ESPERIENZE e TESTIMONIANZE
QUESTO SPAZIO E' A DISPOSIZIONE DI TUTTI I SANLORENZANI E NON
CHE DESIDERANO RACCONTARE E RACCONTARSI

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  Ciampino, 7/8/2001

Ricordo di San Lorenzo

Il mio girovagare per il mondo negli ultimi quaranta anni, non ha sbiadito il ricordo di San Lorenzo e delle sue aspre, forti, bellissime montagne! Anzi, ogni volta che ci torno (poche volte, purtroppo), provo delle fortissime emozioni.Raggiungendo il “Bifurto” e volgendo lo sguardo verso lo spettacolare ed impressionante paesaggio che si presenta davanti agli occhi, non posso fare a meno di fermarmi e, quasi con sacra ammirazione, osservare ciò che la natura possente e selvaggia ha creato mediante il suo parossismo geologico! Davvero spettacolare, quasi da mozza fiato.
Circa venti anni fa’, dopo un’assenza da San Lorenzo di quasi quindici anni (non c’era più nessuno dei miei ed anche tutti gli altri Faillace erano andati via) decisi di recarmi a San Lorenzo (allora ero ospite di mia sorella Rosina a Doria), arrivato al Bifurto mi fermai e rivolsi lo sguardo verso le bellissime montagne; restai col la bocca aperta, ammirato e meravigliato di tanta bellezza!
Mi commossi a tal punto che non potetti trattenere qualche lacrima! Con un velo di tristezza e con tanti pensieri che si affollavano tumultuosi nella mia mente, decisi di tornare indietro.
Era troppo grande l’emozione che provavo in quel momento e temevo che entrando in San Lorenzo, tale profonda emozione venisse volgarizzata, sciupata dalla curiosità della gente che mi avrebbe fatto tante domante a cui, in quel momento, non me la sentivo di rispondere.
Mi chiedi che rapporto io ho con San Lorenzo. Mi sono sempre considerato molto fortunato di essere nato in San Lorenzo, anche quando, da piccolo, durante la guerra, ero costretto a fare tante ore a piedi per procurarmi le provviste alimentari.
Facevo “a via di crugchi” fino a Civita, poi prendevo il treno per Castrovillari, luogo ove, in quel periodo di guerra, si faceva la fame!.
San Lorenzo e’ stato per me la molla che mi ha lanciato alla conquista del sapere ed a scoprire le bellezze del mondo.
Le durissime difficoltà della prima infanzia non mi hanno scoraggiato, anzi hanno alimentato il desiderio di superare le aspre montagne per allargare il mio orizzonte verso nuovi mondi, nuova gente, nuove conoscenze.
Questo desiderio si manifesto’ in me sin dalla prima infanzia in una esperienza bellissima che mi piace ricordare.
Era primavera, avevo dieci anni e mi trovavo alla Grampollina ove noi abbiamo ancora un pezzo di terra. Assistevo “le donne” portando loro l’acqua e accudendole durante la pulitura del grano dalle erbe. Il nostro terreno e’ proprio attaccato alla Timpa di San Lorenzo da dove si poteva osservare la cima.
Decisi di raggiungerla, non mi sembro` molto lontana. Mi incamminai senza informare le donne, tanto, in meno di un’ora sarei tornato!.. Man mano che mi avvicinai alla meta, mi accorsi che l’orizzonte si ampliava sempre di più invece di restringersi; poco dopo, infatti, raggiunsi un piccolo pianoro da dove dovetti rendermi conto che la cima era ancora molto lontano; restai incerto sul da farsi, poi vinse il desiderio di continuare! Un po’ affaticato, ripresi il cammino.
Durante la salita cominciai a sentire una forte sete che mi seccava la gola e le labbra. Niente, dovevo continuare.
A meta’ di questo secondo percorso, con gioia incontrai una mandria di capre, alcune con le mammelle turgide di latte! Mi misi ad inseguirle e ne acchiappai una per la gamba posteriore, la immobilizzai e con l’altra mano riuscii a mungermi il latte in bocca. Come era buono!!.
Proseguii un po’ accaldato ma rinfrancato fino a che non ebbi una seconda sgradevole sorpresa! Anche questa volta non era la vera cima! Era solo un cambio di pendenza della roccia! C’era ancora parecchio da camminare e faceva già molto caldo, erano verso le dieci del mattino e camminavo gia' da oltre un'ora; la roccia bianca rifletteva tanto calore. Ebbi un momento di sconforto, di avvilimento, guardai verso il lontano limite della roccia e dal suo contorno ben definito riconobbi la vera cima; quella che tante volte avevo visto da lontano.
Guardai verso basso e mi resi conto che già avevo percorso tanta distanza. Che fare? Non c’erano dubbi! Proseguire, raggiungere finalmente la cima, ormai avevo già fatto tanto percorso!
Fu un grande sforzo; affaticato dal calore, dal sudore e senza acqua, lentamente, senza guardare indietro, mi avvicinai alla meta. Finalmente, in prossimità della cima, le forti correnti d’aria mi avvolsero asciugando il mio sudore e dandomi un po’ di refrigerio.
Che spettacolo da lassù, e che paura! L’immenso baratro dal lato del Pollino mi affascinava e mi impauriva; avevo paura di essere attratto dal vuoto, mi girava la testa.
Indietreggiai e mi sdraiai sulla superficie dello strato bianco ed accecante della roccia calcarea e, lentamente, mi avvicinai, strisciando con il corpo verso il margine dello strato dalla pendenza di circa 40 gradi.
Ero certo che Il peso del corpo mi avrebbe tenuto incollato alla roccia e quindi avrei evitato le vertigini. Il baratro di parecchie centinaia di metri sotto di me continuava a farmi paura ed ad affascinarmi. Restai in quella posizione per parecchio tempo. Poi, indietreggiando, mi alzai. Lo spettacolo della natura era, da tutti i lati, di una bellezza davvero insuperabile!
Quasi toccavo con mano il Monte Pollino con la sua cima imbiancata di neve, la bianca cima del Dolcedorme e quella della Serra delle Ciavole. La sottostante Timpa della Falconare sulla sinistra appariva piccola, quasi lontana. In lontananza, sulla destra, si vedeva Civita e la gola della Timpa del Demanio, e più lontano ancora si vedeva il Golfo di Sibari con l’orizzonte che sfumava verso l’infinito!. La Timpa Sant’Angelo, piccolina, e la Serra di Paola erano di fronte.
San Lorenzo era un piccolo, insignificante agglomerato di case dai tetti rossi, niente di più!
Io credo che la scalata della Timpa di San Lorenzo, fu determinante per il mio futuro!
Da lassù Il mondo era bello, era ampio, era affascinante. C’era ancora tanto da vedere!
Bisognava andare via da San Lorenzo, al di la’ dei monti, oltre l’orizzonte che avevo intravisto. Questo desiderio di conoscenze non mi ha mai più abbandonato. Anche ora che sono vecchio tale desiderio non si e` per niente assopito!
La tua domanda sul mio rapporto con San Lorenzo ha risvegliato in me tanti ricordi e sensazioni.
Ho voluto descriverne due fra le esperienze più belle; da esse puoi ben capire che il legame con nostro paese d’origine e’ ancora fortissimo in me.
Ricorro al ricordo di San Lorenzo quando incontro delle difficoltà, mi aiuta a superarle più facilmente.
Apprezzo molto quei valori ancestrali che ci legavano alla famiglia, specialmente se li analizzi nel contesto dei cambiati valori determinati della vita moderna.
A San Lorenzo si soffriva inconsciamente, ma eravamo consapevoli di essere circondati dell’affetto dei propri genitori; tale affetto essi lo manifestavano specialmente sacrificandosi per noi per farci studiare, per farci raggiungere un livello sociale superiore al loro.

La vita era semplice ma era caratterizzata da tanti valori che oggi, purtroppo, stanno inesorabilmente affievolendosi e, in molti casi, annullandosi in un mare di consumismo!

Costantino Faillace

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Ravenna Agosto 2007

Ritorno a S. Lorenzo Bellizzi
S. Lorenzo Bellizzi, faceva parte dei primi ricordi della Calabria. La prima estate trascorsa a Rocca Imperiale 16 anni fa. Allora eravamo un po' intimoriti da questa terra lontana, per certi aspetti così ostica. I nostri figli erano piccoli e con loro tutto diventava più impegnativo. Ma la curiosità che avevamo di conoscere posti sconosciuti e lontani dalle normali mete turistiche, ci portava a spostarci dal paese dove eravamo ospiti verso l'entroterra. Avevo letto delle Gole del Raganello e la loro descrizione mi aveva incuriosito, così ci siamo preparati per un picnic e abbiamo preso la strada per S. Lorenzo.
La ricordo lunga , tortuosa, non si arrivava mai, con la sensazione di fare un'ulteriore forzatura sui bambini di tre, cinque e sette anni. Nel sedile posteriore dell'auto risentivano delle curve e le lamentele erano tante.
Raggiunto il paese, riuscimmo a trovare un sentierino che portava alle Gole. Era molto caldo e il frinire delle cicale assordante. Soprattutto questo suono mi è rimasto impresso e l'impossibilità con i ragazzi di potere accedere al Raganello se non nei primi metri del suo corso. Il picnic si era limitato alla sosta nella minuscola spiaggia con il caldo afoso di agosto.
Da allora non ero più stata là e quella sensazione di essere ai confini del mondo con una natura aspra e poco accessibile mi era rimasta; compresa la difficoltà a far capire la lingua italiana ad un pastore a cui avevamo chiesto delle indicazioni.
Poi quest'anno, prima dell'estate mentre cercavo su internet informazioni per degli amici che sarebbero stati ospiti a casa nostra a Rocca - in questi anni ci siamo radicati e abbiamo acquistato una casa per le vacanze - ho trovato il sito di San Lorenzo ideato da Vincenzo Tarantino. Vi ho trovato quella comune passione che provo ormai da tempo per questi luoghi della Calabria e ho deciso di tornarci.
La prima sorpresa è stata la percezione della distanza. Senza figli, ormai sono grandi e autonomi, siamo arrivati velocemente, la strada è larga, piacevole con scorci interessanti , il paese facilmente raggiungibile dalla statale 106. Anche Cerchiara è stata una scoperta: vivace, con chiesa e rocca restaurate di recente, il paese del pane.
Raggiunto S. Lorenzo ho subito riconosciuto le sue timpe incombenti, ma il paesino si è trasformato e assomiglia ad uno di quelli delle nostre Alpi, con i mosaici della flora del Pollino alle pareti, una nuova piazzetta con la fontana, un ampio belvedere.
Sembrava che ci aspettasse, al nostro arrivo ci ha accolto il suono di una tarantella. Nei giorni successivi ci sarebbe stata la festa del patrono e stavano provando l'impianto dal terrazzino di una casa.
Per il resto nel paese c'era il silenzio dei paesi del sud durante le ore del mezzogiorno. La sensazione che il paese sia deserto, ma con la percezione netta di sguardi dietro le finestre. Salendo più in alto per le viuzze che per la loro tortuosità e ristrettezza mia cognata continuava a chiamare calli, si poteva cogliere il gusto delle donne di coltivare piante da fiore esattamente come nelle montagne del nord, nonostante il clima arido e caldo.
Abbiamo proseguito per il santuario della Madonna delle Armi e poi al ritorno abbiamo imboccato la strada che dal bivio fuori S. Lorenzo porta a Plataci . Tutte queste strade fino a qualche anno fa non erano asfaltate e ancora oggi non sono segnalate nelle cartine stradali, ma meritano una passeggiata. La strada corre su un crinale dove si può vedere prima la piana di Sibari e poi la valle del fiume Saraceno con Alessandria del Carretto sulla costa. I bordi della strada erano profumati di menta e origano.
Mi piace ricordare così la passeggiata a San Lorenzo e dintorni, con la luce del tramonto e gli aromi delle erbe selvatiche.
Devo ringraziare Vincenzo che con il suo sito web mi ha fatto ritrovare questi luoghi e superare le barriere mentali che la memoria aveva reso poco accessibili.

Patrizia Matteucci


 

 

Milano, 14/10/2001

Mi ha piacevolmente sorpreso il tuo vivido ricordo di San Lorenzo, eppure sei mancato tanto tempo; anche il dialetto ti e' rimasto indelebile.
Credo che questi ricordi, anche se assopiti in un cantuccio della memoria, sono sempre pronti a riemergere.
Io ho l'impressione, guardando il panorama dallo spiazzo dietro il campanile, che il tempo sia rimasto imprigionato tra le pieghe di quelle rocce che si ergono possenti anche nella nostra memoria a ricordarci anche le piccole storie personali.
Anche a me e' rimasta indelebile una mia andata alla festa della Madonna del Pollino.
Avro' avuto 14/15 anni e vedevo che tanti andavano a questa festa e ho insistito presso i miei di lasciare andare anche me.
Mi lasciarono, si partiva di pomeriggio da S. Lorenzo per arrivare l'indomani al Santuario: quindi, camminare a piedi per 7/8 ore, attraversare la montagna di notte per arrivare di mattina: il freddo, il buio, il silenzio della montagna...... che paura!
Ma ne ricordo la felicita', inconsapevolmente mai dimenticata.
Non avevo valutato le difficolta' enormi che a quell'eta', e da solo, avrei incontrato, era la prima volta.
Ma il fatto di esserci riuscito, mi faceva sentire orgoglioso, di un balzo mi sentivo gia' grande.
Questo ricordo sembra che mi venga da tanto lontano, riferito ad un tempo che non mi sembra di aver mai vissut
o.

Quintino Palazzo


 

 

Senza soldi e senza drammi.

Ero studente a Lagonegro ed avevo avuto il permesso di tornare a casa per qualche giorno, avevo pochi spiccioli che mi permettevano di arrivare a Castrovillari, poi ci avrei pensato.
Arrivai a Castrovillari, senza una lira, andai a trovare un mio ex maestro che si era trasferito a Castrovillari (Ciccio Filardi) e gli chiesi 50 lire che mi permettevano di arrivare ad Eianina, li' avevo un parente e gli avrei chiesto qualche soldo.
Intanto si era fatto sera, con le 50 lire raggiunsi Eianina e chiesi ospitalita' a questo parente, non avevo mangiato per tutto il giorno.
Caso volle, li' incontrai un altro ragazzo: Gaetano Lista che oggi vive a Milano. Mi rincorai, eravamo amici, anche lui aveva chiesto ospitalita'.
La sera mangiammo da questo parente e l'indomani saremmo partiti per San Lorenzo, pensavo tra di me: Gaetano senz'altro avra' dei soldi, mi paghera' lui il biglietto. Dormimmo nella stessa stanza.
Gli chiesi, Gaetano tu quanti soldi hai? Neanche una lira, mi rispose,
Nessuno di noi due ebbe il coraggio di chiedere dei soldi ai parenti e ci incamminammo a piedi per raggiungere San Lorenzo, avemmo un passaggio su un carro che trasportava fieno fino al bivio di Civita e di la' a piedi fino a San Lorenzo dove arrivammo nel tardo pomeriggio con una fame da lupi.
Mi e' venuto spontaneo raccontare questo episodio, perche' essere senza soldi e' stata una costante della nostra vita giovanile.
In collegio mi capitava spesso ricorrere a qualche piccolo prestito che poi estinguevo con un altro prestito fino a quando non ricevevo qualche soldo da casa per azzerare i debito ed essere di nuovo senza soldi.
Anche quando sono partito per Milano avevo 20 mila lire, ne ho subito speso 6500 per il biglietto del treno!
Il mio guardaroba era un vestito ed uno spezzato e qualche altro capo veramente indispensabile.
Durante il viaggio nel treno, e' scoppiata una bottiglia da una valigia che era sopra di me e mi ha macchiato di olio tutto il vestito, Il mio unico vestito!
Io credo che le nostre esperienze giovanili ci hanno portato anche ad ingegnarci per sopravvivere senza drammi, in attesa di tempi migliori..
Fa parte della mia filosofia di vita il non drammatizzare mai, ma subito pensare come risolvere il problema, senza, come si suol dire, piangersi addosso: e' tempo perso.

Quintino PALAZZO

 



LA FESTA DELLA MADONNA DEL POLLINO
Le Magiche sensazioni Vissute e Raccontate da Alessandro MAZZIOTTI, durante la suggestiva festa della Madonna Del Pollino in uno scenario Primordiale

http://www.suonidellaterra.com .
alessandro Mazziotti

Dal 30/06/2000 Al 01/07/200

Facce semplici, rugose e abbronzate dal sole che qui sembra picchiare forte e sulla stessa piazza arriva ogni tanto qualcuno che sembra saper dove andare.
Ci troviamo qui su invito di Pino Salamone, costruttore e suonatore di zampogna (cui non piacciono le ance di plastica)che abbiamo conosciuto a Gennaio al VII° Festival della Zampogna di Maranola.Dopo un po' Pino ci viene a prendere e ci porta a casa sua. Sembra il santuario della zampogna:.ciaramelle un po' dappertutto, libri sul mobile, canne messe in un angolo a stagionare, sotto le scale zampogne d'ogni tipo appese al muro. La stanza non è molto grande, ma l'accoglienza lo è. Pino ci mette subito a nostro agio, ci offre del vino e comincia a suonare la zampogna. L'atmosfera si scalda, il suono dei bordoni penetra ogni fibra, si schiariscono gli occhi, gli sguardi s'incrociano e ci si sorride. Chi lo sa che troveremo su in montagna, alla Cappella della Madonna del Pollino?Arriva Domenico, il percussionista, con la sua cordialità infinita. Prende il tamburello e comincia a suonare. Momenti emozionanti di un'indescrivibile felicità. Si pranza e si fa un giro per il paese, o meglio per i bar del paese, ci presentano altre persone, altri ragazzi come Carmine, il figlio di Pino con la sua simpatia dirompente. Penso tra me e me: " devo registrare i suoni, devo fotografare queste facce, questi sorrisi, vorrei suonare, ma io non centro nulla con loro. Questo è un mondo che non mi appartiene, anche se sono tutti molto ospitali e gentilissimi, io qui sono un corpo estraneo. Che faremo su in montagna? Si decide di andare su. Ci si organizza con i posti in macchina (mi assicurano che una volta si saliva con gli asini).Pino va a prendere il padre, un anziano suonatore di Surdulina famoso in tutta la zona.
La strada sembra non finire più, buche, sassi, avvallamenti, strettoie, curve. Ad un certo punto mi dicono "siamo arrivati". Eravamo arrivati in ogni caso, perché c'incastravamo incastrati con altre automobili e trattori in senso inverso, in cerca di "parcheggio". Scarichiamo gli zaini e dopo un po' di peripezie riesco a lasciare la macchina. C'inoltriamo in quella che dovrebbe essere la festa, il cielo si comincia ad annuvolare, ma ci siamo, siamo arrivati !Passiamo tra parecchie bancarelle che vendono un po' di tutto, poste sull'ultimo tratto della strada. " Mah! La solita festa di paese", penso. Ma ad un tratto comincio a vedere tende da tutte le parti, fuochi, odore di terra bagnata, di fumo, di carne alla brace (mi assicurano che si tratta di pecora) ma …. che meraviglia …. il suono della zampogna proviene in lontananza, ma da ogni parte! Qualche organetto. Ci addentriamo per trovare il posto per accamparci. Tamburelli frenetici…. In qualsiasi posto ci fermiamo, ci offrono del vino e ci trattano come se ci conoscessimo da sempre. Troviamo il posto, ci presentano tantissime persone. Sembrano tanti fratelli, mangiano, bevono, suonano, sorridono, scherzano, sono tutti felici. Pino comincia a suonare di nuovo la zampogna.
Nel frattempo arriva Gaetano … mai visto prima … ci monta le tende vedendoci impacciati. Il vino proviene da ogni dove. Mi sembrano tutti inebriati e felici, e così bevo per sentirmi con loro, con le loro tradizioni bellissime, con i loro suoni, e i loro modi di socializzare tra esseri umani, modi che ho sempre sognato, ma mai trovato in nessun luogo. Siamo nella festa …. qui nessuno è più bravo, nessuno pensa a se stesso, qui si è tutti fratelli, ci si aiuta in ogni cosa, si divide tutto, dal cibo al vino agli strumenti musicali. E' strano, ma ci sentiamo parte di loro, e così cominciamo a suonare. La comunicazione tra persone è ai massimi livelli … di nuovo momenti di emozione. Mi soffermo ad osservare e ad ascoltare uno zampognaro che suona una quattro palmi e mezzo, si chiama Salvatore. La tarantella comincia ad avere ritmi serratissimi, alcuni anziani ballano, l'energia esplode e le "sonate" terminano tra grida, applausi, fischi ed euforia. In questi attimi nessuno dimentica il ringraziamento, e così parte la "Serenata alla Madonna del Pollino"… ci si muove, dove si va ?… Finalmente scopro dov'è la Cappella della Madonna, si entra suonando …. si suona, si balla nella Cappella …. in un luogo Sacro…la Serenata ….E' buio, ma la festa continua, e continuerà per tutta la notte, così come la pecora continuerà ad arrostire ininterrottamente sulle decine e decine di fuochi notturni ed il vino ad essere tracannato. Bisogna bere subito perché i bicchieri sono finiti e quei pochi sopravvissuti servono per tutti. Con le bottiglie vuote ci si suona …. con la "chiave d'ù maazzeno".Siamo fradici per l'umidità, le nuvole ci avvolgono, ma il ritmo incalza, interrotto soltanto per pochi istanti, per accordare le zampogne, per scambiarsi gli organetti, i tamburelli e le "totarelle".I vecchi vegliano nella Cappella. Arriva la processione con la fiaccolata, e ci si sposta tutti ad accoglierla con la "Serenata alla Madonna" che durerà circa mezz'ora di seguito…Momenti di commozione, ma il ritmo riprende. Oramai è l'alba…sulla montagna in festa…si fa colazione con vino, pane, pecora, "molognane" e bollito di pecora, ma la musica non s'interrompe, c'è la sveglia al suono di zampogna per quei pochi che si sono ritirati in tenda Sì ricomincia….E' il secondo giorno, ma vorrei che non finisse più. Verso le 16 si richiudono le tende, mi assicurano che ci si sposta alla fonte, poco più a valle. Arriviamo alla fonte. Si rimontano le tende, e si ricomincia. Si riaccendono i fuochi, la pecora si cuoce, e il vino non finisce mai, come la musica, come gli urli, come i balli. Si fa buio di nuovo, e la gente comincia ad andare via. Rimaniamo in pochi ma si continua a suonare fino a notte fonda. Breve dormita, e all'alba sveglia al suono dell'organetto. Si smonta e ci si sposta in paese. Colazione a casa di Pino, con soffritto, soppressata, vino, formaggio e liquore alle fragolette di bosco, naturalmente tutto accompagnato dal suono della zampogna di Pino. Si avvicina l'ora di andare, ed è il momento dei saluti, degli abbracci. Ci assale la malinconia ma ci rendiamo conto dei momenti di intensissima gioia liberata che non dimenticheremo mai più! Quei suoni, quelle facce, quelle sensazioni, quelle mani rese rudi e callose dal lavoro che si muovevano sui chanter delle zampogne, quegli occhi con lo sguardo fisso estasiato e felice dei suonatori, quegli odori, quei sapori, quelle montagne ……quei fratelli! Nella speranza di rivederci presto, la mia macchina comincia a muoversi …. ad andare …. al suono di zampogna…Grazie di cuore a: Pino Salamone e famiglia, Domenico Miraglia, Gaetano, Lorenzo e Antonietta, Gianni, Salvatore, Leonardo 1, Leonardo 2, Alberico e la sua consorte di Matera, Terranova di Pollino e tutti quelli di cui non ricordo i nomi, la Madonna del Pollino, il gruppo della "Totarella", i vecchi portatori della tradizione….

Alessandro Mazziotti

 

 


Il giardino innevato

da Fosso Iannace a Serra Crispo

Pubblicato da indio a 12/30/2007 08:12:00 AM 9 commenti Link a questo post.

La Serra di Crispo, con i suoi 2053 metri, è forse il posto più suggestivo dell'intero massiccio, tanto da essere spesso denominato con l'appellativo di "giardino degli dei", per la suprema bellezza che regna su questa montagna. Con la neve e il ghiaccio che avvolge i rami dei pini loricati lo spettacolo aumenta ancora di più. Sicuramente è in inverno, con la neve, che la montagna rivela i paesaggi e le atmosfere più segrete e misteriose.
Sono partito da Mezzana assieme all'amico Vincenzo, instancabile compagno di avventura. L'itinerario inizia dal sentiero delle superbe gole di Fosso Iannace, sentiero che da solo giustifica l'escursione. Mezzana e le altre frazionisono già lontane, giù a valle, avvolte dalla nebbia incessante di questi giorni. Arrivati al Fosso Iannace la nebbia è sparita. Da qui già possiamo vedere il mare di nebbia sospeso sulle valli del Pollino, giù, fino al Monte Alpi e al Monte Sirino. Il sentiero dei Fosso Iannace è ingombro di neve bassa e ghiacciata. Qui dimorano da secoli maestosi esemplari di abete bianco, mentre più sopra, aggrappati alla roccia, troviamo una colonia di giovani pini loricati. Arrivati a Piano Iannace è d'obbigo indossare le racchette. La neve è già qui alta ed asciutta. Siamo diretti al piano di Toscano. Incontriamo uno scoiattolo e una lepre che fugge via velocissima. Per il resto non sembra esserci altra forma di vita animale. Tutto è avvolto dal "silenzio bianco" del gelo e della neve. Al Piano di Toscano ci dirigiamo direttamente alla Serra di Crispo, salendo sui crinali avvolti dal bosco di faggio, che sottostanno alle rocce popolate dai pini loricati. Al giardino degli dei l'atmosfera è veramente fantastica: i pini loricati sono avvolti dal ghiaccio e dalla neve... sembrano quasi degli strani, giganteschi coralli. Dalla cima il paesaggio è mozzafiato: il mare di nubi è sospeso anche sulle valli della Calabria, fino al mare e circonda le vette della Timpa di San Lorenzo e della Timpa di Cassano… La vetta del Monte Sellaro sbuca più indietro dalla nebbia… Ci rifocilliamo un po', qualche telefonata per salutare amici e persone care, e poi ci mettiamo sulla via del ritorno, scendendo in direzione di Selletta della Porticella e quindi del Piano di Toscano. Purtroppo, visto che le giornate sono corte, bisogna procedere con fretta. L'ideale sarebbe prendersela comoda e campeggiare sulla neve un paio di giorni… magari scavandosi una bella buca nella neve come campo base. Arriviamo al tramonto a Piano Iannace, ci leviamo le racchette e ci dirigiamo di nuovo verso le gole. Sono ormai le cinque e il buio comincia a calare lentamente. Nella neve notiamo un gioco di sfumature e di riflessi rosso - volacei, quasi impercettibile… E' ora di adoperare la lampada frontale perché il buio avvolge ormai la foresta di faggi e abeti. Procediamo così nell'oscurità sul ripido sentiero, ripercorrendo le nostre tracce dell'andata. Bisogna stare attenti perché c'è il rischio, col buio, di non vedere bene dove si mettono i piedi e quindi di scivolare e cadere. Il cielo sopra di noi è punteggiato da migliaia e migliaia di stelle dalla luce brillante… i faggi e gli abeti slanciati vi si proiettano con le loro sagome scure . Non è facile di solito vedere un cielo così. Le stelle più lontane, a causa delle illuminazioni dei paesi, non si vedono affatto. A Roma, dove studio, ne riesco a notare a malapena una decina! Usciamo dal bosco portandoci sulla strada asfaltata. Il mare di nebbia non ha abbandonato le valli. Notiamo curiosamente che in corrispondenza delle frazioni e dei paesini la nebbia riflette la luce dei lampioni… E' un bellissimo effetto. Sotto di noi, verso il fossato e sul lato sinistro della strada, sentiamo i caratteristici grugniti di una mandria di cinghiali... L'escursione è finita e come sempre il Pollino, con le sue meraviglie e le sue suggestioni,ci ha ricompensati delle fatiche dell'escursione

Indio

 

 


APPUNTI SU SAN LORENZO

Lecce, 03/03/2008

L'immagine che ho di San Lorenzo alla mia età,va a ritroso nel tempo.ho vissuto pochi anni nel mio paesino,ma sono stati così intensi che hanno segnato tutta la mia vita,infatti i ricordi sono cosi intensi che mi sembra che il tempo mi abbia fatto una beffa a trascorrere così veloce. Ero stato in collegio a Pietrafitta nei pressi di Cosenza in un convento di frati francescani, cinque anni ho trascorso rinchiuso un po' come "il grande fratello",Ma la vita li era durissima con disciplina direi esagerata, senza vedere ne fratelli o sorelle ne parenti senza mai fare una vacanza a casa, in questo collegio c'era stato prima di me il mio compianto fratello Pietro poi trasferito a Tropea. Mio padre per penuria di denaro desiderava che in futuro diventassimo sacerdoti, perché eravamo stati catapultati lì senza una vocazione e senza una nostra volontà. Mio padre mi minacciava di mandarmi a pascolare i porci qualora avessi espresso la volontà di ritirarmi. Non fu così, appena tornato, mi accinsi a studiare da privatista presentando tre anni in anno a Lagonegro (PZ) ed intanto mi presi un piccolo diploma. Poi subito a Fare concorsi per un posto di lavoro, grazie a Dio vinsi due concorsi contemporaneamente: le Poste e la SME che
poi diventò ENEL. Io volevo entrare alle poste ma mio padre andò su tutte le furie perché voleva che io entrassi all'Enel. Dopo un corso di nove mesi a Napoli sono tornato a San Lorenzo in attesa che si costruisse una centrale che si doveva chiamare "MERCURE".Sono stato in attesa prima due anni a San Lorenzo, la Chiamata non arrivava mai e in questi due anni mio padre mi consegnò il mulo ed cominciato a capire quali erano le mie mansioni,: caricare legna, paglia, fieno,approvigionare l'acqua che all'epoca non esisteva in casa e si trasportava con i barili di legno, poi avendo l'agenzia del gas ,dovevo caricarmi le bombole sulle spalle per le vie e vicoli scoscesi del paese. Ma…. Arrivò il momento che non ce la facevo più e Decisi di partire verso il nord prima Milano e poi Como. Pima fui impiegato nella Società Singer e poi lavorai per altri tre anni a Como. Ma il ricordo di quei due anni al mio paesino: la gente, mi è rimasta nel cuore perché quando vedevano un ragazzino col mulo che non ce la faceva a caricare i barili si offrivano in molti ad aiutarlo Specialmente quando andavo al Villaneto a prendere l'acqua.Quando mio padre guardia comunale andava a ispezionare i boschi, io andavo con lui a cavallo al mulo ed io attaccato alla coda dell'animale. Facevamo lunge escursioni in tutta la vasta campagna se pur meravigliosa era molto faticosa. Oggi vorrei tornare a quegli anni ma solo per rivisitarla. Per andare alla chiesetta di S.Anna alla Falconara facevamo circa quattro ore a piedi ed io che ero fresco di collegio servivo la messa a Don Nicola Zaccaro mio padrino di cresima e anche mio professore
perché mi aveva preparato agli esami. Il ricordo di quegli anni, è rimasto indelebile nel mio cuore anche se non c'era la strada rotabile, l'acqua la fogna, la televisione la radio. Quando misero i primi televisori nei bar, la gente andava prima per accaparrarsi il posto della sedia per godersi " IL MUSICHIERE o LASCIA O RADDOPPIA " di M.Bongiorno. Ricordi che ispirano ancora il mio pensiero a scrivere liriche in lingua e in vernacolo e a dipingere cose del mio passato.

Domenico AGRELLI

IL BAULE DEL NONNO
di
Peppino Palazzo
Il nonno ha raccontato alle nipoti:


SAN LORENZO BELLIZZI.......... una volta!
San Lorenzo è un piccolo paese che si inerpica verso il lembo di una bellamontagnola. L'inverno era sempre rigido: la neve cadeva fitta sulle cime montuose e nelle valli e fino a coprire le case: fiocchi leggeri e bianchi trascinati dal vento; dalle gronde dei tetti pendevano i ghiaccioli. Il tempo era cupo e gelido, il luogo muto, il vento soffiava impetuoso e sferzava le finestre che fischiavano, a volte, il vento soffiava la neve fin dentro le case e la mattina quando si usciva di casa, la neve ci cadeva addosso. Qualche passero infreddolito e coraggioso, smarrito sotto la bufera, giungeva fin sul davanzale delle finestre alla disperata ricerca di cibo. La sera il paese era buio, bisognava farsi luce con la lanterna (non c'era luce elettrica) e sfidare le correnti d'aria, la famiglia restava raccolta intorno al focolare dove con un abbondante fuoco tentava di riscaldare la casa in pietra. L'inverno era terribilmente duro, i lupi affamati scendevano dalle montagne in cerca di cibo e, nelle campagne, mettevano a rischio le piccole e mal custodite mandrie dei pastori. Tutto è silenzio quando nevica e tutto dorme sotto il silenzioso turbinio della neve, la natura sembra muta, gli alberi sostengono con i frondosi rami la neve, dai camini escono pennacchi di fumo che spariscono nell'aria gelida, è veramente meraviglioso poter contemplare e godere siffatta natura. Quando sta per scendere la sera, si può ammirare e godere l'ultimo sole brillare con forza sulle montagne incappucciate di neve, la bellezza delle piccole valli innevate ed il piccolo paese assopito sotto il suo mantello bianco. Anche la luna che staziona nel cielo sopra il paesino sembra godere di tale incanto.
Tutto cambia quando giunge l'estate: il sole emerge brillante ad illuminare le possenti rocce, che si stagliano contro il cielo azzurro e le vette dei monti, i prati e le valli; la luce del giorno entra a fiotti nelle case. I fiori sbocciano di nuovo, ritornano a cinguettare gli uccelli da ogni albero, il loro canto si diffonde in tutta la campagna. Si incomincia a godere la natura piena di fiori: le rose, i garofani, le primule, le genzianelle con i fiori azzurri, i fiori silvestri dai petali delicati, i papaveridispiegano i loro petali e fiori rossi, grandi e solitari, fioriscono le onnipresenti ginestre con i bellissimi fiori gialli, le mimose bianche delle acacie, fioriscono gli alberi da frutta, è una natura piena di sfumature... rosso... azzurro... giallo...bianco... rosa ... viola... ocra... e mille altri colori. I boschetti, i cespugli sempreverdi, gli alberi emanano aromi pungenti ed in tutta l'aria aleggia un persistente profumo: è tutto un effluvio di profumi. Nella processione del Corpus Domini, nella seconda domenica di Giugno, le ragazze, portano cesti pieni di fiori di ginestre e d'altri fiori dei campi da lanciare devotamente al Corpo del Signore e le vie acciottolate restano cosparse di fiori ed ovunque aleggia una leggera fragranza di profumo. Il giorno trascorre lentamente fino al sopraggiungere del tramonto, il sole si nasconde dietro le cime delle montagne già infuocate e piene di luce. Scende il buio, il cielo si oscura poi spunta la luna, è un tripudio di stelle che nel cielo formano varie figure, nelle notti di luna piena si distingue nitido il carro dell'Orsa maggiore e dell'Orsa minore: tutto è silenzio e pace infinita. Il sole scioglie le neve e, di sbalzo, si possono osservare nuovi corsi d'acqua montana, rigagnoli e piccoli torrenti con improvvise cascate, che, dai pendii, confluiscono a poco a poco nell' impetuoso e schiumeggiante Raganello. Lo sciabordio delle onde scroscianti che andavano a frangersi contro gli enormi massi di rocce, echeggiava lontano in tutta la campagna e la schiuma esplodeva tra i sassi e aleggiava lungo il letto del torrente che scorre fino al mare tra profonde gole lungo la vallata scoscesa e tortuosa, tra profondi gorghi e imponenti sassi levigati dalla forza dell'acqua. Il paese gode dell'acqua fresca che scende dalla montagna che sgela. San Lorenzo è un paesino con case di pietra, a schiera, anche screpolate, addossate le une alle altre, basse, a volte erette su fondamenta oblique, che si dispiegano in file irregolari lungo le vie sterrate, tortuose e ripide, tetti di tegole rosse scolorite dalle intemperie. i muri anneriti conoscono tutta la storia del paese. Quando incominciano le prime nevicate e tutto è bianco ovunque lo sguardo si posa, è segno che l'inverno è già arrivato. I ragazzi correvano liberi in montagna, lontani dagli occhi dei familiari, attraversavano i torrenti, saltavano sulle pietre, scivolavano sulla neve ghiacciata, strillavano canzoni entusiasti di questi luoghi di grande libertà. Dall'alto delle rocce e dagli alberi giungeva il gracchiare dei corvi e delle cornacchie in cerca di cibo. I falchi volteggiavano alti nel cielo azzurro, pronti a lanciarsi a picco su qualche preda selvatica o animale da cortile. La campagna d'estate era un vivace concerto di canti, di voci di suoni e di rumori: Il concerto degli uccelli che popolavano gli alberi e dei grilli campestri, il gracidare delle rane, il belare delle pecore, il raglio dell'asino in lontananza, l'abbaiare dei cani, il vociare della gente della campagna, il suono dell'organetto e di qualche zampogna o ciaramella che i pastori solitari, che guidavano il loro gregge di pecore, portavano con sé per consumare il loro tempo senza fine: un mondo di voci, di suoni, di magia. Poi, al calar della sera, tramonti indimenticabili. I pastori conducevano i loro animali al pascolo ogni mattina dallo spuntar del sole fino al tramonto quando il cielo iniziava ad oscurarsi e le prime ombre della sera avanzavano a coprire la natura che si accingeva al riposo. Si dedicavano al pascolo ogni giorno, a volte ritornavano bagnati per qualche improvviso temporale ed i poveri vestiti si asciugavano al calore del focolare, pronti per il giorno dopo. Si aspettava con ansia la domenica. Le domeniche erano splendide, le valli sembravano più verdeggianti: il torrente più rasserenato, scorreva limpido e quieto, il vento portava gli aromi dei fiori silvestri e i profumi del foraggio. Tutti ci incamminavamo, da ogni dove, verso la cappella per assistere alla messa e per pregare. La cappella aveva sempre gli stessi odori di cera di candele, dell'incenso, l'aria profumata di canfora, con i segni della pulizia del pavimento appena lavato. A messa le donne portavano lunghi e severi vestiti fatti dalla sarta del paese, sulla testa o sulle spalle una mantellina o gravosi scialli scuri che incorniciavano il viso, i capelli lunghi accuratamente intrecciati. Gli uomini portavano i pantaloni di velluto, che schioccavano ad ogni passo, per proteggersi dal freddo e portavano anche una cappa di lana di colore nero, a volte con colletto di velluto, e cappello, nero anch'esso ....... tutto era dicolore scuro. Era consuetudine per le donne vestire di nero, a lutto, anche senza avere morti da piangere, ci si preparava in anticipo, ridere o manifestare contentezza era una colpa, portava malaugurio, maleficio,
effetti spiacevoli immediati o futuri, c'era, comunque, da aspettarsi una punizione soprannaturale per la colpa commessa. Restare sempre avviluppati alla tristezza preservava da colpe future da scontare. Si chiedeva grazie e si stringevano patti con Dio, con i Santi infliggendosi severe promesse a compenso delle grazie ricevute. Le grazie ricevute erano per lo più un naturale sviluppo di eventi, ma l'interpretazione era rigorosamente fatalistica: Uno scampato pericolo, il figlio che tornava vivo dalla guerra, la pioggia a lungo implorata e che ora scendeva copiosa sugli ortaggi e sui terreni seminati, erano preghiere esaudite da Dio e dai Santi, grazie concesse; ora toccava mantenere i primitivi patti stretti con i Santi. All'uscita dalla chiesa era usanza attardarsi a gruppetti nello spiazzo di pietra davanti la cappella, che era il luogo più pubblico del paese, per parlare, chiacchierare animatamente e stare in allegria, per guardare maliziosamente, scambiare qualche rapido sguardo con le ragazze in età di corteggiamento che giravano lo sguardo o rispondevano con sorrisi contegnosi, passeggiare sottobraccio tutto intorno o sfoggiare il vestito buono, atteggiandosi in posa, vogliosi di fare bella figura. I cappelli conici di feltro nero si sollevavano o si inclinavano per salutare con rispetto, d'estate gli uomini portavano la 'paglietta': un cappello di paglia a larghe tese per proteggersi dai caldi raggi del sole. I bambini giocavano vivacemente, c'era tanta felicità anche nella povertà. Si ritornava a casa ed a pranzo si gustavano i 'rascatidr', (pasta fatta in casa lavorata con un apposito ferro, condita con sugo di carne di capretto o di agnello) prima del pranzo si rendeva grazie a Dio per il cibo che ci si accingeva a consumare. Un altro piatto molto prelibato era 'u laganidr' (pasta fatta in casa, condita con sugo di lardo, ceci, e finocchio selvatico). Gli abitanti del paesino erano tradizionalmente cattolici, per il Natale prima si andava in chiesa e poi insieme a tavola. La mamma, preparava la ''Pasta ca mudrica'' (pasta fatta in casa condita con sugo di baccalà e mollica di pane soffritta) piatto tipico della cucina paesana. Poi si gustava: prosciutto, salame, formaggio di capra e pecorino. Dopo la cena di Natale in tavola si mettevano castagne, fichi secchi, noci, l'uva passa, il tutto prodotto in proprio, mentre dalla finestra si godeva il calar della neve, bella, soffice, silenziosa. Durante il pomeriggio i bambini del paese giocavano per le vie, si rincorrevano, entravano nelle case, aperte a tutti, ad augurare le buone feste, e ricevevano dalle famiglie crespelle, pezzi di dolci caserecci, confetti... frutta, e felici per le vie strillavano canzoni. A Pasqua dopo la cerimonia religiosa si riuniva tutta la famiglia ed altri parenti per mangiare insieme le specialità del paese. Gli sposalizi erano sempre occasione di grande festa per tutta la famiglia. Al mattino la cerimonia civile ed al pomeriggio la cerimonia religiosa, poi il grande ricevimento per gustare il capretto e cibo arrosto alla brace e la festa si concludeva con canti e balli, al suono dell'organetto, tamburo e bottiglia, si ballava la tarantella che era il ballo più comune e che tutti avevano la pretesa di saper ballare. La vita era dura in quel tempo, tutti i membri della famiglia lavoravano: gli
uomini lavoravano la terra, non esistevano macchinari agricoli, tutta l'attività era fatta a mano. I comuni attrezzi da lavoro erano la zappa, il piccone, la falce, la pala, l'accetta, l'aratro di varie dimensioni. Le persone erano semplici, gente di montagna con poche esigenze, snelli, forzati vegetariani quasi tutti lavoratori dei campi o della terra dediti all'agricoltura o pastori, quasi in ogni dimora c'era qualche animale, l'immancabile maiale doveva sostenere la famiglia per tutto l'anno. La sera, all'imbrunire, i contadini tornavano a casa con i loro arnesi da lavoro sulle spalle, curvi, camminavano con aria umile e dimessa per la stanchezza, dopo una lunga giornata di duro lavoro nei campi. Portavano berretti scuri con la visiera per proteggersi dal sole durante il giorno, le pesanti scarpe di cuoio sbattevano con forza i tacchi imbullettati sulle vie acciottolate, avevano rustiche camicie, pantaloni di velluto ove non era raro vedere delle toppe. La maggiore preoccupazione era il sostentamento per tutta la famiglia durante il lungo inverno, sempre gelido. In primavera e dopo che la neve si era sciolta, con l'aratro tirato dai buoi, si seminava spargendo il seme con le mani: si seminava grano, mais, ceci, lenticchie...,si piantavano patate, fagioli, peperoni, pomodori. Cosi pure si piantavano alberi di castagno e noce, tutto dedicato al consumo della famiglia,
si conservava tutto in un grande granaio, durante l'inverno si consumava, l'anno seguente si poteva anche vendere quello che avanzava. Maturato il grano, le donne non le falci lo mietevano e formavano dei piccoli fasci, i bambini raccoglievano le spighe. Si procedeva poi a spulare il grano con una pietra tirata da un mulo o da un asino o da buoi. L'animale girava, girava, poi, tutta la famiglia era impegnata per arieggiare il grano. Si approfittava di quando il vento spirava a favore, era più propizia la notte con le correnti d'aria, perciò si dormiva anche nell'aia. Si raccoglieva la paglia che poi si trasportava fin dove veniva conservata per
alimento degli animali. Il grano veniva trasportato con gli asini al granaio per la riserva prima che giungesse l'inverno.
Le donne, in gravosi sacchi posti sulla testa, portavano al mulino ad acqua il grano ed il granturco per essere macinati, ridotti in farina per fare il pane casereccio, pasta e polenta, durante l'inverno. Le pannocchie di mais venivano raccolte quando non erano ancora del tutto mature e si lasciavano ammucchiate fino alla maturazione completa. Le donne sedute su sedie o muretti di pietra sgranavano le pannocchie del mais direttamente nei sacchi, le foglie si usavano per il cibo degli animali, ma anche
per riempire i materassi dei letti. Quando si sbucciavano le pannocchie era una festa, si chiedeva la collaborazione anche dei parenti ed amici o vicini di casa, chi trovava una spiga rossa aveva il diritto di scegliere a chi dare un bacio, nel contempo si arrostivano e si cuocevano anche le pannocchie appena sbucciate da consumare nella serata. Gli uomini lavoravano nei vigneti, raccogliendo l'uva, producevano vino, raccoglievano i tralci che si usavano per alimento degli animali. Inoltre le donne raccoglievano anche le olive. Prima che arrivasse l'inverno le mucche, le pecore, le capre, le galline venivano raccolte nelle stalle
per proteggerle contro la neve e dalla gelida stagione invernale. L'acqua era originata dalle sorgenti naturali che scendevano dalla montagna tutte verso il torrente, si trasportava in barili fino a casa. Per altri usi e l'igiene personale si usava anche l'acqua piovana che veniva raccolta in ampi recipienti, in genere in tinozze fatte dal falegname del posto, la mattina ci si lavava il viso con l'acqua della bacinella. Le donne, con grande destrezza, trasportavano l'acqua montana da fontane naturali fuori paese in capienti barili adagiati sulla crocchia di capelli neri intrecciati in mezzo alla testa ispessita con un fazzoletto a forma di corona.
In un recipiente di legno, ricavato da un tronco di quercia, semplicemente incavato e con i bordi alti, portavano i panni a lavare. Era importante la raccolta della legna prima che arrivasse l'inverno sempre rigido e con molta neve, le donne ed i bambini la trasportavano in casa.

Maria Susana PALAZZO, Sandra VERGAGNI

(Elaborazione di Quintino Palazzo)


 

Pellegrinaggio alla Madonna Del Pollino
Un ricordo d'infanzia di Costantino Faillace

Zia Mariarosa (conosciuta come "Mariarosa i Murano"), la sorella maggiore della mia seconda madre, donna poderosa e di grande determinazione, viveva a Bellizia con suo marito, all'altro lato delle Timpa di San Lorenzo. Qualche volta veniva da noi, specialmente per la festa di San Lorenzo o quella di San Rocco. Il viaggio era lungo e lei, pesante com'era, non se la sentiva di affrontare spesso un viaggio così faticoso. Una volta arrivò da noi verso l'inizio di luglio, ma non si fermò che per pochi giorni in quanto doveva prepararsi per "sciogliere un voto" alla Madonna del Pollino. Mi rivolsi a lei e dissi: "zia Mariarosa, perchè non porti anche me alla Madonna?" "Fiju miiu, a madonn è tanto luntana e tu hai solu nove an i unsì abituat a camminà tant, ma sì mamma tuia dice di sì io ti ci port!" Guardai mamma e lei, dopo aver riflettuto un pò abbozzò un sorriso. Questo fu sufficiente perché l'abbracciassi; poi disse: "vedìme che dice papà! Io unpuzz decide tutt i cose!". Ero certo che mamma e zia Mariarosa avrebbero convinto papà a darmi il permesso. Non dormii tutta la notte per l'ansia di partire e vedere l'altro lato della timpa. Zia Mariarosa era venuta con lo zio Antonio, chiamato "Ntnnii i sciqu" , percorrendo la strada della Falconara, alternandosi con zio Antonio in groppa al mulo. Quest'ultimo non poteva restare molto dovendo accudire gli animali. Partì, infatti, il giorno dopo. Dopo tre o quattro giorni anche noi ci preparammo per la partenza, ma non percorremmo la strada della Falconara, perchè troppo lunga e faticosa, ci conveniva fare "a scala i barile", un passaggio difficile, lungo le Gole del Raganello. Questa avventura mi eccitava molto e m'intimoriva nello stesso tempo: sapevo, dai tanti racconti che avevo sentito, che il percorso era pericoloso; in più bisognava passare vicino alla "Grutta y Marsilia!". Marsilia era una brutta strega che viveva in una delle tante grotte e di cui si raccontavano ai bambini tante storie terribili. Ma io ero con zia Mariarosa, lei sì che era forte, altro che la mia mamma che era sempre ammalata!

Così, finalmente partimmo! Il percorso non presentò nessun problema fino a che raggiungemmo il Raganello; ora però dovevamo attraversarlo ed aveva ancora abbastanza acqua, gorgogliando fra i grandi massi. La zia, dopo un'attenta osservazione, indicò il percorso da fare. Così, saltando da un masso all'altro, anche se le mie gambe erano corte, riuscii, con grande soddisfazione di zia Mariarosa, ad arrivare sull'altra sponda senza cadere nell'acqua!
Ora sì che veniva il brutto, ci si avvicinava sempre più a Marsilia!
"Zi Mariarò, tu l'hai mai vista Marsilia?", chiesi a zia Mariarosa.
"No. iu unajjia mai vista, so storie che si cuntano!" Disse un po' scettica. Questo mi tranquillizzò.
"Ma tu mo nu' pinsá a Marsilia, pensa addu mitti i pidi se no cadi....., qua ce nu gran pirrupu! Tu statte sempre arrita a mia che si scivuli ci sung io!". Così, la seguii a brevissima distanza, strisciando sul sedere e mettendo il tacco della scarpa nella cavità della roccia, dove lei m'indicava.
Piano, piano, con molta attenzione, riuscimmo a superare l'ostacolo presentato dalla roccia scivolosa e con accentuata pendenza. Superato questo difficile percorso riprendemmo a conversare allegramente e, finalmente, mi fu possibile vedere l'altra faccia della timpa: una parete verticale, altissima, piena di buchi con tanti grossi uccelli che volavano in alto lungo la gola che incominciava ad ampliarsi. Guardando tutti quei buchi della parete rocciosa mi domandai chi mai aveva potuto farli e se qualcuno vi abitava. Ma io non avevo più paura! Nessuno poteva scendere giù da quella parete.
Arrivati a un piccolo pianoro ci fermammo per bere e mangiare qualcosa. La zia mi disse: "I buchi non sono solo nella parete di fronte, sono anche sotto i nostri piedi, più avanti ti farò vedere un gran buco vicino alla strada".
Dopo non molto, infatti, sentimmo come un rimbombo sotto i nostri passi. La zia disse: "Guarda là, in fondo a quel punto più basso vi è una gran buca e se tu ci butti una pietra, rimbomba fino a che non si sente più".
"Zia, posso avvicinarmi e buttarci una pietra?",
"Vengo con te così non ti avvicini troppo".
Ci avvicinammo piano piano alla depressione e io buttai con forza una pietra, quasi arrotondata, nella grande buca dove rotolò con tanti rimbalzi fino a che non si udì più nulla!
Riprendemmo il cammino! Man mano la strada si faceva più ampia, percorribile con asini e muli; poi apparvero i primi terreni coltivati e s'incominciò ad incontrare gente, curiosa di sapere da dove venivamo. Ci chiesero tante notizie del paese e di gente che io conoscevo perchè venivano a comprare "la roba" da papà!
Quando arrivammo alla masseria, zio Antonio ci venne incontro sorridente. "Sei stato bravo a fare a piedi tutta questa strada, sarai certamente molto stanco!".
" Sono un poco stanco, ma ho molta fame!!"
"Bene, qui il pane non manca, noi coltiviamo il grano e lo vendiamo pure!".

La zia cominciò a ispezionare la casa e ordinò di preparare da mangiare. Nel frattempo arrivò anche zio Francesco, il fratello di zio Antonio, e sua moglie, che chiesero tante notizie di parenti e amici di San Lorenzo. Giacché la zia era stanca, mangiammo ciò che era pronto: una bella frittata di uova con la salsiccia, una grande insalata di pomodori del loro orto e la ricotta fresca, morbidissima, fatta la mattina. Dopo aver mangiato con molto appetito e con gusto, andai a letto sprofondando nel materasso fatto di foglie di granoturco.

Le masserie di zio Antonio e di zio Francesco erano molto vicine, a distanza di qualche diecina di metri, così io, nei primi giorni, passai il mio tempo un po' da zio Antonio ed un po' da zio Francesco, facendo molte domande e assistendo alla mungitura delle pecore e delle capre. La mattina ero sempre presente per assistere alla mungitura e alla preparazione del formaggio. Spesso aiutavo a trasportare il secchio del latte che veniva poi versato in una grande pentola dove veniva bollito per fare la ricotta e il formaggio. Ogni mattina, la prima ricottina veniva preparata per me, che mangiavo a colazione. Alcune volte andavo a pascolare le capre con il garzone, che viveva con lo zio Antonio da sempre. Non ricordo il suo nome; era basso, un pò storpio ed un pò scemo. Rideva sempre senza un perchè! Faceva un po' di tutto; infatti, oltre che guardare le capre, preparava il pasto per i maiali, zappava l'orto, puliva la stalla e faceva da messaggero fra una masseria e l'altra.
Le due masserie erano fornite di tutto ciò di cui si poteva aver bisogno vivendo lontano dal paese. C'erano galline, conigli, tacchini, oche, maiali, oltre alle pecore e alle capre per fare il latte e ai buoi per l'aratura e la trebbiatura del grano. Vi erano anche due bei muli per gli zii e alcuni asini per il trasporto. Una sorgente forniva abbondante acqua che veniva utilizzata per irrigare l'orto, in cui si coltivavano vari tipi di verdura, per uso domestico e per abbeverare il bestiame. Con tanti animali, il concime non mancava di certo. Non mancava davvero niente! Si poteva affrontare l'inverno con serenità con la casa riscaldata dal grande focolare. La legna da ardere era sistemata intorno alla fattoria. C'era davvero tanta vita in quei tempi a Bellizia!

Dopo circa una settimana dal nostro arrivo, la zia cominciò a fare i preparativi per andare alla Madonna del Pollino. Bisognava partire molto presto perchè la strada per raggiungere il santuario era lunga, ci volevano molte ore a percorrerla e bisognava arrivare prima che la chiesa fosse piena di gente.
Verso le cinque del mattino del giorno fissato per la partenza, aprendo la porta, mi accorsi che c'era altra gente che ci aspettava; era appena arrivata da una masseria non molto lontana. Al gruppo si unì anche la moglie di zio Francesco. Quest'ultimo restò per sbrigare le faccende delle due masserie mentre zio Antonio e zia Mariarosa erano assenti.
La strada era davvero tanto lunga ma non faticosa. Durante il percorso altra gente si andò unendo a noi. C'era chi si impegnava a canticchiare le canzoni sacre in elogio alla Madonna, chi raccontava storie varie, chi suonava l'organetto e chi la zampogna, era una bella carovana di gente allegra e spensierata, desiderosa di divertirsi. Dopo aver viaggiato per tre ore, ci fermammo presso una fontana per fare colazione, ormai non eravamo molto lontani dalla meta. Ognuno aprì il proprio cesto incoraggiando il vicino a "favorire". La maggior parte della gente mangiò salsiccia con peperoni, uova e patate, accompagnati da qualche bicchiere di vino! Dopo colazione , un giovane cominciò a suonare l'organetto, era molto bravo, e incitò i compagni a ballare. In un baleno si formò un gruppo di ballerini che invitarono le donne a ballare la tarantella. Queste non si fecero pregare, accettarono con piacere di iniziare delle movenze di danza. Durò solo pochi minuti, poi tutti vollero riprendere il cammino.
Arrivammo alla Madonna verso le 9 e mezzo e già c'era tantissima gente accampata, la chiesa era già piena e la messa stava per cominciare. La zia si fece strada fra la folla con una certa energia fino a che raggiunse la sacrestia da dove, dopo un po', riapparve abbracciando un gran cero colorato e decorato con immagini sacre. Noi ci sistemammo non lontano dall'altare, mentre restava aperto un passaggio dalla porta fino all'altare riservato a chi lo voleva raggiungere.

Lo scioglimento dei voti

La maggior parte della gente che si reca alla Madonna del Pollino, percorrendo lunghissime distanze, vuole chiedere una grazia per superare difficoltà sentimentali, di salute o di affari, oppure vi si reca per sciogliere un voto fatto da tempo e per il quale ha già ricevuto la grazia. Nel primo caso si fa un vero e proprio patto con la Madonna: "se tu mi aiuti io mi impegno a ripagarti ritornando da te per sciogliere il voto portandoti quello che ti ho promesso". Molte persone percorrevano scalze la distanza dal luogo di partenza fino al santuario, impiegando fino a due giorni.
Adesso che con le macchine si arriva in poco tempo, il significato della visita al santuario è in parte cambiato: ci si va principalmente per fare una scampanata con pic-nic in compagnia d'amici e parenti; pochi vanno per chiedere una grazia o sciogliere un voto come avveniva una volta! Ma, torniamo alla mia visita al santuario con zia Mariarosa.

La chiesa era ormai colma di gente nell'attesa di vedere apparire dalla sacrestia il prete con i chierichetti. Sulla porta della chiesa apparve una donna con i capelli sciolti. La gente, a fatica faceva spazio per permetterle di raggiungere l'altare e "sciogliere" il suo voto! La donna s'inginocchiò e si protrasse con il corpo in avanti appoggiandosi sulle palme delle mani, poi abbassò la testa fin quasi a toccare il pavimento, tirò fuori la lingua e incominciò a strisciarla sul pavimento stesso mentre avanzava carponi verso l'altare. Una scena che mi fece rabbrividire, mi venne la pelle d'oca sulle braccia. La gente rimase immobile, silenziosa, senza commentare, mentre lei avanzava verso l'altare. Quando mi fu vicina, vidi la sua lingua sporca di terra e arrossata dal sangue per le abrasioni che aveva prodotto lo strusciare sul pavimento. Ne rimasi scosso e turbato. A questa donna, poco dopo, ne seguì un'altra che aveva legato un sacchetto per ogni ginocchio. Si spingeva avanti col corpo appoggiandosi sul palmo delle due mani, e, come la donna precedente, avanzò lentamente verso l'altare, mentre il suo viso accusava forti dolori. Dopo la messa iniziò la processione che io seguii stando attaccato alla veste di mia zia, come mi aveva comandato per non perdermi mentre lei abbracciava amorevolmente il suo grande cero votivo.
Appena usciti dalla chiesa seguimmo la processione con la Zia Mariarosa che immersa nella sua devozione, continuava ad abbracciare il suo grande cero.
"Zia", le chiesi "ma che vi era in quei sacchetti che quella donna aveva sotto le ginocchia?". "Ciceri" mi rispose la zia,
"Ceci" . "E perchè se li è messi sotto i ginocchi"
. "Per farsi male" disse la zia.
"E perchè si doveva far male?"
" Per ringraziare la Madonna della grazia ricevuta",
"E quell'altra donna che strisciava la lingua per terra?".
"Anche lei l'ha fatto per ringraziare la Madonna".
Restai abbastanza sconcertato. "Ma zia, perché la Madonna vuole che la gente debba tanto soffrire per ricevere la sua grazia?".
"Non è la Madonna che vuole questo; è la gente che desidera dimostrare in tutti i modi la sua gratitudine alla Madonna per la grazia ricevuta, offrendo il proprio dolore!"
La zia mi spiegò anche che tutti quegli oggetti in argento, alcuni in oro, che avevo visto vicino all'altare ed in sacrestia rappresentavano i voti sciolti per ringraziare la Madonna della grazia ricevuta, quasi sempre per la guarigione di una persona cara.

Dopo la processione si formarono vari gruppi e per tutti incominciò la festa! Alcune persone si riunirono per mangiare altre per suonare e ballare, per cantare, o solamente per incontrarsi e salutarsi con affettuoso calore. L'aria di allegra festa coinvolse tutti, incluso me e durò tutta la giornata, Poi, quelli che erano giunti da non molto lontano si prepararono per il ritorno, mentre quelli che provenivano da paesi lontani si apprestarono a passare la notte all'aperto per ripartire la mattina successiva di buon'ora. Noi eravamo fra questi ultimi.
Io, in ogni modo, non sarei tornato con la zia; avremmo viaggiato assieme per un tratto, poi avrei proseguito con alcuni miei paesani per ritornare a San Lorenzo, facendo la strada della Falconara.
Nel separarmi da zia Mariarosa e da zio Antonio li abbracciai con commozione, ringraziandoli di avermi portato con loro a una festa tanto bella. Così ci salutammo.
I miei paesani spesso mi chiedevano se volevo mettermi sul loro asino o mulo "per riposare", io rifiutai un paio d volte. Quando mi accorsi che ero abbastanza stanco, accettai. Fui sollevato e sistemato sulla groppa di un asino fino alla fermata successiva, presso una fontana, per fare colazione. Anche qui c'era molta gente e tanta allegria, con l'organetto che ci invitava a ballare.
Arrivammo a San Lorenzo nel pomeriggio. Io ero stanco ma felice di aver viaggiato con tanta gente e visto bellissimi luoghi, Mi sentii quasi un eroe, orgoglioso di raccontare il mio viaggio ai miei compagni di scuola!.

 

U PURTULAN
di Giuseppe Ventimiglia

Camminare lungo i sentieri del pollino, tra i boschi di faggio, mi emoziona sempre. Sarà perché mi riporta con i ricordi all’infanzia, ma sarà anche perché si entra in uno stato di completa unione con la natura. Comunque io lo faccio quasi tutti gli anni: dalla fontana di Chidichimo al piano Mandria e qualche volta fino al casino Toscano. A proposito di lunghe camminate, vi vorrei raccontare una storiella che forse pochi conoscono e che a noi Sanlorenzani, quando si era piccoli, ci raccontavano i genitori ed i nonni per dissuaderci dal chiedere di andare alla festa della madonna del pollino, la prima domenica di luglio. Dissuaderci perché raggiungere il santuario a piedi o con gli asini infiocchettati a festa, ci voleva una lunga marcia di 8 ore per andare e 8 per ritornare, oltre a 2 giorni e 2 notti di permanenza nel bosco,sotto un capanno fatto di rami e di felci, a festeggiare con vino, carne di capretto e organetti, ballando la tarantella pastorale in mezzo al bosco. Ma non solo. Alcune volte succedevano anche delle vere e proprie risse, persino con l’uso del coltello, con i “madonnari” di Cassano Jonio, con i quali c’è sempre stata una rivalità. Questi facevano i gradassi, grazie alla nomea che portavano: i “guappi di cassano”. Ma con i sanlorenzani non l’hanno mai avuto vinta. Si raccontava che persino sull’incanto alla madonna nascevano dispute. Forse perché ci si aspettava qualche grazia, per cui, avere dei concorrenti che giocavano al rialzo dell’incanto, che consisteva in denaro da offrire al santuario , creava attriti fra le parti. In queste condizioni si può immaginare il disagio, nel portarsi dietro i piccoli. Comunque troppe grazie di solito la madonna non ne faceva , tranne quelle, forse, di consolidare e portare a buon fine i fidanzamenti nati in quel luogo detto“santo”. Dunque per convincere i piccoli a restare a casa con i nonni o con gli zii che non andavano alla festa, si raccontava la storiella del sentiero che portava al santuario, il quale, oltre ad essere lungo e
faticoso presentava un punto difficile da superare, una specie di passo con una grande porta, situata circa al termine del bosco
“Principessa”- ricordato dalle belle foto di Costantino ., Tutti i ragazzini non ancora in età consentita, che si accingevano per la prima volta ad andare alla festa, per poter oltrepassare il suddetto passo dovevano pagare una sorta di pedaggio. A guardiano del passo ci stava una specie di grande orco che si chiamava “u purtulanu”. Era un essere orripilante, sporco e prepotente, che non permetteva a nessuno di fare il furbo. Il pedaggio che i ragazzini dovevano pagare consisteva nel “vasà u cul allu purtulanu”. Beh, il solo pensiero faceva rabbrividire. Anche perché la puzza che emanava era talmente forte che il solo avvicinarlo avrebbe lasciato addosso un odore talmente nauseabondo da tener lontano tutti per l’intera durata della festa. La cosa quindi funzionava, quasi tutti desistevano . Bisognava aspettare che si diventasse giovincelli, quasi in età da fidanzamento, per partecipare alla festa. Effettivamente era anche l’occasione per conoscersi e far germogliare nuove storie ,magari dietro il ben volere di zie e parenti che avevano manovrato dietro le quinte. Oppure ufficializzare fidanzamenti già sbocciati con la benedizione della madonna. Questa è la storia del “sentiero du purtulanu”, che portava al santuario del pollino. Oggi il sentiero è cambiato. Si va con le automobili e “u purtulanu” non si vede più. Forse è meglio…forse è peggio, chi lo sa dire? Forse il viandante che percorrerà a piedi i sentieri di un tempo , lo incontrerà ancora… chissà.



General Pico 27 luglio 2009

A tutti i Sanlorenzanni :
sono Amanda Vito , la nipote minore di un sanlorenzano : Giovanni Vito, nato a San Lorenzo, nell' anno 1888. Non ho conosciuto molto mio nonno perchè è morto quando io era ancora piccola, per cui, conosco la sua storia tramite i racconti della mia famiglia. da loro ho saputo, che Giovanni era molto legato e aveva molta nostalgia della sua terra d'origine, parlava sempre dell'Italia coi suoi amici del quartiere di San Lorenzo , di Alberti (paese di tanti Sallorenzani che contribuirono alla nascita e al suo sviluppo) purtroppo non è mai potuto ritornare in Italia , ha avuto una buona vita , qui ,in Argentina , però non gli era possibile ritornare e neanche avere notizie della sua famiglia in Italia .

Quando nel mese di giugno io e mia sorella siamo stati a San Lorenzo, ho avuto un misto di sentimenti : sono stata felice di trovare e conoscere il paesino di mio nonno che tanto desiderava rivedere, contenta di vedere la sua casa , felice da mangiare nel ristorante " pino loricato " ma allo stesso tempo ho sentito un po' di tristezza , perche' credo che sia stato molto difficile per mio nonno lasciare la sua famiglia , la sua terra.
San Lorenzo Bellizzi è un luogo meraviglioso è un paesino bellissimo , la sua gente è molto amabile , molto gentile e veramente , mi sono sentita, come se fossi a casa mia , ho pensato anche che doveva essere mio nonno a stare li , con me .
Tutto era un sogno !!!!io sono nata a Alberti , un piccolo paesino che ho dovuto lasciare tanti anni fa . so bene , come tanti di voi quello che si sente e si prova vivere lontano dal luogo dove si nasce .
Mi sento vicina a tante cose d' Italia , ai miei amici , ai miei parenti , alle persone che abitano a San Lorenzo , alla lingua iIaliana ( che sto imparando ),. al suo calcio, a tante altre cose !!!
certamente , questo viaggio , mi ha dato la possibilità di conoscere e trovare le mie origini ma e' stato per me fantastico!!!! magari , qualche giorno, potrei ritornare, sarebbe bellissimo !!!!!
Mi mancano le parole per esprimere tutto quello che sento!!!, scusatemi,
un grosso abbraccio per tutti
Amanda


Se tornasse giovane farei le stesse cose che ho fatto fin qui.


I miei 70 anni ( Peppino )

Mi racconto un po'.

Ragazzo cresciuto a Sermo in una famiglia numerosa, 8 fratelli più genitori 10-
Io già da piccolo avevo il mio compito di lavoro: ( curavo i tacchini ) man mano che si cresceva si accedeva, compiti superiore, si passava di grado nella cura degli animali- es. maiali, pecore, capre,
mucche, buoi da lavoro, muli per il trasporto.
Ogni componente, della famiglia aveva il suo compito- 5 maschi 5 femmine-
Ai maschi generalmente, li toccava di occuparsi delle bestie e dei campi, alle femmine il compito;
della casa degli e animali domestici-
A scuola sono andato 7 anni- per me l'anno scolastico iniziava a gennaio, perché in autunno avevamo molto da lavorare nell'azienda, es. raccolto, semina, vendemmia, fiere, ecc.
Nonostante tutto, io a scuola recuperavo e a fine anno risultavo uno dei più bravi della classe, più volte capoclasse- il mio maestro era Vincenzo Mazzei
A 21 anni vado militare e dopo il congedo emigro a Milano, dove mi sono fermato a lavorare e in seguito ho messo casa.
Nel 1969 mi sono sposato con Caterina ( splendida moglie, splendida mamma, splendida nonna )-
Poi le 2 splendide figlie Maria Pia e Monica- le bellissime e brave nipotine Gaia, Silvia e Teresa-
Sono felice di essere così come sono. Peppino.

 



 

Estate dell’anno 1970 - Il mio viaggio a San Lorenzo Bellizzi

E’ una giornata assolata e calda, tipica dell’estate. Siamo diretti a San Lorenzo Bellizzi. Le ginestre e i pruni fiancheggiano la strada stretta e polverosa che s’inerpica sui pendii tortuosi della montagna. A mano a mano che si sale, il paesaggio offre una varietà di colori e di profumi. I fichi d’india, dal loro cladodio piatto e pungente, si mostrano nel loro splendore offrendo alla vista squisiti frutti che occhieggiano accattivanti per le loro gradazioni di colore intenso, dal giallo
oro all’arancione del sole infuocato che batte sulla terra bruciata. I rovi spinosi, dai lunghi rami intricati ed irraggiungibili nella raccolta dei loro frutti neri, lucenti, dolci, dissetanti, gustosissimi al palato e trionfanti nella loro regalità in attesa di strappare indumenti e graffiare braccia e gambe nude a ignari visitatori, offrono volentieri le loro amaranti more ad animaletti che vi si posano dolcemente e delicatamente per succhiare in tutta tranquillità il liquido zuccherino ed ingoiarne i numerosi semi. I finocchietti selvatici, dai fiori gialli e semi aromatici e piccanti per ghiotti uccelli e per salsicce nostrane, fanno mostra di sé lungo il ciglio della strada ed invitano i passanti a fermarsi per ammirare il meraviglioso spettacolo della natura.
L’aglio selvatico dal suo profumo intenso par che dica: raccoglimi! raccoglimi! Mentre l’origano odoroso e la nepitella selvatica dai fiori purpurei fanno capolino tra l‘erba argentea mossa da un timido venticello che offre un po’ di frescura senza sconvolgere la pace, la quiete e la serenità dei luoghi. Il viaggio continua. Il paesaggio cambia aspetto. Si vedono burroni che sprofondano ripidi, terra arsa dal sole, anfratti, rifugi sicuri per animaletti selvatici che guardano stupefatti turisti per caso. Un immenso silenzio è rotto dal cicaleccio di uccellini e dal frinire continuo delle cicale tra le bionde stoppie dei campi di grano e dei papaveri in fiore.
Finalmente si giunge in un luogo incantevole: un pianoro incastonato tra altura e altura. Gli occhi si perdono nell’ammirazione di querce maestose e lecci sempreverdi che protendono i loro lunghi rami verso il cielo turchino. Lo sguardo si posa su api che volano di corolla in corolla, di insetti che ronzano tra i fuori e su file di formiche operose, intente a trasportare provviste per l’inverno.
Una sorgente d’acqua freschissima sembra dire al viandante: fermati qui, rimani ancora un po’, bagna i tuoi piedi e le tue mani, rinfrescati il volto sudato nelle mie acque limpide e cristalline, dopodiché riprendi pure il tuo cammino!. Tutto intorno sembra che le alture proteggano questo luogo incantato, non contaminato dalle mani dell’uomo. Si ode un suono lieve di campano appeso al collo di animale al pascolo. Poco dopo le pecore, seguite dal pastore e dai cani, fanno la loro comparsa per ristorarsi all’acqua della fonte ed alla frescura delle piante. Il pastore, con un bastone in mano, si toglie il cappello e, con la curiosità di chi non vede spesso gente durante la giornata, saluta e chiede bonariamente al forestiero il luogo di provenienza e d’approdo. Dopodiché si disseta, indica il cammino ed augura buon viaggio. Con l’animo più sereno e con la prospettiva imminente dell’arrivo al luogo stabilito, si prosegue con tenacia. Tra curve, tornanti ed inizio di brevi discese, ecco, s’intravede una casupola in pietra e poi un’altra ancora che, situata sul ciglio della strada, mostra i segni della mano dell’uomo: rondelle di grosse zucche allungate, sbucciate e private dei semi e peperoni dal rosso acceso appesi a fili o bastoni di legno per l’essiccazione e la conservazione per il lungo periodo invernale; cesti di vimini situati in bella mostra e costruiti dal padrone di casa all’ombra della grande quercia ed utensili intagliati con mano esperta ed operosa, ricordo di un tempo andato; lana cardata da dita veloci di donne per soffici guanciali e morbidi materassi; pecore ricoverate nel recinto che, accovacciate all’ombra di un muretto, drizzano le orecchie per ascoltare il silenzio rotto dal rombo di un motore. Un gesto della mano invita a fermarsi un poco. L’accoglienza è confortevole. Tra un caloroso saluto ed un cordiale scambio di idee di circostanza il percorso riprende.
Finalmente un cartello stradale indica il nome di un paesino: San Lorenzo Bellizzi, protetto
dall’omonimo santo. E’ un paesino molto raccolto, sembra un presepe con casette basse in pietra, con scalinate senza protezioni e con balconi ornati di piante aromatiche, messe a dimora in secchi vecchi di fortuna. Donne vestite di nero siedono sulla scala con le comari a ricordare il tempo della loro giovinezza, a raccontare avvenimenti come la celebrazione di un matrimonio tra giovani sposi pieni di sogni, aspettative e speranze per un futuro radioso oppure lo scroscio della pioggia quando scende precipitosamente e inonda le strette vie trasportando con sé tutto quello che incontra lungo il
percorso. La quiete è interrotta da grida e schiamazzi di bambini che corrono e saltano nelle viuzze tra galline che razzolano impassibili alla ricerca di formiche e vermetti ignari di essere divorati. Il raglio degli asinelli rompe la monotonia della giornata apparentemente sempre uguale per acquietarsi nel momento più atteso: masticare lentamente l’odoroso e fresco fieno. Anche i maiali che sembrano dormienti davanti alle porte con il loro grugnito intermittente ed il loro caratteristico odore, ostacolano il passaggio, ma rendono gioiosa la vista al ricordo della preparazione di saporiti prosciutti e gustose salsicce.
E’ bello trovarsi in questo borgo antico ed è lieto sentirsi accolti ed amati come se si fosse nati qui in questo meraviglioso ambiente custodito da occhi indiscreti e conservato nelle abitudini e tradizioni antiche susseguitesi di generazione in generazione: ecco da dove derivano tanta pace interiore e pochi affanni se non quelli per la pioggia se ne cade tanta, per la siccità, per la neve, per la grandine o per il ghiaccio.
Gente saggia che in cuor suo sa che questa è la vita, non c’è da avvilirsi più di tanto perché c’è un tempo per odiare ed uno per amare così come diceva Qoelèt. Si, questo è il vivere semplice, sereno e tranquillo senza l’affanno per il domani, ma confidando sempre in Dio e nella buona sorte. “Dove vai? Da dove vieni? Siediti, siediti, fermati un poco! Tanto la giornata è lunga e possiamo scambiare due parole!”
Con questa semplicità di pensiero e di sentimento si allacciano i rapporti umani per non sentirsi soli e non far sentire solo l’altro, ma far capire che in ogni momento anche doloroso si può contare sull’aiuto reciproco, sulla solidarietà e sull’amore verso il fratello. Gente accogliente che sa vedere con gli occhi del cuore: bastano pochi gesti, parole appena accennate da comprendere al volo, modi di dire molto creativi ed esclamazioni per condensare tutto un discorso.
Perle di saggezza da interiorizzare ed imparare a farne buon uso al momento opportuno, Persone generose ed accoglienti verso il forestiero non soltanto a parole, come: “tras, tras, bevi nu bicchir e mangi na pasta secc”; il tutto accompagnato da gesti affettuosi e da un cuore grande grande sempre pronto a donare. Il tempo passa lento lento, ognuno ne gode e se ne appropria, ma con tutta la bontà dell’animo viene regalato volentieri sia nei momenti gioiosi che in quelli tristi per gioire con l’altro e per portargli conforto e sostegno sia spirituale che materiale.
Parole pensate con la mente, uscite dal cuore e pronunciate con labbra sincere e col sorriso negli occhi, sono molto belle, ma ancora più significativi sono gli esempi ed il modo semplice e leale, ma ricco di significato e sentimento.
Un grazie immenso a queste persone che nella semplicità, nella gioia e nella consapevolezza che Dio è sempre con noi e ci protegge, ci regalano momenti di pace, di fiducia e di speranza.

Lina MAZZUCCA

IL VIAGGIO DELLA MEMORIA
di Quintino Palazzo

Giuseppe PITTELLI

Fedele Gugliotti guardava fisso questa fotografia e, parlando, la sua memoria riportava a galla pensieri vetusti trasmessi dalla sua gioventù, mi ricordava i tempi trascorsi e mi raccontava i suoi ricordi.
Mi raccontava dell’amicizia profonda che legava questo gruppo di amici nati verso la fine deglii anni venti e sentivo la sua anima viaggiare verso questi lontani ricordi mai scalfiti dal tempo. Percepivo nella sua voce la dolcezza del racconto di una fiaba e vedevo ancora nei suoi occhi i visi amati di coloro che hanno terminato il loro viaggio terreno e hanno lasciato tanti ricordi.Fedele porta ancora, sempre con sé, conservate nel suo portafogli, le loro fotografie, ogni fotografia gli ricorda qualcosa sopita nel tempo, ma riposta nella sua memoria. E’ proprio vero che il cuore dei morti rimane ai vivi.

C’erano i disagi del tempo, ancora l’eco ed il rumore della guerra, tanta incertezza nel futuro, ma tanta voglia di vivere
Questi studenti erano costretti a lunghi percorsi a piedi per raggiungere le sedi degli studi o a dorso dell’asino per raggiungere Cerchiara e prendere il postale. Oggi un ipotesi remota, relegata a qualche ricordo raccontato da chi ha vissuto quei lontani tempi. Giuseppe Pittelli gli recitava le sue poesie, ma lui non riusciva a capirne il significato, anche gli altri amici, erano compagni inseparabili di vita…, Italo Fallace, Reginaldo Mazzei, Giuseppe Faillace, Paolino Zipparri, Alfredo Cavalieri e tutti gli altri… una parte della propria esistenza vissuta insieme e totalmente condivisa, una sensazione di gioia, di comunione con il mondo.Erano tutti legati al proprio parroco Don Vincenzo Mazzei che li aveva trasformati in attori di teatro, ognuno recitava la sua parte nella scena e nella vita, ignari del domani, ma tanto ottimismo.

Si andava al mare… a Raganello… perchè Raganello era il loro mare.

Giornate passate a divertirsi, a chiacchierare, a programmare, a proiettare nel futuro la realizzazione dei propri sogni, a parlare delle ragazze della loro età, di una canzone da cantare sotto la loro finestra, a sognare amori maliziosi, complicati dal luogo e dall’ambiente, amori impossibili da vivere nella normalità. E le ragazze nella loro affascinante giovinezza, intimamente vivevano gli stessi sentimenti e desideri, repressi però dalla concezione di vita legata al tempo ed al luogo.
A loro era preclusa anche la possibilità di seguire corsi di studi per non mettere p a rischio la loro purezza fisica o morale

.Un giorno, ne erano certe, anche loro avrebbero realizzato i loro sogni di un matrimonio con il ragazzo che aveva conquistato il loro cuore, sarebbe arrivata anche per loro la gioia, la resurrezione. Ci si preparava ad essere gli uomini del domani, ma, isolati dal mondo, chi avrebbe mai ipotizzato che questo gruppo d’amici… in assenza di danaro, avrebbe prodotto: avvocati, notai, medici, sacerdoti, letterati, professori, stimati professionisti… una generazione questa veramente straordinaria.
Intanto si passavano le giornate in compagnia a girovagare per il paese o adagiati su sedili di pietra a sciupare la giovinezza, sempre proiettati nel domani, dominati dalla voglia di dominare i propri pensieri, di riuscire nella vita, di immaginare un avvenire di gioie. Le loro voci risuonavano nel vuoto e si perdevano nel silenzio e vi era anche solitudine, un triste senso di pace. A sera il canto di qualche uccello notturno, lo stormire delle fronde, il rumore dei loro passi nelle viuzze strette e tortuose, chiuse tra muri sgretolati che davano tristezza al luogo...
il chiarore della luna illuminava i loro passi durante le lunghe passeggiate, le nuvole incoronavano il paese assopito nella sua desolata calma che trasmetteva una sottile angoscia.Le stelle vegliavano dall’alto, la luce lunare, pallida e sottile, proiettava una malinconica bellezza,
ma tanta inquietudine, vaga e indefinibile, sull’incertezza del domani! Poi il malinconico silenzio della notte, l’aria notturna, calma e densa di profumi, penetrava attraverso le finestre; gli eterni sogni continuavano a vivere anche nel sonno.

Poi quasi tutti si lasciarono dietro il paese ed i ricordi per nuovi percorsi di vita altrove, spinti dalla necessità, ma anche dalla smania del nuovo e del lontano, dall’ansia di liberarsi, di infrangere le catene, dal giovanile desiderio di terre lontane, verso orizzonti più vasti, a rompere il ritmo pacato, uniforme, di quella esistenza, e scrivere la propria storia cammin facendo.

Le case dove loro hanno vissuto la loro giovinezza, ora disabitate o abitate da altri, richiamano laloro immagine e con tanta malinconia ci ricordano che il tempo scorre come l'acqua del fiume e di questo pur vivido passato ci restano solo i ricordi ed i rimpianti.

Fedele andò a lavorare in Germania ove per circa vent’anni esercitò il suo mestiere di maestro calzolaio.

Fugge l'ora foriera di ricordi...
la dama si è sguarnita di pedine!
di stanchi volti a cui volevo bene
cosa rimane nelle vuote mani?
solo questo "finale di partita" !

IL TEATRO POPOLARE
che cos’è il teatro?


1) Gigino Mazzei
2) Nicola Pittelli,
3) Italo Faillace,
4) Don Vincenzo Mazzei,
5) Alfredo Cavalieri,
6) Faillace Giuseppe (monaco),
7) Leopoldo Zipparri (non il fratello di Paolino) ,
8) Paolino Zipparri,
9) Reginaldo Mazzei,

Da sinistra seduti:

10) Leonardo Leone
11) Enzo Leone
12) Peppino Chiaradia,
13) Ciccio Scaldaferri,
14) Gildo Cavalieri,
15) Peppino Zaccaro,
16) Amedeo Cavalieri (fotografo



Vuole rappresentare i valori di una comunità, della gente che vive insieme supportata dalle proprie tradizioni. E’ il racconto della vita di tutti i giorni, la rappresentazione deiproblemi, delle speranze e delle paure.


La foto sopra, davvero storica è infatti, testimonianza tangibile di un primo vagito culturale, prima delle lotte per ottenere i
servizi più essenziali.

E’ con vivo piacere che presentiamo questa fotografia, davvero rara,gentilmente fornitaci dal Dott. Costantino Fallace - con i personaggi
del primo teatrino di San Lorenzo nell'agosto del 1947! Quasi tutti questi personaggi hanno poi raggiunto importantissimi traguardi


Il vecchio cimitero

Da ragazzo, nella mia campagna, a sera, sotto la splendente luce lunare mi sedevo spesso, solo, su un sasso sul bordo del canale vicino casa ad ascoltare lo sciabordio dell'acqua che scorreva in quel luogo solitario e si perdeva tra i sassi, lungo il percorso.
La totale solitudine mi faceva pensare spesso alla morte. Anche quella solitudine si avvicinava alla morte. il primo funerale che io ricordo non era un vero funerale: vedevo un morto per la prima volta.
Mio zio era morto in campagna, una campagna distante molti chilometri dal paese. E' stato trasportato faticosamente, dalle Valline, a braccia dai pochi parenti e conoscenti tra le anguste e pietrose vie mulattiere, lungo tutto il percorso fra infinite difficoltà dalla campagna scoscesa fino al paese, su una barella: un telo legato a due assi di legno. Quando capii che lo zio era morto, non riuscivo ad immaginare come poteva essere lo zio da morto. Avevo spesso chiesto alla mamma perché uno moriva, ma non ero mai riuscito a capirlo, i segreti della morte continuano a persistere. Quando il triste e povero corteo passò vicino alla nostra campagna, ci accodammo per seguire il feretro fino al vecchio cimitero, allo Sgotto.
Era, dunque, il primo morto che ho visto, immobile, disteso sulla barella. Il mio ricordo assomiglia a un brutto sogno ormai sbiadito. Quel cimitero mi è rimasto sempre nella mente. Anche una zia è morta in campagna: era stata morsa da un calabrone velenoso mentre mieteva il grano, la zia non aveva resistito al veleno iniettato da questo insetto.
Nel vecchio cimitero, inattivo ormai da quasi quarant'anni, ora, si entra spingendo uno stridulo cancello arrugginito, legato ad un supporto con una catena, anch'essa arrugginita: ogni visita è un momento d'angoscia: dentro, tanta tristezza e tanta solitudine. In questo piccolo, vecchio cimitero c'è seppellita gente conosciuta da ragazzo, che tante volte, incontrandola, avevo salutato e che è ancora nei miei ricordi ormai sbiaditi. Nomi tante volte sentiti pronunciare che rievocano angosciosi sentimenti vissuti negli anni lontani della fanciullezza.
Mi tornano alla mente i muretti di pietra nella piazza dove si è seduta tanta gente a chiacchierare, e che ora non c'è più, lo spiazzo dietro la chiesa dove si giovava con piastrelle di pietra fino al buio della sera. Giochi poveri per gente povera. Avevo seguito anch'io qualche funerale forse per curiosità più che per i sentimenti profondi che scaturiscono dinanzi a una dipartita verso l'eternità.
Restava l'eco dell'ultimo discorso di rimpianto e di elogio pronunciato, a volte, all'uscita dalla chiesa. Dopo la messa funebre la folla si dispiegava in un lungo corteo dalla Chiesa del Carmine salendo lungo le vie strette ed acciottolate e poi s'inerpicava per un sentiero che portava al cimitero in cima al paese, sempre con la bara a spalla. Il viandante aveva finito il suo percorso: era l'ultimo viaggio terreno e dava ora l'ultimo saluto a questo mondo e gli accompagnatori ora consegnavano la sua anima a Dio.
Qui ancora strazianti pianti, come usa la gente del Sud, e la disperazione dei parenti. Poi calava la sera ed il buio. Il morto sostava ancora nella piccola cappella, appena a destra
dell'entrata, ora mezza diroccata, scalcinata e senza porta, sul muro centrale ancora una piccola croce di legno legata ad un ferro, ancora qualche polveroso vaso di fiori imperituri.
Il morto veniva poi seppellito all'indomani. Il custode del cimitero, un vegliardo che chiamavamo "Corinivir" per la sua proverbiale freddezza d'animo, dava al morto l'ultimo saluto o rimprovero, anche calci alla bara (si diceva), per quello che aveva fatto nella vita prima del suo definitivo distacco. Poi i parenti ed amici tutti raccolti in casa o intorno al focolare, piangevano ancora il morto: si consumava un altro rito funebre che durava fino a tarda notte fra pianti, strazi, disperazioni, singhiozzi, sbiascicati lamenti dinanzi al doloroso distacco.
Le donne angosciate con i capelli spettinati piangevano disperatamente, giungevano anche a solcarsi il volto con le unghie. Gli uomini cercavano di nascondere le lacrime: non era mai dignitoso per loro farsi vedere piangere. Poi altri amici e conoscenti a presentare la loro cerimoniosa pietà, già predisposti al rito della rappresentazione del proprio dolore per questo distacco. Poi, esaurite le parole, volti muti, silenziosi con gli occhi fissi al suolo. Qualche parente impietosito portava loro qualche cosa da mangiare per interrompere il lungo digiuno connesso al dispiacere. Si consumava questa povera cena quasi con colpa: veniva interrotto il sacro dolore, per un rito materiale, non c'era posto per alcun conforto dopo la separazione ed il dolore, anche tanta partecipazione e tanto affetto non riuscivano a dare pace al cuore.
Nelle notti buie tutti evitavamo di attraversare la via del cimitero allora un luogo isolato, dovendoci proprio passare, si intonava qualche canzone solitaria per farci coraggio. Il cimitero dormiva solitario, i morti non erano mai morti del tutto, potevano risvegliarsi, potevano apparirci di notte, venirci in sogno e dare rimproveri o suggerimenti. Nei dintorni, di giorno, qualcuno portava al pascolo la sua capretta, già ricchezza per la famiglia per il latte che riusciva a dare. Chissà che un giorno questi morti che hanno continuato a vivere nei ricordi, quei volti su cui era scalfita la storia della propria vita, visi sempre presenti che ci hanno lasciato strada facendo apriranno gli occhi in un sorridente mattino dopo un lungo sonno ristoratore e torneranno tra noi per iniziare un'altra vita! Forse è una chimera, è il sogno dell'eternità.
Le poche tombe non hanno resistito alla voracità del tempo: tempeste violente, venti vorticosi, tante piogge, tanta neve, tanti anni. Si presentano scalcinate e diroccate, screpolate, qui solo la morte è eterna. Tra le ossa dei morti nascono erbe, fioriscono gelsomini e violette. In mezzo, nel piccolo e vecchio cimitero abbandonato, veglia ancora la tomba dell'arciprete Don Vincenzo Mazzei, da morto ancora in mezzo alla sua gente. Li il tempo si è fermato. Croci arrugginite con un nome quasi non più leggibile. Il sole del giorno dà calore al luogo, la luna, nel fresco della notte, come lampada dal cielo, rischiara e veglia su queste tombe: l'ombra dei pochi cipressi intrisa di luce lunare si spande su queste minuscole croci, le loro tristi foglie cadute ammantano il prato. L'arcobaleno di vivi colori si incurva dietro le timpe, l'orizzonte del cielo si unisce alle cime delle montagne del Pollino, i raggi inclinati del sole danno l'ultimo saluto, le nuvole si rincorrono nel cielo. Chi erano queste persone che avevano affollato il paese e le campagne, dato vita a questi luoghi e che ora non sono più? Questa gente ha calpestato vie, stradine tutte sassi, colline irte, viottoli, vicoli e sentieri, vallate, montagne, rocce, ha visto il sorgere del sole ed il suo tramonto, la neve che seppelliva le misere case, ha vissuto le amarezze e le gioie di una vita fatte di magre ricchezze, questi uomini che nelle sere d'inverno affollava le piccole cantine seduti intorno a un rustico tavolo dove la sera trascorreva lentamente con dinanzi allo sguardo un quartino di vino, pronti anche per una partita a carte, e le solite storie raccontate già tante volte. Gente che ha visto sfiorire la sua giovinezza e consumare la sua esistenza nel duro lavoro dei campi. Ha arato la terra, zappato la vigna, condotto il suo gregge al pascolo, ora riposa nel vecchio cimitero: un riposo eterno. Hanno raccontato le loro avventure belliche, gli scampati pericoli di morte tante volte molto vicina. Mio padre, mi raccontava di una bomba scoppiatagli a lato durante la ritirata a Vittorio Veneto, (insignito poi del cavalierato), creando un fosso; deve la vita ad un compagno che lo ha estratto da quel fosso, per sua fortuna, indenne.
Mi chiedeva se al Nord - dove lui, "ragazzo del '99" aveva fatto la guerra - c'erano ancora quei treni, quelle gallerie, quelle stazioni: ricordi nostalgici ancora stampati nella sua memoria, per una vita tanto diversa per chi fino a 16 anni aveva vissuto in una remota campagna. Non era raro a tarda sera all'ora del ritorno a casa, barcollanti e felici dopo aver affogato le tante tristezze di una povera esistenza in qualche bicchiere di vino, sentire allegre aree di vecchie canzoni, già cantate dai nonni e dai padri echeggiare nell'aria serena a rallegrare anche il sonno di chi già dormiva.
Le donne restavano in casa e la sera, alla luce della piccola lampada a petrolio, filavano davanti al focolare, per fare calze e maglie di lana grezza per l'inverno per quando arrivava il vero freddo. Di giorno giungeva il fioco tintinnio dei campanelli delle piccole mandrie, il belare delle pecore che, quasi adagiate alle falde scoscese della montagnella dirimpetto al cimitero, nei terreni e nelle vigne quando ancora non c'erano le case, segnalavano la loro presenza e davano vita a questi luoghi silenziosi, vivacizzati solo dallo zirlìo dei grilli e cicale e dal canto degli uccelli. Non era raro vedere le gru emigranti solcare il cielo in lunghe ed interminabili file e noi a guardarle gli occhi volti al cielo. Quanta gente ha concluso qui la sua esistenza! Ora sulle loro ceneri veglia una misera croce ed il silenzio della notte: Ora questo cimitero non accoglie più chi abbandona questo mondo.
Il tic-tac dell'orologio del campanile ci ricorda che, comunque, prosegue il nostro cammino verso il cielo. Noi non sappiamo più nulla di loro, ma il passato regna ancora su di loro. La loro anima aleggia ancora in questo luogo triste ed abbandonato. Le notti profonde si uniscono a questa pace monotona e triste che tiene seppellita una parte di storia che ora più nessuno ricorda e che non interessa più a nessuno. L'emigrazione ha portato lontano tanta gente che in molti casi non è mai più tornata, hanno abbandonato i loro morti, solo con se stessi. Tanti di loro ci hanno anche lasciato, strada facendo. Sento nostalgia per questa gente dal cuore antico, del loro mondo contadino miseramente essenziale, della loro unica lingua, il dialetto dei loro padri, ricordo i loro abbigliamenti, le loro usanze. Resta nei miei ricordi di bambino questa gente che popolava la piazza all'uscita dalla Chiesa nei giorni di Festa, la processione della Domenica delle Palme allorché anche i pini divelti nella Timpa e portati in processione sembravano camminare con la gente che procedeva contenta e composta. I ritorni dai sentieri delle lontane campagne percorsi a piedi per ore di cammino a stanchi passi con la zappa sulle spalle o a cavallo dell'asino, e le donne con il barile d'acqua sulla testa che tornavano dalla fontana. Ricordo le sere passate al lume della piccola lampada a petrolio nella modesta casa di campagna a Piano del Medico, una pace cimiteriale rotto dall'abbaiare fioco dei cani in lontananza confuso con le infinite voci della natura, in perfetta simbiosi, noi e l'infinito in un irriducibile isolamento. Si aspettava con tanto ardore la festa della Madonna del Pollino e si sperava di poterci andare: un lungo viaggio a piedi attraverso la montagna: una festa da poter raccontare: tre giorni di vivacità, un'occasione di grandi incontri: i gruppi provenienti a piedi dai vari paesi circostanti si incontravano lungo i sentieri della montagna per poi proseguire insieme: si beveva, si cantava, si ballava, di giorno e di notte. Si attraversava il cuore del Pollino.
Ci sono stato anch'io avrò avuto 14 anni e ci sono andato da solo: fu una vera pazzia, ma non ho mai dimenticato questa avventura.
I giovani andavano alle feste di compleanno e di fidanzamento per ballare la tarantella, Si ballava anche nell'aia, se la raccolta del grano era stata copiosa, si ballava e si festeggiava se la raccolta dell'uva prometteva un buono ed abbondante vino. Ogni anno torno a rivedere questo cimitero: una desolata finestra verso un remoto passato e sempre mi pervade un'amaro sconforto, il totale senso del nulla.

Quintino Palazzo

NOI EMIGRATI DA SAN LORENZO BELLIZZI

Già.....noi emigrati da San Lorenzo Bellizzi!.

Emigrare è stato sempre difficile e doloroso, è sempre difficile lasciare... perché anche il cuore ha le sue ragioni. Si lasciano persone entrate vitalmente nella nostra esistenza, magari insieme, si sognavano altri ideali e lasciare... diventa doloroso, apre ferite nel cuore, si frammentano i giovanili, primitivi sogni, si avverte un senso di vuoto, di solitudine, di sradicamento, di non appartenenza, un'assenza penosa. L'abbandono della propria terra, della propria cultura genera angoscia, un dramma interiore, un vuoto esistenziale, quasi una "tenera volontà di pianto".

Allora partire è sempre un po' morire? No. Pur vero, preferiamo pensare che partire è come rinascere: si parte per acquisire conoscenze, per divenire, per essere, per (a dirla con Dante): "divenir del mondo esperto…"; per costruire un domani più sicuro ai nostri figli che dovranno trasformarsi negli uomini del futuro, ...ma si soffre, comunque, per
questo passaggio:

"Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! tratto dalla speranza di fare altrove fortuna..... tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso."
(A. Manzoni)

Ogni partenza, dovunque avvenga, genera sentimenti sempre uguali ed universali: si parte, ognuno con il suo fardello di ricordi e speranze.

Partire è mettersi in cammino: il cammino dell'uomo verso la propria realizzazione. L' emigrante deve sempre guardare al futuro, pronto a cogliere ogni occasione, attento al turbinio dei segnali.

Più si viaggia, più si cresce, attraverso un processo - molto complesso - di inculturazione, ma si resta sempre tenacemente attaccati alle proprie radici.

E' sempre difficile: c'è il conforto di poter offrire il nostro lavoro, ma ci vuole coraggio al cospetto di una ridda di pensieri incerti, anche se illuminati dalla speranza.

E' difficile partire perché la meta riserva tante sorprese e tanti imprevisti, nascono ansiosi interrogativi, perplessità e paure e la consapevolezza che la vita cambierà, che la vita è già cambiata.

Si cercano idee, si fanno progetti, si raccolgono tutte le nostre forze. Si progetta per edificare il domani, per costruire il proprio futuro sulla roccia.

E le rocce, figure retaggio della nostra fanciullezza, sempre li mai scalfite dalle intemperie, ci invitano ad emularle, a costruire il nostro futuro sulla roccia consono all'insegnamento evangelico, e la forza ed il coraggio, l'audacia e la perseveranza devono
illuminare i nostri passi.

Di volta in volta sempre diverse situazioni mettono a nudo le nostre fragilità umane, ma non si deve tornare indietro, non si deve essere mediocre. La mediocrità è quasi un fallimento.

Il nostro protettore S. Lorenzo ci protegge da laggiù: andate io sono con Voi, sempre, tutti i giorni.

Quando noi torniamo a San Lorenzo, non torniamo soltanto per i parenti, per gli amici, per il paese, per le meravigliose e solitarie rocce, le montagne, il campanile che scandisce le ore della giornata, Raganello, le vie, la piazza, la chiesa, le case, l'aria, l'acqua, tutti riuniti in un vivace ricordo che tanto ci lega al nostro paese.
Torniamo anche per ritrovare quella parte di noi stessi che, partendo, abbiamo lasciato li. Lì c'è sempre un pezzo della nostra anima che non ha voluto emigrare e ci porta ad immergerci in una dimensione quasi onirica nell'amorevole ritorno alla memoria dei sogni frantumati, ma vitali nella nostra esistenza, a ricordarci che le nostre radici sono rimaste qui.

L'Associazione sanlorenzana-lombarda, informale ed evocativa, ha lo scopo di ritrovarci tutti, per un pranzo in qualche ristorante delle colline lombarde per trascorrere una giornata in compagnia, conversare, chiacchierare, programmare, per parlare, nel nostro originario linguaggio, del tempo trascorso e delle cose belle vissute, dei ricordi, dei progetti, uscire dalla frenetica quotidianità per immergersi, per una giornata, in una dimensione tutta nostra in seno alla terra che ci ha accolto. I ricordi ci consolano, non perché si vive o si deve vivere di ricordi, ma è un invito da un'epoca lontana, a recuperare, per qualche momento, quello che siamo stati, in una specie di ritorno alle origini …a dispetto del tempo che scorre impercettibile.

Noi Sanlorenzani siamo uomini di tenace volontà, duri come le rocce che ci hanno sempre protetti in un grandioso abbraccio, positivi e caparbi, gente di cuore, gente che lavora, riusciamo quasi sempre nei nostri progetti anche se soli con noi stessi.

Mi risuona prepotente nella memoria l'eco della poesia di Giovanni Pascoli:

"Ascesi senza mano che valida mi sorreggesse.../...E salgo ancora, da me, facendomi da me la scala, tacito assiduo;.../ ...Da me, da solo, solo con l'anima.../...salgo; e non salgo, no, per discendere ma per udir scrosci di mani, simili a ghiaia che frangono...

Ma, mi torna alla mente - con soffusa tristezza - anche il motivo del «El viajero» del poeta spagnolo Antonio Machado: Il viaggiatore («l'emigrante») che ha il volto del reduce sconfitto, che non ha trovato la terra del sogno: il «lontano lito» indi, un graduale spegnersi delle illusioni, un progressivo invecchiamento. Un salto, un vuoto biografico, un sogno di gioventù «non mai vissuta», come se non avesse mai viaggiato e vissuto: un viaggio fallimentare, il suo, concluso con il ritorno al luogo da cui era partito nella "sognante età".

Sta di nuovo tra noi il fratello caro,
nella penombra del salone avito:
lo vedemmo partire un giorno chiaro
(sognante età!) verso un lontano lito.

Oggi v'è ormai tra le sue tempie, argento,
un ciuffo grigio la sua fronte cela;
e nei suoi sguardi il freddo turbamento
un'anima ancor esule rivela:

Agli alberi d'autunno i rami gialli
si sfogliano nel parco smorto e vecchio.
La sera, dietro gli umidi cristalli,
si colora, e nel fondo dello specchio.

Il volto del fratello si schiarisce
soavemente. Fioriti disinganni
dorati dalla sera che languisce?
Ansia di vita nuova in nuovi anni?

Rimpiangerà la gioventù perduta?
Lungi restò - la grama lupa - morta.
La bianca gioventù non mai vissuta,
teme che torni a urlare alla sua porta?

Sorride al sole d'oro
della terra di un sogno non trovata?
Vede il suo scafo arare il mar sonoro,
d'aria e luce la bianca vela enfiata?

Egli ha visto cader negli albereti
foglie vizze d'autunno, le odorose
fronde dell'eucalipto ed i roseti
un'altra volta con le bianche rose...

Questa pena, ch'è dubbio e nostalgia,
il tremor d'una lacrima reprime,
e un gesto di virile ipocrisia
nel suo sembiante pallido s'imprime.

Serio ritratto alla parete splende
ancora. Noi tutti divaghiamo.
Nel grigiore domestico s'intende
il ticchettio del pendolo. Taciamo.
(Antonio Machado)

Quintino Palazzo

Tutti gli esseri umani sono esuli. Siamo nati e non sappiamo perché, moriremo e non sappiamo perché. Ognuno è un profugo perché non sappiamo nulla della nostra missione su questa terra. Patisco da quando ho cominciato a capire.
(I.B. Singer)


ESULI -olio su tela-
(V.Tarantino
)

Quest'opera si trova presso la "Art Gallery of New Millennium" di Schffhausen-

Approfitto di questo scritto dell'Amico Quintino Palazzo sull'emigrazione dei Sallorenzani.
Mio padre è stato un'emigrante, prima in Germania e poi in Svizzera. Mi ha insegnato molte cose, prima di tutto il rispetto per il diverso, per chi bussa alla porta, per chi non è stato fortunato, per chi lotta giorno dopo giorno per sopravvivere, per chi ruba perchè ha fame, Sì anche per chi ruba.
Ho dipinto questo quadro per lui, ascoltando le sue storie di emigrante in Germania. Quando essere emigranti significava dormire in baracche costruite apposta per loro, essere trattati come gli ultimi degli ultimi, avere la possibilità di tornare tra i propri cari, se tutto andava bene, solo due volte in un anno. Solo l'orgoglio di uomini, solo la forza e l'amore per le famiglie lontane li faceva sopravvivere e dava loro coraggio e forza per affrontare umiliazioni e fatiche. Questi uomini soli in grandi città vuote, soli tra le luci dei grattacieli, soli con la sofferenza, soli con i loro ricordi.
Uomini pensierosi e scarni con, volti sofferenti, con lo sguardo diretto nel vuoto.
Sono ombre senza volto con un'anima pensante ma inesistente per tanti che possono osservarli con indifferenza
.
Questo solo per dire: Ricordiamoci di loro" .

Vorrei citare questo breve scritto di Enzo Cuscito molto significativo.

"Quando avverrà il giudizio, Gesù non porterà a testimone l'agenda delle presenze a liturgie e sacramenti, né avrà interesse sulla provenienza etnica, culturale e religiosa degli uomini. "Al tramonto della vita, saremo giudicati sull'amore" aveva scritto San Giovanni della Croce. E, stando alle parole del Cristo, sull'amore donato ai poveri, ai miserabili, ai dimenticati, agli stranieri. Purtroppo. Purtroppo per leghisti e per i fanatici della superiorità della razza, della patria, della religione e del viso pallido. Purtroppo per tantissimi cattolici da bene, che frequentano assiduamente messe e processioni, sermoni e sacramenti.
Cattolici che, come insegnava Jean Guitton "hanno così rispetto della Bibbia, che non la toccano nemmeno". Poiché il cristiano che guarda con odio e inimicizia il volto dello straniero, che non l'accoglie, che non lo considera fratello, ignora il senso di quel dirsi cristiano. Ignora che in quel "negro, in quello sporco straniero", c'è quel Cristo crocifisso di cui si proclama orgoglioso difensore. E non perché lo dice un povero prete o un cattocomunista. Ma perché è scritto nelle Scritture, dall'inizio alla fine. Perché il Dio di Abramo, di Giacobbe, di Mosè, di Isaia, si proclamava il Dio dello straniero, il Signore dei popoli oppressi, il Santo dei poveri. Perché quel Cristo che ci ha resi cristiani è stato chiaro: chi accoglierà gli immigrati accoglierà me. Chi invece avrà rigettato lo straniero, avrà rigettato me. "E se ne andranno, questi al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna" (Cfr. Matteo 25, 31-45).

Perché, per le corte memorie dei difensori dell'italianità, della pelle bianca ed occidentale e della religione appesa al muro delle tradizioni, per i difensori del crocifisso prima e crocifissori dello straniero subito dopo, anche la vita di ciascuno di noi è un esodo, un migrare da un principio ad una fine. Rassegniamoci, dunque. Siamo tutti pellegrini erranti, stranieri su una terra che non ci appartiene e che ormai mal ci sopporta.

Vincenzo TARANTINO


 

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