnamita, bruciato dal napalm e avvelenato dall'agente orange e battere in ritirata in ossequio alle regole della " democrazia ".
Intanto si moltiplicavano gli incontri, le riunioni, le manifestazioni. Dovevo leggere a ritmo accelerato giornali, riviste, libri e, soprattutto, i classici del marxismo. Dovevo rileggere anche tutto quello che avevo letto, perché mi accorgevo che la mia " cultura " valeva ben poco. Che la storia, di cui ero e sono appassionato, non é che una serie infinita di nomi, di date, di circostanze se non si dispone di una chiave per interpretarla.
La Rivoluzione culturale
Da una decina d'anni i Cinesi criticavano apertamente la versione sovietica, ma anche quella dei partiti comunisti dell'Europa occidentale, del comunismo. L'URSS, dicevano, era un paese socialfascista, socialista a parole ma fascista nei fatti, e socialimperialista, socialista a parole ma imperialista nei fatti : era sufficiente, per accorgersene, guardare senza pregiudizi la realtà della società sovietica dove la democrazia diretta era un ricordo e quella rappresentativa inesistente e quella delle relazioni fra l'URSS, i paesi dell'Est europeo e quelli del Terzo mondo, che avevano caratteristiche non molto diverse da quelle fra le potenze imperialiste e le loro ex colonie.
Il programma strategico del PCI, dicevano, non andava oltre l'applicazione della Costituzione italiana, una costituzione borghese i cui singoli articoli contenevano, come tutte le altre costituzioni borghesi, una prima parte democratica, metodicamente annullata dalla seconda, e nella quale si sanciva la sacralità della proprietà privata e non era neppure chiaramente sottolineata la lacità dello stato. In Cina si tentava l'esperimento più radicale del XX secolo, la Rivoluzione culturale : i Cinesi avevano capito che non basta cambiare la struttura della società, cioé i rapporti di produzione, per modificarne la sovrastruttura, cioé gli usi, le tradizioni, la religione etc. e che i ritardi nel rivoluzionare quest'ultima rendono vani gli stessi cambiamenti strutturali. L'esperienza della Rivoluzione sovietica era li' a dimostrarlo ! Per non parlare di quella della Cina attuale !
Dal movimento studentesco al movimento operaio
Le occupazioni delle aule universitarie erano sempre più frequenti, all'università di Pisa nascevano i primi gruppi che avrebbero dato vita a Potere Operaio, all'università di Torino, fra gli altri, a Lotta Continua. I fascisti uccidevano all'università di Roma lo studente Paolo Rossi. Quando la Cecoslovacchia venne invasa dalle truppe russe, quattro esponenti del PCI che disapprovavano l'invasione vennero espulsi e dettero vita alla rivista Il Manifesto, poi diventata quotidiano e tuttora validamente sulla breccia.
Nel PCI non si scateno' nessuna lotta fra le due linee, la destra e la sinistra, ma tutti, tranne quei quattro, si dichiararono d'accordo, da Ingrao a Napolitano. Dall'università, fra il 1967 e il 1968, gli studenti investivano la società ed il movimento studentesco incontrava, fatto epocale, il movimento operaio. Un incontro-scontro che, dopo una prima fase di discussione aspra ma aperta, doveva portare alla chiusura del partito comunista nei confronti della sinistra extraparlamentare ed alla formazione di una quantità di piccoli partiti comunisti che cercavano confusamente un'alternativa a quella stravagante applicazione del marxismo che aveva sostituito il comunismo patriottico all'internazionalismo proletario e sarebbe naufragata con la caduta del muro di Berlino.
Il 15 marzo del 1968 era convocata a Roma dal Movimento studentesco romano, diretto da Oreste Scalzone e Franco Piperno, una grande manifestazione internazionalista. Noi studenti universitari organizzammo due pullman da Firenze. Si parlava di posti di blocco della polizia intorno a Roma ed allora tappezzammo i pullman di cartelli dove era scritto che si trattava della gita a Roma della Parrocchia di San Clemente (Palazzo San Clemente é la sede della facoltà di Architettura a Firenze).
Arrivammo a La Sapienza in mattinata e, giunti quasi in fondo al viale d'ingresso, vedemmo della gente scappare dalla facoltà di Lettere e Filosofia per cercare di raggiungere la facoltà di Legge, dall'altra parte del Piazzale della Minerva.
Bloccammo alcuni di costoro e venimmo a sapere che i fascisti romani avevano organizzato un assalto alla facoltà di Lettere occupata, assoldando dei sottoproletari in varie parti d'Italia (mi ricordo di uno che veniva da Treviglio). Erano stati respinti e si asserragliarono nella facoltà di Legge, mentre gli studenti che arrivavano da tutta Italia continuavano ad affluire. Presi dal panico, i fascisti avevano chiamato i deputati del MSI con la loro corte di loschi figuri (Delle Chiaie, ad esempio) schierati, armati, davanti alla facoltà.
Giacomo, un compagno siciliano grosso come un armadio, pesco' Almirante che, con un cappottino scuro e un cappellino tirolese, cercava di raggiungere i suoi camerati.
In un attimo lo scaravento' per terra ed Almirante si salvo' fortunosamente dal trattamento che il compagno gli avrebbe destinato grazie all'intervento di noi tutti, timorosi di provocazioni con conseguenze luttuose. Fu in quell'occasione che Oreste Scalzone fu colpito alla spina dorsale da un pezzo di mobile che i fascisti avevano lanciato dalle finestre della facoltà di Legge sulla folla degli studenti. A questo punto la polizia sgombero' l'università e potemmo rientrare solo nel pomeriggio, quando i fascisti erano stati allontanati. Tenemmo una memorabile assemblea, con la partecipazione di rappresentanti tedeschi dello SDS (la Lega degli Studenti socialdemocratici) e americani delle Pantere Nere e la sera andammo in corteo con le fiaccole fino all'Ambasciata americana, o meglio a una certa distanza da essa, dato che ingenti forze di polizia sbarravano l'ingresso a Via Veneto.
A Firenze, l'incontro fra un pugno di studenti ed uno di tipografi aveva dato vita ad uno dei primi gruppi operai-studenti. Mi é rimasto impresso il primo volantino, dove il testo degli studenti era integrato dalla grafica dei tipografi : la categoria era in lotta per il contratto e vi si parlava di lavoro straordinario, con uno scheletro che aveva un orologio al posto della pelvi. Renato ne deve ancora avere un esemplare.
Ci riunivamo alla Casa del Popolo Faliero Pucci o nella sede del sindacato poligrafici della CGIL, sopra il Cinema Alfieri. Una sera - era Pasqua - il Pio offri' da bere ad un sindacalista della CISL, il Gessa, che gli chiese, perplesso, a che doveva tanta generosità. " Ma é morto Gesu' ", rispose allegro il Pio, che in realtà si chiamava Piero ma veniva da una famiglia di contadini cattolici di un paesino toscano dove erano tutti comunisti, o quasi, e dunque si era visto affibbiare, fin da ragazzo, quel soprannome con cui tutti lo conoscevamo.ù
La lotta
Nel maggio del 1968, gli studenti francesi dettero battaglia a Parigi. Alla fine del mese, anche noi a Firenze occupammo il Rettorato dell'università. Furono tre giorni indimenticabili. Quel che restava della Firenze partigiana venne a portare la sua solidarietà agli occupanti, insieme ai lavoratori delle aziende in lotta e persino agli artisti impegnati, come I Gufi, di passaggio in città.
Attilio si stava già allontanando dagli ambienti studenteschi (in quel periodo militava nella Quarta Internazionale), ma ricordo un suo intervento nel quale denunciava una congiura a Cuba ai danni del Che, che era stato costretto a lasciare l'isola per la Bolivia, dove la CIA lo aveva fatto assassinare.
Uscendo per ultimi dal Rettorato con il solito sacco a pelo, io e Giorgio incrociammo il capo dell'Ufficio politico della Questura - non c'era ancora la Digos - che ci disse che la festa era finita e che, dalla ripresa autunnale, ogni volta che una facoltà sarebbe stata occupata, la polizia sarebbe intervenuta e gli occupanti denunciati.
Nell'ottobre del 1968 presi in affitto un appartamento con mia moglie e mia figlia. Avevo trovato lavoro come rappresentante di scarpe, ma in seguito lasciai perdere perché mi accorsi che senza un capitale proprio era impossibile svolgere quell'attività : infatti i rappresentanti, più che dalle commissioni sulla merce venduta, traevano di che vivere dai soldi prestati a strozzo ai negozi indietro con i pagamenti. Non faceva per me : meglio vivere di occupazioni saltuarie. I soldi erano pochi ed incerti, ma potevo camminare a testa alta.
Quando non c'erano più riserve alimentari, andavamo con Attilio a Bologna dal babbo di un compagno di Lugo, che lavorava ai Mercati Generali. Ci andavamo a mezzogiorno, quando il mercato chiudeva, e riempivamo la mia 500 familiare di patate, cipolle e verdure varie destinate ad essere distrutte per " mantenere il prezzo ".
In quell'occasione andavamo a trovare il figlio di Attilio e sua madre. Il bambino somigliava moltissimo a suo padre : l'unica differenza, a parte la taglia, era che parlava con uno spiccatissimo accento bolognese mentre Attilio aveva un altrettanto spiccato accento calabrese.
Ricordo, sul finire del 1968, una grande manifestazione per la riforma delle pensioni - allora la parola riforma era legata ad una prospettiva di miglioramento - in occasione della quale Attilio fu arrestato insieme ad altri tre giovanissimi compagni e tradotto al carcere delle Murate. Il processo, per direttissima, ebbe luogo due settimane dopo. I difensori erano l'avvocato Filasto', del PCI, e l'avvocato Pacchi, del PSI. C'erano tantissimi anziani a seguire l'arringa degli avvocati : mi dissero che erano passati, dieci o venti anni prima, dalla stessa aula, e volevano risentire l'arringa di Filasto', che non li deluse. I compagni, e fra loro Attilio, furono scarcerati. Da allora, prima di ogni manifestazione, suo fratello Raffaele si raccomandava perché proteggessimo Attilio, che alle manifestazioni rischiava di essere nuovamente arrestato perché, diceva lui, si esponeva troppo.
Non fu l'unico processo nel quale Attilio era imputato. Ne ricordo un altro, nel quale era accusato, classicamente, di resistenza, oltraggio e lesioni a pubblico ufficiale. Eravamo in tre ad assistere al processo, fra il pubblico. C'era un poliziotto a testimoniare. Qualche giorno dopo, uno di noi tre si vide recapitare una denuncia : nel corso della sua testimonianza in tribunale, il poliziotto sosteneva di aver scoperto fra il pubblico la persona che, a suo dire, lo aveva colpito nel corso di una manifestazione, cioé il nostro compagno. Quest'ultimo a quella manifestazione non c'era proprio : da allora capimmo che non era più possibile neppure sostenere Attilio od altri compagni ai processi senza rischiare una denuncia.
In compenso, Attilio fu inaspettatamente assolto : la sentenza era senz'altro interessante ed ancora più interessante era il giudice, un sardo con una faccia indimenticabile, allora sconosciuto a Firenze, che divenne poi un esponente di primo piano di Magistratura democratica
Il terrorismo
Nel dicembre del 1969, la strage fascista di Piazza Fontana fu il pretesto per una serie di arresti di compagni in tutte le città d'Italia. Pinelli ci lascio' la pelle, Valpreda fece anni di galera. Attilio fu fermato ed io ricevetti la visita della polizia mentre, a mia insaputa, altri poliziotti interrogavano mia moglie nella scuola dove insegnava. Volevano sapere dove era stato Attilio nelle ultime 48 ore. Dissi che eravamo stati insieme perché stavo traducendo per lui alcuni testi che servivano alla compilazione della sua tesi. In realtà eravamo seguiti da giorni. La polizia conosceva tutti i nostri movimenti e la mia testimonianza non serviva certo a conoscerli. Alla fine la concordanza fra la mia testimonianza e quella di mia moglie servirono a far rimettere in libertà Attilio.
All'inizio del 1970 un gruppo di intellettuali, di studenti, di operai di orientamento marxista-leninista, in relazione con altri gruppi in altre città che facevano tutti riferimento alla rivista Viva il Comunismo, tento' a Firenze di dar vita ad un gruppo, il Centro Mao tse tung, che si richiamava al marxismo-leninismo in forme, con metodi e seguendo una prassi diversi da quelli del PCd'I, custode geloso dell'ortodossia, dogmatico e settario, lontanissimo dalle masse popolari (era l'epoca in cui gli iscritti al PCI non erano lontani dai 2 milioni e quasi 1/3 dell'elettorato lo votava). Attilio, io ed una diecina di altri vi militammo un anno e mezzo, fino alla metà del 1971, quando ne uscimmo prendendo atto di quanto il Centro fosse tutt'altro che centrale nel panorama politico fiorentino, lontanissimo dai lavoratori che avrebbero dovuto esserne il fulcro. Sostanzialmente, gli operai e gli artigiani fiorentini non si erano neppure accorti della sua esistenza.
Nel frattempo non eravamo più studenti. Quelli di noi che avevano terminato gli studi si dedicarono quasi tutti, Attilio compreso, all'insegnamento nelle scuole. Io entrai alle ferrovie. Dopo l'esperienza nel Centro Mao, concordavamo su un punto : occorreva ricominciare dalla base e dunque militare là dove eravamo fisicamente presenti, sul posto di lavoro, nel sindacato, nel quartiere, nella scuola. Questa scelta rese sempre più rare le occasioni di incontro e di discussione fra di noi.
Fra il 1970 ed il 1971 eravamo andati, Attilio, io, mia moglie e mia figlia di tre anni, con la solita 500 familiare, a San Lorenzo Bellizzi a trovare la sua famiglia. Conobbi suo padre, due sue sorelle, un fratello " grullo ", l'unico che era rimasto al paese (col quale ci comprendevamo benissimo), cognati, zii e nipoti. I rapporti fra Attilio e la sua famiglia non erano facili : le sue scelte non erano semplici da capire e condividere in una realtà poverissima e tradizionale, con le sue regole ferree. Mi fece vedere quel che restava della casa e della bottega dove avevano vissuto in dodici, una zuppiera di pasta in mezzo alla tavola una volta al giorno, tante forchette e nessun piatto. Fummo colmati di gentilezze, ospitati e nutriti abbondantemente : in tavola non mancavano mai la sardella, i peperoncini ed un vino color rubino forte e secco. Ai piedi del Pollino, dove si trova San Lorenzo Bellizzi, vi é una zona di antico insediamento albanese : Castrovillari, Eianina, Cassano ed altri paesi avevano accolto, quattro secoli prima, gli Albanesi che avevano preso il mare per sfuggire ai Turchi ed erano sbarcati in Calabria. I discendenti dell'eroe nazionale albanese, Skanderbeg, al quale é intitolata la piazza centrale di Tirana, vivono tuttora in Calabria.
Il 21 novembre del 1971 traslocavo con l'aiuto di Paolo e di Attilio in un appartamento nuovo, con il riscaldamento centrale e la vasca da bagno : la data me la ricordo perché é quella della nascita dei miei figli gemelli. Alle ferrovie avevo ritrovato Renato, il tipografo - la Casa editrice Vallecchi, dove lavorava, aveva chiuso - e subito avevamo dato vita ad un collettivo di ferrovieri, che davano battaglia dentro e fuori il sindacato. Gli attentati fascisti si moltiplicavano, l'aria era sempre più rovente. Nel 1973, il sequestro del giudice Sossi da parte della Brigate rosse segno' una svolta : era comparsa una nuova forma di terrorismo, che tagliava l'erba sotto i piedi di quanti, come noi, non avevano una chiesa per proteggerli.
Verso lo stesso obbiettivo, ma per strade diverse
In quegli anni i miei rapporti con Attilio si allentarono : io, e come me tanti altri compagni, tornai alla base, fra i lavoratori, gli abitanti del quartiere, gli insegnanti ed i genitori della scuola frequentata dai miei figli, la casa del popolo, lui continuo' ad essere presente nel dibattito politico cittadino.
Fu attivo nel movimento del 77 e penso che fosse a Bologna quando mori' Francesco Lorusso e Radio Alice fu fatta tacere manu militari. In quel momento io occupavo con altri genitori la scuola elementare dove avevo iscritto i miei gemelli alla prima, perché il provveditorato aveva deciso di abolire il tempo pieno a partire da quell'anno. Dopo una settimana di occupazione, con il concorso della casa del popolo, delle sezioni dei partiti di sinistra, dei sindacati degli insegnanti e di tutto il quartiere, ottenemmo il ristabilimento del tempo pieno nella scuola, a conferma che la lotta paga.
Dopo ci fu il 1978, il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro : non avevamo i mezzi per distinguere fra terroristi e agenti segreti, sostenitori di impossibili scorciatoie ed infiltrati, e non li abbiamo tuttora.
Epilogo
Fu in quegli anni che successe qualcosa, qualcosa che mi sfugge, ci sfugge e, dopo la morte di Attilio nel giugno di quest'anno, morte di cui abbiamo appreso solo due settimane fa, resterà ormai un interrogativo senza risposta.
Che cosa é avvenuto nella sua mente e nel suo cuore per spingerlo a militare in un gruppo terroristico come Prima Linea ? Quando fu arrestato, nel 1980, ci chiedemmo cosa fosse successo. Qualcuno di noi aveva avuto qualche vago elemento. Il fratello, Raffaele, aveva chiesto a Mario di tenere d'occhio Attilio perché frequentava strana gente. Mario invito' a cena Attilio, che si presento' con due sue amiche, ripromettendosi di parlargli dei timori di suo fratello. Ma la cena si svolse come sempre, senza che alla fine fosse stato possibile affrontare l'argomento. Del resto, Raffaele si era sempre rivolto a noi compagni perché tenessimo d'occhio suo fratello, come se fosse un ragazzino un po' scapestrato. Lo chiamavamo " la suocera ". Dopo l'arresto di Attilio, Riccardo mi disse che Attilio gli aveva parlato qualche mese prima, in termini vaghi, di un suo viaggio in Val di Susa, alla ricerca di contatti con i partigiani della zona ancora in vita. A ripensarci, poteva essere un'indicazione, ma non lo era stata, allora. Del resto, nessuno di noi poteva pensare, neppure lontanamente, che Attilio potesse lasciarsi risucchiare dal girone del terrorismo.
Gli anni successivi sono quelli del processo e della condanna a 12 anni per partecipazione a banda armata : questa fu l'unica accusa che gli fu contestata e provata, grazie alla collaborazione dello stesso Attilio, che ammise da subito la sua appartenenza a Prima Linea. Gli altri nove arrestati con lui furono scarcerati nel giro di sei mesi.
Aveva una solida cultura marxista, una grande sensibilità, non era un violento. La mia figlia più grande, l'unica che lo ha conosciuto bene, era felice con lui. Mia moglie ne era affascinata. Suo figlio é sempre andato a trovarlo in carcere, potendo vederlo solo attraverso un vetro antiproiettile e parlandogli ad un microfono. Alcuni compagni insegnanti hanno potuto corrispondere con lui per fargli pervenire dei libri della materia che insegnava.
Non si é mai pentito e neppure dissociato e dunque non ha denunciato nessuno e non ha avuto sconti di nessun genere. Ha pagato da solo e si é assunta tutta intera la sua responsabilità. Trascorsi 11 anni, rifiuto' in un primo tempo la scarcerazione propostagli dal giudice di sorveglianza prima che la condanna spirasse, e taglio' i ponti anche con quanti erano rimasti in corrispondenza con lui. Aveva resistito, integro, ad oltre 10 anni di detenzione " speciale ", in celle dove un tavolino, uno sgabello, un letto, come il cesso e il lavabo, sono infissi nel pavimento e dove una telecamera guarda il detenuto 24 ore su 24. Altro che reality !
Uscito di galera, era tornato per qualche giorno a Firenze. Sembra che mi abbia cercato ma nel frattempo mi ero separato da mia moglie e non abitavo più allo stesso indirizzo.
Da allora, sono passati 15 anni, ho sempre rimandato una visita a San Lorenzo Bellizzi, dove sapevo che era tornato. La paura di "compromettermi"? Il timore di quello che mi avrebbe detto o non detto? L'incomunicabilità che chiude il rapporto fra due amici fraterni, come due braccia di uno stesso corpo di cui l'uno non sa quello che fa l'altro e perché ? Mi portero' dietro queste domande senza risposta per tutti gli anni che mi restano da vivere.
Una sola cosa non devo rimproverarmi : non l'ho mai dimenticato, neppure un solo giorno, da quando l'ho incontrato l'ultima volta, trenta anni fa. Ogni volta che ho conosciuto un compagno, una compagna per i quali lui era soltanto un nome io gliel'ho descritto, gliel'ho raccontato e piano piano é diventato un compagno, un amico anche per loro.


TESTIMONIANZE

Qualche giorno fa, nel corso di un convegno internazionale sulla gestione dell'acqua, abbiamo saputo da Costantino Faillace, 81 anni, idrogeologo, che ha dedicato e dedica la sua vita a portare acqua a quella parte dell'umanità che ne è privata, che suo fratello Attilio era morto nel giugno di quest'anno.
Attilio era un compagno: lo avevamo conosciuto nella seconda metà degli anni sessanta, quando forze giovani, di origine diversa, tentavano di mettere in discussione la sinistra storica e la sua interpretazione del comunismo.
Siamo stati fianco a fianco nelle manifestazioni contro la guerra del Vietnam, fino alla sconfitta americana del 1975.
Dal 1967 abbiamo partecipato con lui alla lotta nell'università, per la sua democratizzazione, perché gli studenti acquisissero un sapere che servisse ad unirli alle masse popolari e non a separarsene per diventare "liberi professionisti".
Eravamo con lui quando si è operata la saldatura fra il movimento studentesco ed il movimento sindacale, nell'autunno caldo, ovunque ci si opponeva alla reazione, interna ed internazionale, che, prima e dopo Piazza Fontana, insanguinava l'Italia.
A metà degli anni '70 le nostre strade, non il nostro obiettivo di libertà e di giustizia, si sono divise.
Noi compagni senza partito ed anche alcuni iscritti al vecchio partito comunista, critici con la sinistra storica e dubbiosi rispetto a facili approdi in una delle formazioni della nuova sinistra, abbiamo proseguito la nostra battaglia politica nei sindacati, nei collettivi, nelle case del popolo, nei comitati di quartiere. Attilio no.
Lui ha continuato ad evolvere in quel movimento che prese poi il nome di movimento del '77 e si concluse a Bologna con la morte di Francesco Lorusso e l'assalto della polizia a radio Alice.
Nel 1980 abbiamo saputo del suo arresto e della sua appartenenza a Prima Linea. Attilio ha avuto il massimo della pena, 12 anni, per partecipazione a banda armata. Non si è pentito, non si è dissociato, non ha denunciato nessuno.
Non era un violento: era piccolo e magro ma diventava grande e grosso come un leone quando si trattava di affrontare i fascisti, di difendere un compagno. Non ha ucciso né ferito nessuno. Ha pagato il suo debito da solo e dopo dieci anni di carceri speciali la sua ragione ha vacillato.
"Uomini si nasce, briganti si muore" dice una vecchia canzone popolare del Sud. Attilio si sentiva uomo del Sud e apparteneva a quella storia. Vedeva nei briganti gli interpreti di una lotta disperata delle masse meridionali per non cadere dalla padella del latifondismo feudale nella brace della borghesia italiana. Non abbiamo dimenticato Attilio e non lo dimenticheremo.

Firenze, novembre 2006


San Lorenzo Bellizzi, appunti di viaggio

Il mio viaggio con Marta, Paolo ed Antonio in Calabria, al paese dove Attilio era nato e dove la sua vita é finita a giugno dell'anno scorso, é stato bellissimo.
Siamo stati accolti da Peppino Armentano, che una trentina d'anni fa aveva fondato con altri, nel centro del paese, la sezione di Democrazia Proletaria. E' stato per anni in giro per l'Italia facendo il muratore e con quello che ha guadagnato ha messo su una piccola ditta edile, che fa prevalentemente restauro, ed un negozio simile ad una mesticheria. Naturalmente ha conosciuto molto bene Attilio ed é stato anche a Firenze.
Abbiamo quindi finalmente conosciuto Costantino, il maggiore dei fratelli di Attilio, che aveva visto solo Antonio, e sua moglie, tedesca e decisamente affascinante. Per prima cosa ci ha accompagnati al cimitero dove é sepolto Attilio: c'é una sua foto che risale ad anni recenti nella quale é riconoscibile ma segnato dalla sua terribile esperienza. E' stato un momento duro e commovente per tutti.
Abbiamo anche visto, dall'esterno, la casetta dove Attilio ha vissuto in questi quindici anni, con la porta d'ingresso sempre aperta e senza porte interne: dopo tanti anni in carcere, non sopportava chiusure di nessun tipo.
Costantino Faillace é idrogeologo, ha lavorato per un'organizzazione che dipende dall'ONU in ben 12 paesi di vari continenti e adesso, in pensione, passa metà dell'anno in India, da fine novembre a fine maggio, a dotare di pozzi villaggi che ne sono privi o a riparare pozzi non più in funzione per mancanza di pezzi di ricambio o per altre ragioni. Ha al suo attivo, in vent'anni, 600 pozzi, 300 nuovi e 300 recuperati.
Sua moglie, Kathe, svolge in India varie attività, fra le quali l'insegnamento di discipline yoga, la scolarità, l'aiuto alle donne e tante altre cose. Sono due persone veramente eccezionali. Hanno comprato una casa in paese e dopo averla fatta restaurare da cima a fondo da Peppino, l'hanno arredata con molto gusto e vi trascorrono parte dell'estate.
Paolo e Marta si sono sistemati in una casetta completamente restaurata, con un bel portalino e una specie di terrazzino ed io e Antonio in un'altra, più modesta, anche questa completamente restaurata dal solito Peppino..
A pranzo eravamo nella trattoria sulla piazza centrale del paese, " Il Pino Loricato ", tenuta da Maria e dalla sua mamma, che ci ha raccontato di essere stata compagna di scuola di Attilio, che avrebbe oggi 67 anni. Cucina contadina, sublime.
Il paese, antichissimo, il cui nome - San Lorenzo Bellizzi - deriva da " bellum " perché, si dice, nelle vicinanze furono sterminati gli ultimi resti dell'esercito di Spartaco, é anche incredibilmente moderno ed ecocompatibile, dato che era fatto esclusivamente per le persone ed i muli. Si deve dunque lasciare le auto nei parcheggi agli ingressi del paese e proseguire a piedi per stradine a gradoni larghe un paio di metri, che saliscendono serpeggiando per tutto l'abitato. Il modulo delle case é semplicissimo : a terreno la stalla per il mulo, una scala esterna per raggiungere il primo piano, dove era la cucina e un'altra stanza. Talvolta si accede a un piano ancora più alto da un altro ingresso.
L'intero paese era stato ricostruito un po' più in alto - siamo a 800 metri slm - perché era minacciato da una frana. Nel frattempo non é successo nulla e la lastricatura delle strade, dopo che il paese é stato dotato di acquedotto e di fognatura - ha interrotto l'infiltrazione di acqua che avrebbe potuto facilitare le frane. Dunque una parte delle vecchie case é stata rioccupata da anziani pensionati, con una lunga storia di emigrazione alle spalle, che preferiscono il paese vecchio al paese nuovo, 150 persone su 900 abitanti complessivi rimasti. Le vecchie case - due terzi del paese é vuoto - vengono lentamente restaurate ed acquistate da discendenti delle antiche famiglie del luogo, come Costantino, o da persone che si innamorano del posto e delle sue vicinanze.
Abbiamo incontrato anche il migliore amico che Attilio aveva in paese, quel Quintino Palazzo che Attilio mi aveva presentato quando eravamo andati insieme a San Lorenzo nel 1970 (c'é un suo ricordo sul blog di bellaciao.org), che fa l'insegnante a Milano e si é fatto restaurare la vecchia casa dei genitori, dove viene in vacanza in estate.
Nel blog dedicato ad Attilio su bellaciao.org compare anche un altro personaggio, Tonino l'Artista, che io credevo un compagno di detenzione di Attilio : si tratta invece di un " madonnaro " che ha girato tutta l'Europa disegnando con i gessi colorati madonne o altro sui marciapiedi (é stato a lungo anche a Parigi, proprio vicino a dove abito io con Marieclaude) che quando ne ha avuto abbastanza di viaggiare é tornato in paese, dove continua a dipingere ed ha aperto un bar molto frequentato in estate.
Per completare il quadro delle persone che hanno conosciuto e stimato Attilio - tutto il paese, in realtà, dove essere stato in galera non é, storicamente, titolo di disonore - c'é Leonardo Larocca, il medico condotto, che ha fondato un'associazione culturale che porta il nome di un prete molto importante nella storia locale e cerca di promuovere la cultura, il turismo, la memoria collettiva.
Mi ha raccontato una storia drammatica e bellissima, avvenuta a San Lorenzo Bellizzi negli anni 30 : la protagonista é una donna, che tutti chiamavano " la napoletana " dato che era di Avellino o giù di li', che con il marito ed i figli faceva il carbone di legna negli immensi boschi di querce della zona (il massiccio del Pollino). Un giorno, mentre il marito ed uno dei figli erano assenti, si é scatenata una terribile tempesta, con un vento talmente forte da bloccare il respiro. La donna ha messo tutti i figli in una quercia dal tronco cavo ed ha coperto la cavità con il suo corpo : lei é morta ma tutti i figli sono sopravvissuti. L'associazione di Leonardo Larocca cerca anche di impedire che storie come questa siano dimenticate.
Siamo stati anche nella sottostante piana di Sibari, dove vive una sorella maggiore di Attilio, Rosina, che con il marito Domenico mi avevano ospitato con la mia bambina di tre anni e la sua mamma nel lontano 1970. Abbiamo passato una bellissima serata, anche da un punto di vista gastronomico, dato che hanno organizzato per noi un vero banchetto a base di melanzane, olive, soprassata, cacio cavallo, vino ed altre leccornie locali preparate da Rosina.
Praticamente da ogni finestra o terrazzino delle case del paese si vede un'immensa " timpa " : le timpe sono formazioni rocciose di origine calcarea che circondano il paese da ogni parte ergendosi a 1000-2000 metri di altezza ed oltre. Costantino si é rivelato grande camminatore, malgrado i suoi 83 anni, e guida esperta, con lui siamo stati sulla cima di diverse timpe, che sono raggiungibili grazie ad un'immensa rete di mulattiere che copre tutta la zona.
Ci ha mostrato anche un luogo unico, una conca circondata da alte montagne dove nel punto più basso si trova una specie di voragine rocciosa, il Bifurto, un buco profondo 700 metri, dove si precipitano le acque che dilavano giù dalle timpe circostanti.
A poca distanza dal paese di trovano le gole del Raganello, luogo molto caro ad Attilio : è un fiume che scava una specie di canyon fra le rocce, che abbiamo risalito attraverso massi immensi, grotte, pozze d'acqua gelata grazie alla presenza di un gruppo di escursionisti opportunamente attrezzati.
Costantino ci ha inoltre portato al paese della madre, che era di origine calabro-albanese : il villaggio si chiama Plàtaci, é a mille metri slm, ha una chiesa la cui architettura é tipica delle chiese ortodosse ed é nella zona arberesh, dove gli abitanti parlano dialetto calabrese o albanese. Ci ha anche mostrato una bella fontana in pietra opera del nonno materno, che era scalpellino.
Lungo il corso di un altro fiume più in basso, in prossimità del paese di Cerchiara (dal latino quercus) di Calabria, c'é una grotta con una sorgente di acqua calda, che adesso - per motivi di sicurezza - é stata derivata in una piscina dove ci siamo bagnati. Prima ci eravamo spalmati addosso un'argilla locale, ci eravamo lasciati "seccare" al sole, immergendoci nell'acqua calda dopo una doccia sotto un potente getto d'acqua. . Sensazione indescrivibile di benessere.
Naturalmente non manca un santo locale, san Rocco, che protegge il paese e l'ultimo giorno c'é stata anche la festa con relativa processione dietro una statua in legno dipinto del santo, tutta sbreccata: alcune donne portavano in testa delle stranissime composizioni fatte di più piani di candele che continuano un'antichissima tradizione locale.
Abbiamo anche visitato un santuario, attaccato ad una roccia ed in parte all'interno di essa, detto della Madonna delle Armi (parola che deriva dal greco e significa grotte) a breve distanza dal paese.
Un giorno, lungo la strada, abbiamo visto un gregge di pecore guidato da una giovane donna, cosa notevole, almeno nella Calabria profonda. Quando Paolo ha voluto comprare del formaggio locale, Peppino lo ha portato alla fattoria dove si produce il pecorino della zona, squisito, e li' ha ritrovato la pastorella : é una bulgara che, arrivata a Cerchiara per assistere un anziano, ha pensato bene di cambiare lavoro, approfittandone per godersi il paesaggio e coltivare il fisico. Miracoli dell'emigrazione !
Sicuramente ho omesso qualcosa: in cinque giorni ci siamo riempiti talmente gli occhi di case, di volti antichi, di terra, di boschi, di gole e di rocce, ma anche di vino, capretto, pasta fatta in casa, formaggio e soprassata, il tutto avvolto da un'atmosfera di affetto e di stima per Attilio da parte di tutte le persone che lo hanno conosciuto e accompagnato in questi quindici anni durante i quali la detenzione e le torture fisiche e psichiche che aveva subito per undici anni gli avevano tolto la ragione, che é difficile mettere ordine nei ricordi, che devono essere ancora filtrati ed ordinati dal tempo.
I luoghi sono talmente belli e la gente cosi' cordiale che ci siamo impegnati ad andarci almeno una volta l'anno. Meditiamo perfino di creare un'associazione con il nome di Attilio, che coltivi la sua memoria e quella del paese attraverso iniziative culturali di vario genere, per conquistare una sintesi fra la piccola e la grande storia, la vita di Attilio in questo paese e altrove e quella dei suoi abitanti, che l'emigrazione ha disperso in Italia, in Europa ed in America.

Parigi, 26 settembre 2007 Giustiniano Rossi


Dicembre 2006 - 03h12
Grazie per la bella lettera al Manifesto che con poche parole rende giustizia a quegli anni che inique riletture stanno cercando di travisare.
E grazie per il ricordo di Attilio Faillace di cui avevo perso notizia negli anni, ma non la memoria.

Giuliana


2 dicembre 2006 - 11h42
Certo, non solo era un compagno, ma ci teneva tanto ad esserlo fino ad arrivare a vivere la sua lotta, la sua umanità in carcere per troppi anni. Io l'ho conosciuto proprio in carcere, in quello speciale di Cuneo. Abbiamo vissuto un lungo periodo, insieme ad altri compagni che erano stati arrestati proprio per aver voluto essere compagni e lottare per cambiare questa società. Sono stati anni bellisimi e duri, nel carecre non sono stati teneri con noi tutti, ma abbiamo sempre resistito e vissuto con l'orgofglio delle scelte e Attilio lo ha fatto con il suo modo di essere, che nel comunicato avete ben descritto. In questi ultimi anni sono parecchi i compagni che ci hanno lasciato, ma resteranno sempre nei nostri cuori, riconoscenti per il loro esempio e per tutto quello che ci hanno saputo insegnare. Ad Attilio, ai suoi familiari, ai suoi amici, un pensiero carico di affetto.... e che la terra gli sia leggera.

Francesco Giordano


8 dicembre 2006 - 12h26
Mi rivolgo a tutti i compagni riuniti nel ricordo di Attilio.
Ho saputo da poco della sua scomparsa e devo dire che questa notizia così dolorosa rompe un'incertezza che mi ha tormentato durante tutti questi anni. Nessuno mi ha mai saputo dire nulla su di lui. Calcolavo che dovesse avere lasciato la prigione da tempo tempo, ma sembrava svanito nel nulla. Nelle parole di Giustiniano, che qualche tempo fa avevo rivisto dopo anni a casa di un'amica comune, ritrovo la stessa angoscia che avevo provato una volta conosciute le sue scelte, anche perché gli ultimi contatti con lui, nell'ambito della CGIL Scuola, facevano supporre un percorso del tutto diverso.
In questo momento di dolore, leggere i vostri nomi sul Manifesto mi è stato comunque di conforto. In questi anni di disgregazione e di distruzione di tante speranze, è bello constatare che non tutti hanno scelto l'indifferenza o addirittura il passaggio al nemico e che esiste una lealtà di fondo, pur nelle strade diverse, verso le scelte che hanno segnato la nostra vita, così come verso le amicizie maturate in momenti cruciali.
Mi domando se non sia il caso di pensare a un momento comune di ricordo del nostro compagno, che non sia una semplice commemorazione, ma ci porti a ripensare collettivamente a un'esperienza piena di errori, ma anche di ideali che non possono morire.
Un abbraccio a tutti i compagni

Antonio Melis


1 dicembre 2006 - 09h18
Conoscevo Attilio da sempre: siamo nati nello stesso paese, nello stesso anno. Abbiamo avuto molte cose in comune. Anche se per strade diverse, dopo le elementari, stessa sorte: lui in collegio dai Domenicani ad Arezzo, io in collegio dai Francescani per poter acquisire un' istruzione a basso costo: le nostre situazioni economiche familiari non potevamo permetterci un regolare, costoso percorso scolastico: nei collegi religiosi si pagava anche sulla base delle possibilità economiche delle famiglie. Le nostre famiglie vantavano entrambe nove figli.
Attilio abbandonò il suo collegio quando faceva la terza ginnasiale e ritornò a casa con la costernazione della famiglia che non aveva i mezzi per fargli continuare gli studi. Il fratello Costantino, già laureato ed a quel tempo impiegato (1954) come geologo ricercatore, lo portò con se nella zona del catanzarese ove lavorava. Un insegnante locale s'incaricò di prepararlo per fargli fare gli esami della terza ginnasiale presso il Collegio San Nicola di Lagonegro, ove era appena arrivato anche suo fratello Raffaele. Successivamente continuò gli studi a Palermo ove Costantino era stato trasferito. A Palermo frequentò l'istituto tecnico per alcuni anni e poi si diplomò come perito tecnico industriale a Bologna.
Io abbandonai il collegio l'anno successivo, nel 1955: entrambi avemmo a che fare con il Collegio San Nicola di Lagonegro, con il fratello Raffaele passammo qualche anno insieme in questo collegio, al tempo rifugio di tanti studenti con scarse possibilità economiche.
Entrambi abbandonammo presto il nostro paese: ognuno per un percorso diverso, comunque parallelo.
Dopo un'esperienza lavorativa a Bologna, dopo aver conseguito il diploma, si trasferì a Firenze ove frequentò l'università. Erano gli anni sessanta, Attilio era molto impegnato politicamente. Erano i tempi della guerra del Vietnam combattuta per 11 lunghi anni tra il 64 ed il 75, dell'invasione della Cecoslovacchia, della rivoluzione culturale, della riforma della Scuola, delle occupazioni delle aule universitarie dove si passavano le nottate dormendo nei sacchi a pelo, di scontri violenti fra gruppi di opposte formazioni politiche.
La politica dominava nelle scuole, nelle fabbriche, dovunque.
In quel periodo era a Firenze, per il servizio militare, anche Domenico Cerchiara, poeta sanlorenzano, nostro coetaneo, indipendente di sinistra, successivamente Sindaco di San Lorenzo Bellizzi. Con Attilio condividevano gli stessi ideali, erano legati da profonda amicizia. Voglio riportare una sua poesia composta nel 1966, a Firenze

.
Profanammo il Tempio e fummo maledetti! .........
Dall'alto dell'ingordo scanno i manichini lustrinati ridono di noi perché non sentiamo le patrie fortune:
Ridon di noi e ci sputano addosso.
Ci chiaman vigliacchi perché saremmo "modesti conigli" e loro superbi leoni.
Ci chiamano vili e fanno schiamazzo,
ma noi alziamo il vessillo dell'ansia del mondo.
Ci chiamano vili perché non siamo ammazza-fratelli;
ci chiamano vili perché non andiamo per le strade del mondo a seminare morte e rovine;
ci chiamano vili perché passiamo i giorni nel buio delle loro celle.....
Siamo in pochi su questa sponda e molti si associano al perfido scherno.
Di me ridete pure, fratelli calpestati: all'ultima ora ho rinunciato a calpestare celle buie e puzzolenti.
Ho rinunciato forse per stanchezza e già mi sento carta straccia,
F I N A L M E N T E
!

(1/11/1966)


Io mi ero trasferito a Milano, abitavo in Via Vittoria Colonna in pensione presso unafamiglia toscana che gestiva un ristorante, spesso facevo loro da interprete quando capitavano stranieri nel ristorante.
Con Attilio capitava di vederci soltanto in Agosto quando entrambi ritornavamo a San Lorenzo a rivedere le nostre famiglie. Subito ci informavamo reciprocamente sui nostri arrivi.
Ricordo che un anno, dopo qualche ora dal mio arrivo, vedo entrare Attilio a salutarmi. Lui era arrivato qualche giorno prima. Proprio in Via Vittoria Colonna a Milano, una sera incontrai Attilio! Ospite per qualche giorno presso due amiche che abitavano nella stessa via. Incontrarsi a Milano, come inogni grande città, non è facile. Ma la sorte può sempre riservare belle sorprese.
Una di queste amiche frequentava l'Università Bocconi, anch'io all'epoca ero iscritto alla Bocconi, capitava di fare lo stesso percorso, spesso ci si incontrava nel pullman. Successivamente io dovetti cambiare Università perché gli impegni di lavoro mi impedivano la frequenza diurna delle lezioni, cosicché dovetti optare per una Università con corsi serali.
Ricordo che nel 70 incontrai Attilio a San Lorenzo, passammo qualche tempo nel bar, ora non più esistente, nella piazzetta all'entrata del paese. Mi ha parlato della sua militanza politica, mi disse che aveva in mente di organizzare l'occupazione del cementificio di Frascineto, poi mi presentò un amico venuto con lui da Firenze con la moglie e la figlioletta.
Non avrei mai pensato che dopo oltre 30 anni mi sarei ritrovato a leggere un bellissimoarticolo scritto da questo suo amico nel Novembre del 2006 e pubblicato sul sito web www.Bellaciao.org
L'articolo ha un titolo molto significativo: Ricordo del mio migliore amico: Attilio Faillace.
Questo suo amico tale è rimasto sebbene non si siano più visti da trent'anni. Ora so che questo suo amico - che Attilio mi presentò a San Lorenzo - si chiama Giustiniano Rossi.
Il ricordo di Attilio portato sempre nell'animo dai suoi amici fiorentini e non, a dispetto del tempo edace che tutto consuma, è tornato vivo in occasione di una conferenza sulla gestione dell'acqua tenuta a Pisa dal fratello geologo Costantino che tanta presa ebbe su alcuni giovani, amici dei vecchi amici di Attilio. Gli anni 60 e 70 sono tornati a vivere nel presente cosi bene descritti dal più caro amico di Attilio: Giustiniano Rossi.
A metà degli anni 70 incontrai di nuovo Attilio a Milano a fine anno scolastico: era commissario d'esame presso un Istituto della città. Correva l'anno 1980. A mezzogiorno era mia consuetudine incontrare i soliti amici, nella solita trattoria per il pranzo insieme. Era mia consuetudine comprare il Corriere d'Informazione. Ma che sorpresa: a piena pagina c'era la notizia dell'arresto di Attilio Faillace militante di spicco di Prima Linea nel gruppo di Susanna Ronconi. Seppi poi che venne condannato a 12 anni di carcere speciale.
Dopo la sua uscita dal carcere Attilio tornò e visse sempre a San Lorenzo Bellizzi, suo e mio paese natale. Ci siamo incontrati spesso ad Agosto: la solita reticenza a parlare della sua vita tanto travagliata e movimentata, di tanti personaggi noti che aveva conosciuto e con cui aveva condiviso parte della sua vita, di tanti avvenimenti ormai sgravati dal tempo e consegnati alla storia. Certamente anche lui fa parte della storia sociale degli anni 60 e 70.
Ricordo anche di una breve conversazione carica di affetto avuta con lui una sera, in una cantinetta presso la sua abitazione a San Lorenzo. Un comune amico ci aveva offerto un bicchiere di vino. Di Attilio ricordo lo sguardo parlante, gli occhi vivaci.
Nel 2006 un gruppo di giovani, organizzato dal chitarrista-cantante Pino Santagata, ha voluto tributargli un commovente ricordo. Una serata di musica con canzoni di Fabrizio de Andre', di poesie, di letture. Erano presenti anche i suoi fratelli Costantino e Raffaele, la poetessa Antonia Tursi, il suo amico Domenico Cerchiara.
Ora Attilio non c'è più, ci ha lasciato nel giugno del 2006.
Ha portato con se tanta storia e tanti segreti, ha lasciato tanti amici, amici di tante battaglie che continuano a non dimenticarlo. Riposa nel piccolo paese dove era nato, nella pace solenne del cimitero ombreggiato da stanche querce, di fronte alle maestose montagne del Pollino, al mormorio del Raganello che continua a dare solennità alla pace ed al silenzio di questo luogo, al sonno eterno di chi ha abbandonato questo mondo.
Questi ricordi sono frammenti di vita legati alla mia esistenza, ricordi che si allontanano sempre più a rammentarmi che il tempo continua a scorrere inesorabilmente e che noi tutti siamo pellegrini verso l'eterno, ognuno con la sua storia ed il suo travaglio, come Attilio.


Quintino Palazzo


12 dicembre 2006 - 06h59
Premetto. La memoria mi gioca degli scherzi e tendo a confondere, andando a ritroso nel tempo, i fatti, la loro esatta concatenazione nel tempo e le date. So che non sono il solo ed è uno dei difetti delle fonti orali. Non garantisco quindi l'esattezza del ricordo.Detto questo. Ho conosciuto Attilio Faillace tra il 1968 e il 1969. Il suo barbone nero, i capelli ricci e corvini, il fisico asciutto e nervoso mi ricordavano un po' il negus. Insomma era inconfondibile, pur in mezzo alle tante barbe della sua generazione! Lo avevo già intravisto o sentito parlare nei capannelli alla mensa di S. Apollonia, dove io ragazzino imberbe e studente medio di quinta ginnasio, andavo a sentir parlare di rivoluzione, di Hochimin e di Mao Tse-tung (allora si scriveva così). Mi pare di ricordare che Attilio, che poi divenne marxista-leninista, aveva avuto qualche simpatia posadista… Attilio era diventato un "mito" perché, dopo gli scontri alla stazione, al termine del corteo per le pensioni, i poliziotti erano andati a prenderlo a casa armati (a quei tempi la cosa faceva impressione). "Sono andati a prenderlo come fosse un delinquente!" dicevamo, combattuti tra lo sdegno e la conferma che allora i rivoluzionari erano per davvero pericolosi per il sistema. Per inciso in piazza era stato arrestato perlomeno un altro compagno, anche lui del Sud, operaio autodidatta, che avrei ritrovato molti anni dopo nel sindacato e che considero uno dei compagni più bravi con cui ho lavorato. Per farla breve. Quando mio fratello Paolo, che era studente di Scienze e che è il primo compagno che ho conosciuto, il mio modello da adolescente e che considero quello da cui ho imparato di più sul comunismo, si convinse che il suo fratellino rompicoglioni e tutto casa e chiesa era per davvero diventato un compagno, cominciò a farmi conoscere i compagni. Fu così che in un appartamento di Piazza santa croce (che adesso è un posto per ricchi, ma allora dopo l'alluvione era buono per stipare in appartamenti i fuori sede, conobbi Attilio Faillace di persona. Attilio veniva anche a casa nostra a trovare Paolo. Di Attilio posso dire questo, ma su di lui dovrebbe scrivere Paolo che lo ha frequentato per davvero: mio padre, che era un democristiano tutto d'un pezzo, della sinistra di base, aveva stima e rispetto per Attilio, per questo meridionale generoso, intelligente, di grande umanità e profondamente radicato nelle sue idee rivoluzionarie. E mio padre di rado sbagliava giudizio sulle persone. E ancora questo: che perfino mia nonna Rita, che temeva i comunisti come il diavolo (cioè li temeva per davvero!) aveva un debole. Cose più serie potranno scrivere altri. Io voglio aggiungere solo questo: sì era proprio un compagno.

Andrea Montagni


La mia vita politica e quella di Attilio si sono incontrate, con una militanza in comune per alcuni anni, tra la seconda metà degli anni '60 e la prima metà degli anni '70. Attilio è parte integrante della politica di quegli anni a Firenze. Però anche altre cose ricordo.
Ricordo, in via dei Serragli, il sorrisetto divertito di Attilio mentre si strofina con la mano destra la barba ricciuta ed il mento, dopo averci fatto assaggiare quei "pomodorini" sott'olio portati da S. Lorenzo Bellizzi.
Ricordo una musichetta in sottofondo e poi, in una stanza, Attilio addormentato, nudo, steso sul letto, con l'uccello ritto in mano ed un sorriso beato sul viso.
Ricordo il rispetto e l'affetto verso Attilio e la sua vita vissuta da parte di mio padre e mia madre (democristiani) quando, negli anni '70, veniva a pranzo in casa mia ed il soprannome affettuoso che gli aveva appioppato la nonna: i' Negus.
Ricordo una riunione politica tesa, come usava a quei tempi, a casa di Beppe e Donatella. C'erano anche Atilio, il Pio, Aldo e Giustiniano. A mezzanotte la riunione finì poiché iniziava la partita Italia Germania allo stadio Azteca di Città del Messico. Il calcio interessava solo a Beppe e Donatella, già tifosi della Fiorentina. Ricordo Attilio ed Aldo schizzare dalla poltrona, assieme agli altri, al goal di Rivera.
Ricordo il malcelato rispetto dell'attuale questore di Firenze al quale io e mio fratello chiedevamo notizie di Attilio. Lui che l'aveva arrestato: ci ha detto - sono un brigante calabrese, da me non avrete nient'altro che il nome e cognome - sto' stronzo, poteva almeno dissociarsi ed evitare un bel po' della galera che sta facendo, gli altri sono tutti fuori, lui e la sua coerenza, no.

Paolo Montagni


22 dicembre 2006 - 15h54
Ho conosciuto mio zio solo dopo l'esperienza del carcere, è quindi evidente che non fosse la stessa persona che hanno conosciuto tutti coloro che hanno lasciato un commento su questo sito, ho sentito molte cose su di lui e sulle sue imprese negli anni di piombo; essendo nato nel 1981 ovviamente non ho memoria di quei fatti che non appartengono alla mia generazione molto più incline ai divertimenti che alle contestazioni; non sono quello che voi definireste un "compagno" ma Attilio era mio zio, e io gli volevo bene. E' bello vedere che c'è tanta gente che lo ricorda con affetto e che dice di avere imparato qualcosa da lui; io da lui ho imparato all'età di 10 anni che in una partita di pallone è il pallone il vero protagonista, perchè se c'è ci si diverte, se non c'è non ci si diverte. Non ho mai discusso con lui di politica e non ho rimpianti a questo proposito, nei discorsi tra noi è stato fatto molte più volte il nome Pink Floyd piuttosto che Partito Comunista, ed è sicuramente giusto così visto che non abbiamo combattuto battaglie insieme, il ricordo che ho di mio zio è sicuramente diverso da quello che potete avere voi, suoi compagni di lotta politica e di ragazzate di cui mi è giunta voce dai ricordi di mio padre e di amici di famiglia, quello che ci accomuna forse è proprio il profondo rispetto per una persona sicuramente fuori dal comune e capace di aprire prospettive nuove per chiunque lo stesse ad ascoltare. Vi ringrazio per i vostri ricordi perchè mi aiuteranno sicuramente a conoscere meglio una persona che le circostanze storiche di questo strano paese mi hanno impedito di conoscere come avrei voluto.

Giulio Faillace


22 dicembre 2006 - 16h42
ricordo con grande affetto la sua persona ... era un genio ma era anche una persona debole di carattere . nella fine degli anni settanta ha provato l'esperienza terrificante che gli costerà la cosa che lui amava di piu ,la ragione . io lo conobbi un giorno d'estate faceva caldo e mio padre mi strinse per la mano e mi disse ' oggi incontreremo lo zio ' ; io ero molto entusiasta anche perchè ho avuto (ed ho ancora) la bellissima esperianza di tutti gli altri fratelli di mio padre. Camminando a passo svelto e voglioso di incontrare lo zio mio padre trasformo il mio entusiasmo in una leggera paura con un frase 'sta attento'. attento a cosa? non poteva succedermi niente in quella strada non c'erano macchine attento a chi?... rallentai il passo in mezzo a quelle casette fino ad arrivare a quella porta scrostata e rovinata dal tempo. mi padre busso e con una frase calabrese con delle cadenze miste tra l'arabo e lo spagnolo disse ' Attilio sono tuo fratello Raffaele' . Non ripose nessuno , Babbo scuotendo un po la testa apri la porta e chiamò lo zio ' Attì' e si incamminò verso di lui e mi fece cenno di seguirlo. Zampettai quei tre gradoni e arrivai nella cucina , non guarda bene la stanza e mi incamminai subito verso la porta e mi fermai poco prima dell'uscio. Uno sgradevole odore di Alfa rosse pervadeva la stanza ed un uomo era seduto su una vecchia seggiola sgangherata era seduto proprio al centro . 'Attilio c'è Marco' disse mio padre appoggiando la sua mano sulla spalla dello zio. Lo zio si girò e lo abbracciai mi sorrise ... gli brillavano gli occhi poi si volto verso mio padre dicendo 'Un po piu bellino non lo potevi fare ?' ridemmo e parlammo per ore di cose che non avevano senso. Bhe questo è il ricordo piu bello che ho di mio zio certo , non è il massimo lo so ... mi zio era un uomo che mi dava molta energia e felicità ogni volta che ero con lui , ma molta tristezza guardo il bagliore dei suoi occhi si affievoliva lentamente. immagino che molte persone che hanno conosciuto lo zio abbiano dei figli ... bhe credo che per me possa parlare Giorgio Gaber a questi genitori per non commettere i molteplici errori di mio zio

Marco Faillace Arrivederci zio


Non insegnate ai bambini non insegnate la vostra morale è così stanca e malata potrebbe far male forse una grave imprudenza è lasciarli in balia di una falsa coscienza.
Non elogiate il pensiero che è sempre più raro non indicate per loro una via conosciuta ma se proprio volete insegnate soltanto la magia della vita.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Non insegnate ai bambini non divulgate illusioni sociali non gli riempite il futuro di vecchi ideali l'unica cosa sicura è tenerli lontano dalla nostra cultura.
Non esaltate il talento che è sempre più spento non li avviate al bel canto, al teatro alla danza ma se proprio volete raccontategli il sogno di un'antica speranza.
Non insegnate ai bambini ma coltivate voi stessi il cuore e la mente stategli sempre vicini date fiducia all'amore il resto è niente.
Giro giro tondo cambia il mondo. Giro giro tondo cambia il mondo.

Giorgio Gab
er


11 gennaio 2007 - 22h14
Di fronte alla notizia (inaspettata, e pure, in qualche modo, presagita) della morte di Attilio, la sensazione è come del ritorno improvviso alla memoria di immagini così forti che mi rimane perfino difficile parlarne.
Troppe sono le memorie di un periodo ormai lontano, ma importantissimo nella vita di molti di noi, che si ripresentano vive e quasi dolorose.
Mi legavano ad Attilio una amicizia, un affetto e una frequentazione che, tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, sono stati fondamentali nei mio percorso sia personale e privato che politico.
Mi guarderò bene dal "commemorarlo": chiunque lo abbia conosciuto sa quanto questo lo avrebbe infastidito.
Mi limito ad una considerazione: si è parlato, nel ricordarlo, della sua lealtà, coerenza e generosità, doti che Attilio ha testimoniato per tutta la sua vita. Vorrei aggiungerne una: il rispetto per gli altri. Quando i nostri percorsi, per lungo tempo quasi coincidenti, si sono divisi di fronte a scelte decisive, dolorose e drammatiche, mai ci sono stati da parte sua disapprovazione o risentimento, ma l'assoluto rispetto delle ragioni che mi suggerivano, diversamente da lui, che in quel momento una certa scelta poteva non essere quella giusta.
A me ha insegnato molto, e credo che sempre abbia offerto a chi lo ha conosciuto un punto di vista diverso e non convenzionale sulle cose.
Nessuna parola colma però il vuoto che lascia, e quindi mi fermo qui.
Saluto Attilio con un ricordo commosso e un ultimo, ideale abbraccio

Silvano Mazzonii


Attilio lo vidi per la prima volta il 6 marzo 1968. Guidava un grande corteo che se ne andò dal centro fin sotto la sede de"La Nazione"in piazza Beccaria, a protestare per come quel giornalaccio (in verità peggiore politicamente allora che non oggi e diretto dal vecchio Enrico Mattei) aveva dato le notizie su Valle Giulia e sugli ultimi fatti del movimento studentesco a Roma ed altrove. Aveva un megafono e una lunghissima sciarpa rossa. Mi rimase impresso, perchè per me, allora studente dell' I.T.I. e approdato alla politica da poche settimane (realmente:il 30 gennaio era passato da poche e le cariche di piazza S. Marco avevano radicalizzato tanti ragazzi fino ad allora genericamente di sinistra) i punti di riferimento furono sempre quei compagni più attivi e "agitati" in piazza (ricordo Giacomo Iraci) e non i predicatori , in prevalenza marxisti leninisti,che riempivano di verbosa oratoria le assemblee di lettere e del magistero. Lo incontrai poi qualche mese dopo in via S.Gallo, quando cercavo dei contatti per poter partecipare alle mobilitazioni in appoggio al maggio francese. Attilio mi spedì al rettorato e lì , nell' occupazione con Calvino e qualcun' altro, cominciai a capirci qualcosa di più. Ma il ricordo più vivo è dell' autunno successivo, quando in occasione di una riunione di studenti dell' I.T.I. ,si presentò in Sant' Apollonia una squadraccia fascista guidata dal Cellai. L'antifascismo militante aveva ancora da venire (a Firenze nacque con Lotta Continua),ma sapemmo subito come fare:qualcuno aveva visto Attilio col "Bambino" (Raul Bellucci) e l' andarono a chiamare:Attilio entrò gridando come un ossesso "i fascisti li abbiamo cacciati l' anno scorso, non devono più presentarsi all' università" il Bambino prese di peso il Cellai , lo sbatteva contro le colonne dell' atrio, dietro di loro noi ragazzotti imparavamo che con i fascisti conviene sempre picchiare prima che comincino loro. Poi , altro; ci si vedeva alle manifestazioni e nelle varie situazioni politiche, spesso, come accadeva in quegli anni;ma aveva cominciato a insegnare , mi sembra a Certaldo e questo ovviamente gli limitava il tempo per l' attività a Firenze. Dopo il settantasette ,nel rarefarsi delle cose e delle persone, eravamo ancora io , lui , Calvino e pochi altri fra quei compagni fuori età e fuori dalle situazioni che cercavano di capire qualcosa di quel movimento;e ci si vedeva in pochi in mezzo a tanti ragazzi più giovani. Lo vedevo anche, ogni tanto ,al Coordinamento Lavoratori della scuola, l' organizzazione che, a fine anni settanta aveva anticipato i COBAS ;non partecipava mai alle riunioni, ma veniva ogni volta che c' era uno sciopero, faceva due chiacchiere, prendeva i volantini e se ne andava. Probabilmente era già impegnato nell' attività clandestina, ma io me ne resi conto solo in seguito , quando un compagno romano, suo grande amico, parlando di lui che non si vedeva più in giro disse"credo che Attilio stia meditando sul compiere altre scelte". E poi l' arresto , uno dei tanti a Firenze in quel periodo; ma lui accusato solo per le armi e per reati organizzativi (non solo non c'erano fatti di sangue , ma nemmeno episodi specifici) ebbe una delle condanne più assurde , diciassette anni Lo vidi ancora, in gabbia, in Corte d'Assise, ero fra i pochi che presenziavo a quel processo:urlava contro una pentita , e mi chiese poi notizie del movimento e dei sindacati della scuola. Dieci anni dopo ero con mio figlio, lo rincontrai a S.Frediano ,il quartiere dove aveva sempre vissuto .Era uscito da pochi giorni, e mi sembrò lucido e combattivo come sempre. Altri che lo videro in quei giorni ne ebbero un' impressione diversa;mio figlio decenne, mi chiese "chi era quell' uomo?" e gli risposi "uno che è stato in galera dieci anni in galera per non rinnegare se stesso e le sue idee"
.
Maurizio Lampronti


5 febbraio 2007 - 16h04
In ricordo di mio zio Attilio
Anch'io non ho avuto la possibilita di conoscere granchè bene mio zio Attilio, di comprendere perchè alcune scelte di vita, di sicuro dolorose, siano state ricercate ad ogni costo. Di certo mio zio non era una persona che amava le scelte di comodo, ma ciò che lo ha contraddistinto di più è stata la sua coerenza, anche quando sarebbe bastato poco per rendersi più semplice la vita. Era una persona piena di entusiasmo e quando veniva a trovarci a Monfalcone era capace di trasmetterlo anche a me che ero ancora un bambino. Allo stesso tempo però ricordo nei suoi occhi un velo di tristezza che aleggiava costantemente come a ricordargli il peso di alcune domande ancora senza risposta. L'ho rivisto qualche anno fa a San lorenzo .......era cambiato.........gli anni di carcere lo avevano segnato profondamente sia nel fisico che nella mente .........in ogni caso l'avrei riconosciuto ...troppo forte la somiglianza con il volto di mio padre........Nelle sue parole non vi era forse più tanta voglia di combattere ma di certo l'acume di un uomo intelligente ma allo stesso tempo sensibile. Mi rimane un unico cruccio ................non averlo potuto conoscere meglio............. Simone Faillace


da uomo del SUD DIMENTICATO, il mio cuore piange per ATTILIO, si dice bene siamo briganti,capimmo tutto all'ora e tut'ora siamo consapevoli che niente cambierà fino a quando saremo uno ZOO, riserva di voti. ma Scanzano ha dimostrato che non siamo poi tanto cogl........ da noi la questione è davvero esplosiva ,le promesse ormai è pioggia che scompare nel terreno.sono sicuro che Attilio ha avutol'ultimo pensiero alla sua gente "brigante"


CONOSCEVO ATTILIO SIN DALLA MIA INFANZIA,OVVERO DA QUANDO LUI ERA I COLLEGIO AD AREZZO CON UN GRUPPETTO DI NOSTRI COMPAESANI,ERANO EMILIO LEONE,DOMENICO RESTIERI,NICOLA PESCE,ANTONIO FILARDI,PIETRO SCHIFINI,GAETANO LISTA E ATTILIO.ERANO I QUASI I PRIMI AD ANDARE IN UN COLLEGIO,CON LORO C'ERA PURE P.REGINALDO MAZZEI.QUANDO QUESTO GRUPPETTO ERA TORNATO AL PAESE,ERANO PIUTTOSTO TIMIDI,SCHIVI MA NON FRA DI LORO.MA IL RICORDO PIU' VIVO CHE HO DI ATTILIO E' DI UNA SERA CHE LUI NON ERA PIU IN COLLEGIO, FORSE PER FARSI SENTIRE DA QUALCHE RAGAZZA,GIOVANISSIMO CANTAVA LA STORIA DI DUE INNAMORATI,
CHE PER LA GELOSIA DEI GENITORI E SI SUICIDARONO INSIEME,PERCHE GLI IMPEDIVANO DI AMARSI ,LA CANZONE SI CHIAMAVA "PIPPO E ROSETTA" LUI FIGLIO DI UN DOTTORE, LEI FIGLIA DI GENTE POVERA,IO RAGAZZINO INCANTATO STAVO AD ASCOLTARE ATTILIO CHE
CANTAVA E REPLICAVA LA SUA CANZONE.POI...........LO VIDI DOPO MOLTI ANNI,APPUNTO
QUANDO TORNO' A SAN LORENZO DOPO LA SUA DETENZIONE, PASSAVO SEMPRE DALLA SUA CASA, UN GIORNO MI FERNMO' E DISSE "TU SEI DOMENICO?" LUI MI DISSE CONOSCO
PURE NICOLA E PIETRO TUOI FRATELLI, MA DI ME CREDO SI SIA RICORDATO CHE ERO AMICO D'INFANZIA DI SUO FRATELLO RAFFAELE. DA QUI OGNI VOLTA CHE TORNAVO A SAN LORENZO MI SALUTAVA E MI STRINGEVA LA MANO, QUANDO POI POCHI ANNI FA SONO TORNATO E MI HANNO DETTO CHE NON C'ERA PIU'...
DOMENICO AGRELL
I


Ricordano Attilio

Alessandro Adinolfi
Alinari Maria Gabriella
Andrea Montagni
Annamaria Tabocchini
Antonio Mele
Antonio Melis
Bruni Cristiano
Carla Rettori
Carlo Bardotti
Carmen Pesce
Carmen Rovaris
Casentini Ottavio
Carmine Ottimo
Dario Mariani
Domenico Agrelli
Enrico Campofreda
Franca Tangocci
Francesca Cammeo
Francesco Giordano
Franco Alpi
Giancarlo Caverni
Gianluca Cossu
Giuliana Ponzio
Giuseppe Santagada
Giustiniano Rossi
Guido Faini
Inge Schmidt
Laura Tussi
Lorenzo Agrellik
Loris Masi
Lucia Bestini
Luigi
Luisa Rigacci
Manola Martelli
Marie Claude Rossi
Mario Cerretini
Marta Carmagnini
Massimo Liberati
Maurizio Lampronti
Maurizio Marziali
Mauro Dondoli
Michele Gramegna
Mimì(Domenico)
Nicola A. Spadafino
Paolo Montagni
Paolo Tangocci
Paolo Zappulla
Quintino Palazzo
Renato Biasion
Roberto Ferrario
Rossana Melis
Salvo Falcone
Silvano Mazzoni
T.Ménard
Tonino l'artista
Vincenzo Tarantino
Vito Nanni



Una tua riflessione, un pensiero, un'adesione
al ricordo di Attilio Faillace. Firma il blog