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.LUNA
ROSSA A TERRANOVA
Mollo i freni e mi lascio trasportare dalla bici verso la valle. Ai settecento
metri di Noepoli il termometro segnava trentacinque gradi, qui sul ponte
supera i quarantatré, come se nel canalone della fiumara s'incanalasse
il fiato di un vulcano. La strada riprende a salire impietosa e aerea,
senza traffico e con un solo incontro: una squadra di operai dell'ANAS
arrampicati come capre sui dirupi, intenti a raccogliere origano selvatico,
il cui aroma impregna l'aria. "Da dove vieni?" "Udine!"
rispondo. Il più vecchio del gruppo urla: "Ho fatto il militare
là!" Ormai so cosa dire: "Berghinz o Spaccamela?"
"Spaccamela, la Berghinz era per i
" e la parola dialettale,
che non era un complimento, mi sfugge. A quota 770 m'imbatto in una fontana
d'acqua che fa clippete cloppete, poi s'arresta, poi erutta di colpo un
quarto d'acqua gelida e riprende, come quella della poesia. La vasca è
piena di acqua pulita: mi afferro con le mani sui bordi, faccio la squadra
con le gambe e
splash! Una spruzzata di liquidi surrenali mi accende
il sistema nervoso, ficco dentro la testa e infine balzo fuori, lustro
come un bronzo appena fuso. Il veloce bagno mi ha tonificato e i duecento
metri di dislivello fino a Terranova, allineata lungo il fianco destro
della valle, li faccio come fossero i primi della giornata. L'aria è
fine e il Pollino, con i suoi volumi pacifici e solenni, domina il panorama.
Ho parecchia fame e devo trovare delle informazioni precise sulla strada
da fare, che la carta segna come non asfaltata. Chiedo a un signore, decisamente
taglia forte, dove posso pranzare. "Qui, a cento metri, alla Luna
Rossa fanno piatti locali con ricette dell'epoca di Federico II".
Cucina federiciana in questo paese che è l'ultimo della valle,
il non plus ultra? "Ma è buono? non sarà
"
"Buonissimo, garantisco
" "È caro?" Mi
guarda ridendo: "vai tranquillo che ti prometto che non è
caro. È mio". Direi che a questo punto non ho scelta.
La terrazza dove mi fa accomodare Federico, il gestore, è protesa
sulla valle. Al tavolo vicino un romano e una polacca si rivelano conversatori
simpatici e curiosi, mi chiedono del viaggio e quando sanno che ero del
terzetto di Istanbul mi sottopongono a un interrogatorio. Intanto i camerieri,
due rumeni, professionali e di ottimo umore, mi mettono in mano un menù,
ma io mi affido a Federico, spiegandogli che non devo mangiare molto e
soprattutto non posso bere alcolici, visto il pomeriggio che mi aspetta.
"Ma neanche un bicchiere? Con quello che ti sto per servire?"
Alla fine, dopo la seconda o terza grappa che sigla la fine di un pranzo
degno, appunto, di un imperatore, pieno di sapori inediti e sorprendenti,
costellato di brindisi con la coppia seduta a fianco, Federico si china
con me sulla mappa per darmi delle indicazioni. La strada, dopo la fiumara,
mi spiega, s'inerpica passando davanti alle case di Destra di Donne, poi
c'è la fonte Miraglia, Manca di Palo e poi devo passare tra due
cime, La Falconara e la Timpa di San Lorenzo, attraversare il Bosco della
Fagosa, scollinare a quasi 1500 metri e veleggiare fino a Civita. Le spiegazioni
mi sembrano chiare come le carrarecce segnate sulla carta e prendo alla
leggera l'avvertimento che la strada è in pessimo stato. È
il momento, giunto troppo tardi perché sono le tre e mezza, dei
saluti: ci stringiamo la mano - romeni, romani, polacchi e lucani - e
sento che prima o dopo tornerò qui con mia moglie e con mio figlio.
L'unico ringraziamento che posso fare a Federico, che non ho più
sentito da allora, è quello di non riportare qui il conto, sproporzionato
per difetto se raffrontato all'agape sotto cui sono restato mezzo intontito.
Le fiumare. Capisco che questi grandi spazi tra una montagna e l'altra,
di una bellezza primordiale, percorsi da alluvioni di sassi, mi faranno
penare parecchio, e la discesa fino al ponte è troppo breve per
digerire il pranzo della Luna Rossa. Sono posti stupendi lasciati in usufrutto
solo a noi amanti della fatica e del silenzio: ma basterebbe una superstrada
da Senise e il Pollino diventerebbe un altro luna park, come le cascate
del Niagara o certi ghiacciai delle nostre Alpi. La successiva salita,
a differenza di Federico, mi presenta il conto tutto per intero, e quando
arrivo alle case di Destra di Donne sono stanco e un po' pentito. La strada
è diventata sconnessa, poi si è ridotta a un sentiero. Un
paio di bivi mi hanno messo in angoscia e per qualche momento ho avuto
la tentazione di girare la bici e di tornare a Senise, per aggirare il
Pollino seguendo la costa. Ma barerei al gioco di cui ho inventato le
regole e di cui sono l'unico giocatore.
FUORIROTTA
Qualche latrato lontano di cani mi preoccupa e mi procuro un bastone,
che lego alla bici con due elastici. A un certo punto le ruote cominciano
a slittare sui sassi e non ce la faccio a restare in sella. Federico mi
ha detto di tenere la destra, ma io ho già saltato un paio di sentieri
perché mi sembravano troppo stretti per corrispondere alle ottimistiche
indicazioni della carta. La solitudine di queste montagne è percorsa
da raffiche impetuose di vento tiepido che mi portano il suono dei campanacci,
i belati di greggi lontane, odori di miele e resina. Spingo la bici sull'erta,
con le caviglie che mi cominciano a far male per la tensione a cui sono
sottoposte, e scorgo un anziano pastore a pochi metri sopra di me, seduto
su un sasso. Lì davanti c'è un altro bivio. L'uomo non mi
ha visto perché è girato di spalle e l'alito del vento è
cosi avvolgente che inghiotte e frantuma i suoni, li porge all'orecchio
in un naufragio di rumori incomprensibili. "Ahe! Salve!", gli
urlo. Quello si gira, sgrana gli occhi e se ne esce con una frase abbaiata,
di cui non capisco neppure il senso lontano. Appoggio la bici a terra
per poter parlare anche con le mani e insisto: "Vado a Civita del
Pollino. Son giusto?" Mi aspetto solo un sì o un no, ma il
pastore, quasi uno gnomo, si è alzato in piedi sulle sue gambe
curve, dimena il bastone in più direzioni e si profonde in un discorso
incomprensibile. In Serbia ero molto meno straniero di qui. Sono disperato
e vorrei solo un sì o un no, ma il vecchio è convinto che
io capisca tutto. "Senta" urlo "vado a Civita
"
Lui risponde con un'altra frase, ignorando i due monosillabi che aspetto
come una liberazione. "
a Civita, Civita del Pollino? Vado a
destra o a sinistra?" Lui capisce, chi non capisce sono io. Continua
a sbracciarsi, agitando il metronomo del suo bastone di qua e di là,
proferendo sequele di suoni: tutti, dico tutti, inintelligibili. Cerco
di essere didascalico come un questionario chiuso: "Vado a destra,
per Civita?" Ma si vede che la cosa non si può risolvere con
un sì o con un no, e il pastore rifonetizza le preziose informazioni
in un codice di cui non possiedo neppure una lettera. Rassegnato gli urlo
un "Grazie" e avanzo, prendendo la strada di destra che mi pare
- ma è una sensazione da medium, parasensoriale - più battuta
dell'altra. Il pastore mi richiama a ululati, forse imbestialito da un
viaggiatore così somaro. Agita il bastone con severità,
inanella i suoi fonemi preindoeuropei, io retrocedo, imbocco l'altro sentiero,
e dal borbottio discendente capisco che approva. Faccio due metri e torno
a guardarlo. Con decisione agita e punta il bastone nella direzione che
ho preso. Lo saluto e ottengo in risposta un tri o un quadrisillabo soddisfatto,
insomma il suono più corto che ho ascoltato dalla sua voce. Ma
un sì o un no, qui sul Pollino pare non esistano, oltre a essere
afflitti da un'endemica mancanza di gente che li pronunci.
Il sentiero a due passi dal cielo continua tra arbusti, pascoli e recinzioni,
in assoluta solitudine. Innalzandosi dal mare bruciato di questo mosso
altipiano macchiato di boschi, dove più volte devo smontare e spingere,
la Timpa di San Lorenzo si profila grigia contro l'azzurro: ha un che
di squalesco, potrebbe essere tanto una pinna come un enorme dente fossilizzato
di pescecane che morde il cielo. È incombente, forse la sua voce
è il rumore vigoroso e incessante del vento. Ancora bivi, ancora
perdite di tempo ad aprire la carta, tenendola inchiodata al suolo con
delle pietre per impedire che le raffiche la sbrindellino. A un certo
punto ho un'illuminazione: Rigatti, ti sei smarrito, ammettilo, meglio
la morte che l'agonia. Mi dichiaro disperso e accettarlo mi solleva un
po'. Ho il sacco a pelo, non fa freddo, ho da bere e una razione di sopravvivenza.
I sentieri portano da qualche parte e se non arriverò a Roma arriverò
a Toma. Se non oggi, domani. Nel cielo che declina verso tinte preserali,
non molto sopra di me, il volo di un rapace sfoglia gli strati ventosi
su cui si libra. Riesco a vedere la sua testa che ruota a scatti, le ali
nervose e tese a correggere l'equilibrio con tocchi da pittore. Non so
che uccello sia, non capisco il dialetto dei pastori, non so dove sono
e nemmeno perché mi trovo così fuori posto rispetto all'asse
abituale della mia vita, perso sulle vertebre di quest'Italia che scende
fino al culmine, che sale fino al fondo, alla grotta di Scilla. Mi torna
in mente una frase del mio amico Tomaso Falco, rubata a Pippo: una discesa
vista dal basso assomiglia tanto a una salita. Nord e Sud, che chiodi
nella testa! Come il buono e il cattivo, il dolce e il salato, la vita
e la morte, l'io e il subconscio. Difficile sbarazzarsene. "Salire
a Sud", "arrampicarsi in discesa", il magnetismo della
bussola dei pregiudizi riceve degli impulsi elettrici che ogni tanto la
fanno impazzire. È il momento in cui la rotta perde la sua linearità
e il viaggio si allarga come i cerchi di un sasso lanciato in uno stagno,
o implode verso un centro che è solo nostro, di qui e di adesso.
Mi giro verso nord e penso: Ruda, Rosa, casa mia, là, oltre tutte
le montagne. Amadeo in Canada. Non a nord: semplicemente là. Vorrei
chiamare a casa, ma non c'è segnale. Mi butto sull'erba e cerco
di ordinare l'accidentalità scomposta di quest'onda tettonica su
cui sono disteso, ma all'inizio il suo caos mi annienta dolcemente. Poi,
dal disordine della roccia affiorano lì un volto di donna, là
un cervo. Tutta insieme, invece, la Timpa si rivela un dinosauro pietrificato,
e resto dei minuti, assente da tutto, a percepire il suo respiro sotto
la mia schiena e lo scroscio del vento caldo. Il paradiso sarebbe l'Assenza
Totale, la Divina Immobilità del Nulla, come suggerisce il poeta?
Mi rimetto a sedere. Invece ci tocca vivere con il terrore che dopo la
morte ci si ritrovi nell'aldilà con il vicino, il sindaco del paese
o l'archigeometra che ha progettato la nuova urbanizzazione, il municipio
o la scuola elementare. Siccome non credo in un altro mondo dove me li
ritroverò, posso convenire col poeta quando dice: la morte si sconta
vivendo. A venti chilometri in linea d'aria sfrecciano le automobili sull'A3
e io qui sono fermo: non mi raggiungeranno mai. La lentezza è più
inaccessibile della velocità e la macchina per guadagnarla e mantenerla
a lungo è molto più complessa dei cavalli di un motore.
E, specialmente oggi, è una conquista, un privilegio di pochi.
Mi viene in mente Achille: può correre quanto vuole, il Pelide
non ce la farà mai, poveretto. Adesso ho capito il perché:
la tartaruga è troppo lenta.
Il
rumore di un motore a due tempi mi fa sobbalzare. Rimonto in sella e vado,
finché scorgo un uomo su una moto. Urlo e mi agito e i pastori
maremmani del suo gregge mi si avventano contro ringhiando. Urlo ancora,
trovo una pietra su cui arrampicarmi e finalmente il pastore richiama
le bestie, che si fermano al comando. Il pastore, un giovane, mi raggiunge
con due colpi di acceleratore: "Tutto a posto?" "Ho preso
un po' di paura per i cani, sa
" "State tranquillo e scendete
pure, che mi obbediscono. Vi serve qualcosa?" "Sì"
replico "devo andare a Civita
" "A Civita!" fa
quello dandosi un colpo in fronte "Avete sbagliato. Qui si va giù
a San Lorenzo Bellizzi". "Maledizione" dico "avevo
una stanza prenotata a Civita
" "State tranquillo"
mi rassicura "al bar Pino Loricato vi daranno da dormire".
La strada scende veloce in mezzo a una gola boscosa, sul cui fondo scorre
un torrente. Il vento vi si incanala e il rumore, a momenti, sembra quello
di una mandria di treni. Poi cala di colpo, e il silenzio si libra come
una nuvola, come un respiro non terminato. Sono intontito dalla roccia
che sprofonda nell'antimondo dei colori tonali grigiorosati, dalle grida
dei pastori, dallo strepito dei pollai delle prime case. Il ritmo ancora
debole dell'umanizzazione comincia a codificare la casualità composita
di geologia e botanica. Dall'altra parte della gola, contrastando con
l'ordinato susseguirsi di campi, col nostro mondo delle regole, delle
parole, del precario equilibrio della coscienza, la Timpa, per rassicurarmi,
assume le forme di un animale mai visto ma che riconosco, qui e ora.
Da San Lorenzo Bellizzi salgono buone vibrazioni, qualche nota musicale,
il ronzio di un motorino, profumo di cibo. Il paese, che ha case e strade
di pietra, è raccolto, tenuto bene, restaurato forse con troppo
zelo, ma certamente con uno spirito domestico e ospitale che tracima solo,
a mio avviso, nei murales con cui si sono decorate alcune case della piazza.
Il campanile, un perfetto parallelepipedo di roccia bruna ben piantato,
è semplice ma ha una rustica originalità: la sua cella campanaria
è collocata non sulla sommità, ma a metà del volume.
C'è un quieto movimento: turisti, prevalentemente pugliesi, animano
le strade e la piazza del borgo montano. Il telefono pubblico non funziona
e questo è l'unico punto dove ogni tanto gocciola una tacchetta
del segnale TIM. Così, diverse persone vagolano per la piazza tenendo
i cellulari come fossero la bacchetta del rabdomante. Almeno qui, interpellare
i Nuovi Oracoli obbliga a questa specie di rito della circumambulatio,
che regala al cellulare un ruttino di sacralità. Al Pino Loricato
mi danno la cena e mi procurano da dormire. Li ha messi di buon umore
il fatto che pensassi che "Pino Loricato" fossero il nome e
il cognome del gestore, invece dell'albero che è il simbolo del
parco, il Pinus Leucodermys, la cui corteccia ha un disegno che ricorda
le loriche dei romani. Seduto sulla piccola terrazza del bar, mangio i
ferrazzuoli al sugo di agnello e una costata con le patate alla contadina.
Mastico con lo sguardo in su e mi faccio impressionare come una carta
fotografica dall'aureola rossastra che ritaglia nella sua fiamma l'indaco
profondo dei denti della montagna. Scambio qualche battuta con le persone
della tavolata a fianco, giovani e vecchi assieme. Quando dico che è
un peccato che così poca gente conosca questi posti, il padrone
del bar commenta: "È meglio non troppo turismo". Ancora
"l'arretratezza come valore", per usare la frase del ristoratore
di Pontelatone? Ma c'è chi vorrebbe asfaltare il Pollino. Il sentiero
che ho percorso oggi diventerebbe una strada, e il rombo di moto e auto
segherebbe alla base il più bell'albero del massiccio, il silenzio.
Guardo il monte e tra me e me dico: tieni duro, hermano. A un certo punto
una parrucchiera, che nota il mio rapimento per le cime, ormai dormienti,
mi dice: "Le piacciono? C'è chi non le sopporta, stanno lì,
enormi
". Non capisco se parli di se stessa o di imprecisati
altri, però mi torna in mente di quando, disteso sull'erba, mi
sono lasciato sopraffare dalla massa della Timpa. Chissà perché
inquietano, queste balze. Io credo di sapere cosa sia: più che
la massa fisica, è la mole incommensurabile delle ere di cui sono
cariche a far apparire il nostro vivere meno di un attimo in rapporto
al loro essere. Sono il segnale di un tempo che si libra molto più
in alto di quello dei nostri orologi, dei nostri calendari. Saluto gli
occasionali compagni e vengo affidato a un giovane che mi precede in motorino
sulla salita che ho percorso poco fa. Mi è assegnata una mansarda
enorme in una casa nuova, con letto matrimoniale e acqua calda, a un prezzo
da pellegrini. Ci meritiamo una dormita: io e il mio angelo custode che
oggi, tra cani arrabbiati e smarrimenti, ha lavorato più del solito.
Fuori la cascata di vento continua a ruggire tra gli alberi e i massi
della gola, sembra si voglia portare via la Timpa, l'esile strato di terra
su cui crescono orti e olivi e il tetto, il mondo intero. È il
migliore tra i sonniferi.
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