Patrizia MAZZEI

Patrizia Mazzei è nata a Villapiana. Giovanissima, ha insegnato per alcuni anni a
S. Lorenzo Bellizzi, anche nelle scuole rurali, a contatto con luoghi aspri e
solitari, pienamente immersa nella realtà della vita di questo paese a cui è
rimasta sempre vitalmente legata e dove torna spesso a rivivere i suoi giovanili
ricordi.
Qui conosce il medico Luigi Cavalieri che, dopo qualche anno, diventa suo
marito.La poesia è il naturale approdo alla sua sensibilità: filigrana del suo percorso poetico ed itinerario umano. Governati dall'amore per la vita, le emozioni dei momenti di intima solitudine e sofferenza, i ricordi piacevoli o tristi che legano alle proprie origini, i miti, le reminiscenze del tempo andato, emergono dirompenti con il trascorrere degli anni e si riversano su semplici pezzi di carta: depositari di vividi frammenti di vita.
Ha pubblicato il suo primo volume di poesie "Steli di cardo" già nel 1989. Il
Comune di Villapiana il 4 Ottobre del 2003 - in occasione della presentazione del suo secondo volume di poesie "SUPREMO CANTO"- ha voluto darle merito con una eccellente manifestazione, presenti i più quotati rappresentanti della cultura della zona.


Quintino Palazzo

 


PRESENTAZIONE
DI GIOVANNI MAZZEI
RIFLESSIONI SUI CONTENUTI
DI DOMENICO MIOLLA

 

LA POESIA DI PATRIZIA MAZZEI

Nelle calme e appena immalinconite strutture formali del canto agricolopastorale, irrompe sanguigna la tragicità della vita. I deboli margini dei pioppi, saliceti, aranceti, sambuco, ontano costruiti di silenzio delicato come verbene o giacinti e pigro come l'andatura del greggio e della formica, non resistono, seppur legittimati col canto amebeo finale, alla piena delle cose che tutto travolge. In questo sapiente contrasto strutturale e compositivo della poesia di MAZZEI (moduli classicamente equilibrati che soffrono l'urgenza del dire), altri, come scatola cinese, si fanno strada, per sostenere con robusta inventività il dettato
poetico. L'assenza della serenità, fisica, spaziale, temporale e metafisica (il deserto calvario, ruderi di sassi, macera, lungo gelo, fiumare, avara, sterpaglia, straziata, squallore, avido, ecc.) che sottende alla ferita intelligenza e una sensibilità costante, perde immobilità e noia, simboli della morte che pur rappresenta, per acquisire, al di là della ricchezza grammaticale impiegata, un movimento a volte vorticoso a volte avido dell'esistere, in una sonorità cromatica e una rapidità di esecuzione che denotano maturità stilistica e sicurezza delle immagini. "e i fiori del ciliegio/si mettevano a danzare", "i papaveri rosseggiavano/nel verde delle fave", "straziate gaggie, il vento randagio che "affanna i pallidi pioppi/che corrono sul selciato", "l'estate è calata/come un falco" sono immagini nuove e ardite, cui partecipano tutti i sensi, dall'olfatto all'udito, alla vista, al tatto per rimarcare una presenza negata eppure agognata. Su questo piano sensitivo e coloristico s'inserisce, con connotazioni psicologiche e metafisiche, in una soluzione di continuità, senza scosse e forzature intellettualistiche, ma terragne e acquoree nello stesso tempo (ad accentuarne genuinità e diritto di cittadinanza per quell'homus forte, impastato di lacerazioni, sconfitte, sentimenti e aspirazioni umane) l'attesa dell'altro. L'ALTRO: la volontà di durare, la voglia dell'assoluto, il rigetto della morte della signora vestita di nero, l'infanzia, il tempo che si srotola all'indietro per riportare innocenza, sentimenti, serenità, gli affetti cari, le persone, per sempre scomparse. Siamo in una situazione montaliana, ancora più tragica per le modulazioni classiche e ritmiche che ne accentuano contrasto e impossibilità: il gallo cedrone tenta di valicare il muro. Senza riuscirci. Oltre il pesante volo, è proprio la strada ad interrompersi repentinamente. "Non credere alle canne / che quasi fanno un velo/ dietro s'apre un baratro/muore ogni sentiero". L'ALTRO è però (e questa è una nota originalissima, nuova nella poesia calabrese) l'uomo, nel suo fascino, nel suo turgore sensuale che la verginità della donna ( in quella stretta connessione infanzia-terra-età dell'oro) può temere e rifiutare, perché foriere di sventure. La visceralità del sentimento (giocando sulla simbologia del pensiero zen), ombrata e terrestre teme la luce, che atterrisce e tutto arde dell'intelligenza. Sarebbe interessante fare un discorso oltre che sociologico anche psicanalitico su questa poesia, tutta al femminile, che mentre teme, si accora ed ha disappunto per l'altro che non viene: "Mai un uomo/lontano sulla via/che tanto mi era ostile/quanto più tortuosa/tra i peri scompariva" (in cui l'altro s'individua come via, maestro dunque e che conduce nella vita) dimostra poi l'impossibilità della visione ingenua, se bambina è già "fiaccata dalla noia": il peccato originale dell'intelligenza , del sapere ha toccato anche lei per cui la diversità con l'ALTRO che teme e desidera nasconde inquietitudini, "nella grande ferita / che offende il tuo pudore / lame di coltello, artigli d'avvoltoi/scopriranno un seno/ch
non ha dato latte/dolce come il miele".
La sterilità, dunque, a maggior ragione per una donna, emarginata nella subalternità sociale, è il rifiuto della quotidianità, della banalità che uccide giorno per giorno e del ruolo che è costretta a recitare. E nella protesta per i limiti sociali s'inserisce bene, per il nostro pensiero impregnato di esistenzialismo heideggeriano, la protesta per il limite tout cour: la finezza dell'uomo. Da ciò anche quell'indicibile nostalgia, espressa in forme puramente greche, che il mondo classico ormai scomparso, visto come categoria dello spirito, che rasserenava: "Un dio/un dio silvano/tu sarai/ e anch'io avrò/come una/fanciulla antica/baci immortali".
E' una pausa, breve, come la poesia, che per un momento ristora il cuore.

Steli di cardo
sono le tue parole
sul deserto calvario
dove violenti
hanno dissipato
fili di sogno dell'aurora

Il deserto
del tuo silenzio
ho profanato
con un canto tardivo
che si spande
per gli squallidi campi
di pioppi e saliceti
oltre quella siepe
dove erano verdi e folti
gli aranceti.

Tempio di marmo
perduto nel pantano
coi fiori di sambuco
i salici gli ontani.
Canto dell'avo lungo i filari
sull'acqua che andava lenta
sotto il guado.
Danza di bimba
con l'edera alle chiome
la bocca ancora sporca
di sanguigne more.

Io canterò
sui fiumi i salici
nelle pianure gli ontani
sulla collina avara
l'ulivo resistente
i carri che avanzano dietro
lenti giovenchi
e te avido contadino
la tua casa
fra le umili cassie
e i rosmarini.

Il ramarro è steso
sul muro assorto
palpita appena
mormora la foresta
nel prato il bianco mughetto
anche sul greppo
il biancospino di primavera
dal casolare solitario
il canto di una capinera.

Ero piccola
quando me ne stavo
in quella casa bianca
scampata alla fiumara
il sole era rosso
nel tremulo mattino
il gallo cantava forte
muto era già l'ovile.
Sotto al grande fico
faccata dalla noia
prendevo con un filo
minuscole formiche
nere sulle biche
e c'era un gran ronzio
di mosche cinerine
sopra al siero torbido
versato dal catino.
Ma un uomo
lontano sulla via
che tanto mi era ostile
quanto più tortuosa
tra i peri scompariva.



Agiti senza posa
il magico randello
ogni qualvolta il ferro
indugia sulla zolla
avido non verdi i
l sangue misto a bava
che scorre lentamente
giù dalla giogaia.



Macera al sole la verzura
contenta d'assaporare a bocca piena
calda la vita
dopo il lungo gelo.



Vorrei cantare
come faceva un tempo
il mitico Silene
nella pace agreste ritornare
al dolce tempo
dei pastori Arcadi
amaro è il pane
dell'esule lontano
dalla sua capanna
di fango e di rami.
Dove è finito il gregge
col suono del campano
e quella zampogna
avuta dal mio avo?

La dolce primavera ti donò
fresco e odoroso alla terra
nel grembo di madre esausta
rubavi la vita
come gli altri figli.
Al riparo nei pruni
nell'ora tarda
allungavi lo stelo
per guardare il cielo
sapevi della tua favola breve
ma non già di morire
in un bicchiere.



Ci dividevano le acque
fresche del canale
quando scendevi sicuro
per il pendio di siepi
straziate di gaggie



Il salice era pieno di gemme
sul muro sbrecciato dell'orto
spuntavano i pallidi
giacinti e le verbene
dolce incanto
di vergine Primavera
quando la marra
si alzava tra i filari
e i fiori del ciliegio
si mettevano a danzare
e si crucciava il viso
della donna china
che piantava le fave
proprio vicino al fosso
dove ancora dormivano le rane.

Sotto al fico
davanti all'aia
riso di donna
strepitio di mare
- I fieni son falciati -
lamentano le rane
ma i papaveri rosseggiano
nel verde delle fave.



Da tempo hai lasciato
sulla collina avara
il vomere tra gli olmi
e un mucchio di sterpaglia
magra la formica
dolente va sull'aia
arsa sotto al sole
che più non trebbia il grano
davanti al casolare
le mura diroccate
sui tronchi di fichi d'India
voci pietrificate.



L'estate è calata
come un falco
sui campi polverosi
avanza irto di spine
è il cardo
la ruggine già rode gli steli
ma tu intorpidisci
all'ombra di un pero.



Su questa terra avara
unico mio podere
solo il cardo inutile
sterile l'avena
ma io non brucerò le stoppie
quando è sera
né affonderò più il vomere
nell'ingrata rena.
Mangerò ancora di nascosto
le mie ghiande
fingendo di non vedere sull'aia
i tuoi covoni
che presi dal tridente
saltano biondi
sulle grandi trebbie.



Queste
sono paglie
che bruciano sull'aia.
Pure un vento leggero
può farle volare.

Un fiocco di lana sul rovo
il cuore ricorda ancora
giorni lontani
la casa dell'avo
intorno un sentore
forte di stallatico
stampati sul suolo
gli zoccoli delle pecore e dei buoi
le allegre bevute
quando si trebbiava
all'ombra del pero, canto di cicale
i dolci miraggi
nell'afa del meriggio
fra i cardi lontani
l'agave e i fichi d'India
Tempo perduto!
Ruderi di sassi coperti di marruche.



D'estate
tu mi vedi
seduta sulla rena
guardo i gabbiani
che stridono
sul mare.



Ricordo nonno
le tue grandi mani
scure e contorte
come secchi rami
intrecciavano
sul ciglio del fossato
l'umile giunco
intorno a delle canne;
preparavi i graticci
dove la tua donna
metteva i molli fichi
a seccare sotto al sole
fra i pampini della vite.



Non cercarlo
lungo il grande fiume
che scivola sui sassi
fino alla pianura
dove il fiore
non teme la calura
all'ombra del salice
che lieve ondeggia
quando la giovenca
si ciba con le fronde
e lascia sulla terra
umida le impronte.
Qui veniva solo
il mitico pastore
a scuotere col pianto
il gorgo più profondo
fino al talamo beato
dove si tendevano
le braccia di sua madre.

Due pietre bianche
sull'arida collina
ruderi cadenti
del vecchio cimitero
solo un cipresso
sosta dimesso
accanto all'urna
coperta di sterpi.



Ti rivedo ancora
sotto il grande fico
col vestito nero
il viso grigio.
Nella quiete dell'afa
ascoltavi dentro al fosso
il lamento delle rane
i grilli che bisbigliavano
dolcissime parole
alle tenere pallide viole
il bimbo che fischiava
seduto a cavalcioni
sul muro con le crepe
capelli color del sole.
Il gregge pascola quieto
all'ombra di un ginepro
vecchio pastore
la pallida edera
intreccia con l'alloro
Leutermia
Donna Desolazione
ha partorito un uomo
in mezzo ai suoi caproni
ricordati d'incidere il suo nome
sulla corteccia verde
dei fichi e dei noccioli.



Come nel deserto
lenta si consuma
sotto un sole
avvampante
rogo terrificante.
Poi all'improvviso
un fragore un po' strano
l'acqua che giunge
da gorghi lontani
irrompe straripa
diventa fangosa
poi si dissecca nel letto ghiaioso.
Non matura la spiga
sulla lava pastosa
ma il rosso papavero
il cactus spinoso.



Sopra questa altura
puoi guardare
nell'arida distesa
che non conosce il mare
macera la foglia
lenta sotto il sole
s'abbatte con gran gemiti
ansimando pure il toro.



Quanta vita
è passata
con l'acqua
in quel mulino chiuso
dagli oleandri, dai rovi
e mille ortiche.
Io non ho visto i sacchi
colmi di farina
in bilico sul capo
caricati sul mulo
dai sonagli chiacchierino
ma la villana che lavava
sulla pietra
più grande dell'acquara
e poi metteva i panni
sulla siepe a sciorinare.



Ti ho vista
consunta dea
quest'estate sul lido
appoggiata ad un pedalò
impudica mostravi
i tuoi seni appassiti
come il fiore reciso
tra i capelli grigi.



Del grano
sono rimasti gli steli
la siepe è una macchia di spini.
Ma in questo
desolato squallore
c'è pure un'armonia;
belati lontani di greggi
lamentosi ronzii
gridi d'addio.



Lascia la collina
coi vecchi casolari
nascosti dalle fronde
contorte degli ulivi
il lungo muraglione
che scende all'aranceto
coi ruderi del mulino
un gambo di gelsomino
le ingrate "terre rosse"
scampate alla fiumara
le pietre i fichi d'India
i cardi e le fascine.
Ti accoglierà la terra
amata dai tuoi padri.
Torna nel tuo pantano
vecchia mendicante dei prati.
C'era una gran frescura
lungo lo stradone
nel verde delle canne
la finestra con la grata
col fiore di geranio
il paniere affumicato
appeso ad un chiodo
sul muro scalcinato.
Qui ti stenderai
regina finalmente
intorno la vigna verde
la menta dal forte odore
fra nugoli di farfalle
e le api d'oro.



E quando da lontano
si udrà il campano
questa dolce nenia
ti cantano le rane:
-Pioggia leggera
vieni a sciogliere
il suo cuore
che il vento spargerà
per i divini campi
dove ancora stride
l'aratro con i buoi.-



Non canterò più canzoni
salice amaro.
Ho posato il paniere di fichi
che il sole dell'estate
sui cannizzi ha seccato
i grappoli dell'uva
li ho appesi alle travi
stoppie sono i campi
sterpi i miei filari.
Non canterò più canzoni
acqua di sorgiva
che non togli più
l'amaro dalla bocca.
Anche le Camene
deserte hanno le tue sponde
bianche le Ninfee
non vagano sull'onda.
Sotto la tua ombra
salice amaro
con l'ultima pannocchia
tardiva nelle mani
rassegnata preda
sono io ormai.
Donna vestita di nero
che guardi dall'aia.



Beata te
foglia di novembre
che te ne vai
immemore col vento!
Farfalle tu vedrai
uscir dalla crisalide
quel giorno che ha segnato
sul ramo di un palmizio
che tieni nelle mani
incorruttibile Ibis?



Ora sei
il vento
che viene
nel deserto
tormenti queste dune
avaro di frescura.



Non credere alle canne
che quasi fanno un velo
dietro s'apre un baratro
muore ogni sentiero.
E non sono rami
contorti fra le pietre
quelle ossa bianche
dal sole calcinate;
nella gran ferita
che offende il tuo pudore
lame di coltello, artigli d'avvoltoi
scopriranno un seno
che non ha dato latte
dolce come il miele.



Con grida
di madre esausta
si leva randagio il vento
e affanna i pallidi pioppi
che corrono sul selciato.



Ramo schiantato del pioppo!
Rendi alla terra
le tue foglie avvizzite
le tue foglie contorte.
Allontana i ricordi
che urgono nel cuore
i canti di gioia
i canti d'amore;
le note dell'allodola
quelle del verdone.
Senza blandizie
la scure darà
il finale ritocco,
Ramo schiantato del pioppo.



Chi sei tu
strana creatura
che vieni
da chi già stato domato
a vegliare pensieri sommersi
fino a quando il suo corpo
diventa ragnatela
un pugno di polvere
al vento leggera?



Dormi sulla molle stuoia
d'erba smeraldina
ultima margherita.
La nebbia già copre il fossato
nessun fiore è nato
presto sarà
bianco di neve
tempo del corvo nero.
Sogna cespi di viole
sul prato incantato
i grilli sul pero
il sole d'estate
fra i pini lontani
cocci lucenti
azzurri di mare.
Non morire
sulla molle stuoia
d'erba smeraldina
ultima margherita.



Chi piange nella notte
è solo l'usignolo
l'eco del belato
il lupo più non ode;
nel tuo tronco
ho scavato
la mia tana
grande e cara quercia
madre secolare.
Con un pugno
stretto al cuore
di ghiande e di nocciole
passerà l'inverno
io non ho timore.



Fammi trovare
l'agape nei dirupi
l'ulivo l'oleandro
la siepe di sambuco
l'ombra del pero
nel campo di grano
il vecchio casolare
nascosto dagli ontani.



Suona fanciulla
suona la tua cetra
sul rozzo obelisco di pietra
fai vibrare
con le corde sonore
i più recessi segreti del cuore.
Accanto ai grifoni
impassibile tu suona
speranza vergine
non indicibile
fugacità di un fiore.



Un dio
un dio silvano
tu sarai
e anch'io avrò
come una fanciulla antica
baci immortali

 

Il seme perduto

La tempesta
ha devastato
il mio covone
il grano s'è disperso
fra gli sterpi
dove saranno più
le mie stagioni?
Dal mio seme
perduto
nel buio
uscirà più
fior di bianchezza?


Non sei più...
Non sei più la fanciulla
delle calde distese di grano
dei sentieri tortuosi
fra verdi cimose di canne
la vergine ninfa
nell'abitacolo di fango
fra i cardi color del vino
i fusti delle vitalbe
quale rodomonte
ti ha preso dentro al campo
quella mattina
quando ti sei svegliata
ancora senza ali
per bere la rugiada...?
Non lo ricordi più...
sopra i gradini
freddi di un verone
con le tue labbra rosse
i capelli d'oro


Ebbra...
Ebbra
di misteriose orge
hai seguito il Nume
fino all'estremo Gange
invano cercando
invano dimenticando
fra coppe di vino
riti selvaggi
il dolce segreto
chiuso nel campo
ebbra
hai percorso sentieri
riducendo la tua vita
a brandelli cenci
dai rami pendenti
che hanno offuscato
le stelle
*
sobria
te ne rammenti
immersa in quest'acqua
che ha spento di colpo
la tua fiaccola ardente
che ha reso i tuoi
occhi vermigli
Rifiorirai domani
come un giglio?
Che nasce
sul segreto del campo?


Sulle mie labbra...
Sulle mie labbra
non si stende il riso
in una voluttà ostinata
d'oblio
ma rivolti pure il vomere
questa esausta terra
e strappi pure
gli sparuti germogli
con i nodosi sterpi
che importa
il mio cuore dolente
naviga tra i solchi
lontano
ulula ride
quale fiume impazzino
rabbioso calpesta esili
fiori timidamente frangenti
nel giardino del sole
nella notte che scende
piange singhiozza
imprigionato nell'onda estraneo
a se stesso alla sponda
che ha corpo consunto
di donna
nella quiete dormiente
Rifugiarsi
in quell'eremo eterno!
Nascondersi
nell'ombra sicura
delle sue crepe
delle sue caverne!
Ma la sponda severa
si sveglia
"Rimani nell'onda o diletta
se non vuoi
che una putrida palude
sia il tuo ultimo

Ero giovane...
Ero giovane
agghindato adorno
odorante di petali bianchi
pruno di mandorlo
sul mio corpo la vita
risuonava come sulle
corde di un flauto
festosa meravigliante
ma ora che sono secche
nel mio cuore le fronde
mi confondo
con la malinconia profonda
di questo mio cielo muto
di estinte speranze

La grande fame...
La grande fame
la grande sete
mi hanno resa
inquieta
radice
che succhia
avidamente
mai frutto
maturo e pieno.
Hai alzato il muro..
Hai alzato un muro
intorno al tuo orto
d'aglio infecondo
e di lentisco
hai posto intorno
i laccioli
le reti
e ancora...
una siepe di roventi
avaro
della tua miseria
Il treno
-Portami con tegridavo
al treno
che correva lontano
e si perdeva
dove la terra
si faceva cielo
ma vagare dovevo
tra le rovine
ferirmi i piedi nudi
sugli spini
sognare ancora
nel meriggio
di dileguare
oltre la frontiera
sul mio treno
di sogni adolescenti
sfrenato
La grande fame...

Sei come un campo...
Sei come un campo
indurito
nell'abbandono avvinto
dalla potenza acre
del solleone
desolato
langui di steli
moribondi di ispidi
cardi
scabro
di richiami di voci
lontane sperano invano
disseccate
tutte le tue fontane

Strisciano sul suolo...
Strisciano sul suolo
i poveri ginepri
s'insinuano negli antri
stretti come greggi
per sfuggire al vento
Vento di flagello
che urla l'immane
silenzio del deserto
dove io vado procedendo
e spira di serpe
Non un compagno ti chiedo
regalami una sonagliera


Luna tu turbi...
Luna tu turbi la quiete
di chi abituato alle tenebre
s'è fatto simile a cieco
ritorna al tuo amico pastore
che nella grotta scavata
nel fondo dei boschi
ancora ti vuole
Non sei più la cara
dolce luna d'oro
che spiava dal fondo
Sei come un campo...
del canneto le danze
dei giovani amori
nati fra i maggesi


Ho sognato...

Ho sognato
antichi littori
con la veste purpurea
la fronte cinta d'alloro
e te sul carro
con la clamide le corone
nelle mani i germogli
della terra nuova
................
Il letto vuoto
sull'uscio aspettavo
il tuo ritorno
ma vano è stato il sogno
non uscito dalla porta
di corno.


Anny
Anny bella Anny
ti ho conosciuta un giorno
in un libro ingiallito
invecchiato dagli anni
insieme al riso e alle olive
dentro quella stanza
vendevi il piacere
della giovinezza candida
cento mille mani
fili di ragno
tessevano su di te
Anny bella Anny
cento mille bocche
avide di sangue
mordevano il tuo corpo
di ninfea bianca
ferite su ferite
il tuo cuore langue
tenti di fuggire
nei divini campi
dove la vita scorre
nell'innocenza antica
di fiori profumati
di sogni mai violati
ma c'e' chi ti vuole
dentro quella stanza
sognatrice solitaria
annegata nel fango


Grano inaridito...

Grano inaridito
in germoglio
non dire la tua pena
alle canne
alte flessuose
il corpo smagliante
le chiome fruscianti
musica al vento
Nel tuo silenzio
dolente
senti la musica profonda
che volge
all'universo mondo
come lo stormire d'ali
leggero
lo sciacquio dell'onda
Liberati anche tu
nel cielo vivente
ed entra
nell'invisibile tempio
che ha cuore grande
scintillante di stelle


Invidio te...
Invidio te
che ti contenti
e dormi
sonni tranquilli
nella tua casa
nascosta
dentro l'erba
col tuo nume
tutelare le pietre
al limitare
inviolata
è la tua quiete
Io nel mio castello
austero
sulla vetta
fra le antiche mura
le superbe porte
ho smarrito il cuore
che vaga
nella notte
e a volte si ferma
ansimando
di pena
davanti alla tua porta.


Due colonne...
Due colonne
un pezzo d'architrave
sono i resti
del mio tempio
nel bosco
di corbezzoli di timo
presso la sorgiva
quieta del rivo
non ho più dimora.


Approdai su questa sponda...
Approdai su questa sponda
cenciosa e senza nome
sperduta
in un mare sconfinato
profondo
che mi ha sferzato il cuore
col sangue e il sale
delle sue onde
stanca
desolata
sola
mi prende
un segreto timore
nell'apparente larga serenità
nella pace amorosa
di questi giardini
ignoti
troverò io ancora
l'illusione
dell'indomito viaggiare
potrò io ancora
navigare sull'onda
fino a quando per me
il cupreo sole tramonta?


Mendico che ti trascini...
Mendico che ti trascini
con occhi smarriti
hai errato da oriente
ad occidente
sei entrato nei palazzi e
nei templi
nei tuguri della gente
nelle voci dei venti
hai udito
gli echi dei tempi
mai contento
Sotto la cupola azzurra
del cielo ricordati quel
"Hominem te esse memento"


Sopra la collina...
Sopra la collina
di ghiaia ed argilla fine
fra umili cassie
e rosmarini
sei cresciuto
senza nessuna cura
vecchio ulivo
per te non c'è stata
roncola né rastrello
avido il contadino
da tempo ha abbandonato
questi pochi iugeri
di terra
ulivo sacro a Pallante
avvinto dalla sterpaglia
dove si annida
la serpe
che ha il suo tronco
morsicato
ulivo dimenticato


Tu non sospiri più...
Tu non sospiri più
alle amate stelle
sulla terra
umida di pianto
non ci sono le tue
impronte che menano
nei campi
Lo spasmo dei colori
trascinante ed adito
del passaggio vallivo
dove coglievi fiori
che sfogliavi
per le vie strette
del paese
che portavi in chiesa
si è spento
sotto le folate
gelide di vento
che han disperso
i tuoi petali freddi
Da allora la tua voce
si fece più debole
il tuo sorriso si spense
Seduta sulle rovine
della splendida tua casa
sei l'amore magico
dei sogni passati
che tocca il cuore
con dita delicate


Perché vieni...
Perché vieni nella mia casa
straniero
La siccità ha desolato
questo luogo
neanche un goccio d'acqua
ho da farti bere


Sei...
Sei come una nuvola
greve
non porti tempesta
ma nemmeno ti squarci
per far vedere
il cielo


Un sorriso...
Un sorriso
caldo odoroso
si diffondeva nel cielo
quando col mio vestito
nuovo correvo per le vie
scuotendo
il mio ramoscello d'ulivo
*
Ora disperate grida
squarciano l'etere
da un capo all'altro
aprendo lancinante
una ferita tra i gloriosi
santuari adorati
e il cuore stanco
da mille lotte
devastato


Ridendo e lacrimando...
Ridendo e lacrimando
hai danzato
in estasi selvagge
nella calda estate
ebbra di sole
la più vermiglia
la più fulgida
rampicante rosa
regina di un sogno
Nel rosso dell'occaso
che impietoso irride
alla tua bellezza
d'amore e di pena
sfiorita
gocciolano le mani
di petali cristallini
come rugiada
del giovani mattino
ma senza incantesimi
pudica
guardi la tristezza
dell'atroce infinito


Vecchia sei...

Vecchia sei o donna
che ti avvinghi
al collo del tuo amante
che ti sfugge
le labbra scarlatte
foglie d'autunno
non ingannano
l'occhio che più
non si illude
la foglia pare tinta
di sole ma appena
cade a terra
rapidamente muore
*
Nasconde fiori tardivi
il mio tremante fogliame
il mio cuore che ha occhi
di vetro dolenti mani
ascolta
la voce sommessa
delle stelle nel cielo
ma canta
ancora fanciullo
l'alba che viene


Ultima rosa...
Ultima rosa
d'autunno inoltrato
fredda sbiadita
mite stupita
vagamente langui
rosa di sangue
vento caldo
che si sprigiona
dal chiuso orciolo
che sferza il cuore
del giovane mattino
vampa di vita
Nella quiete imbronciata
della terra che pena
non mi perderò
il tuo splendore estremo
nuda
monacale
mi riempirò di te
fiore ritardatario


Il venticello...
Il venticello d'autunno
strappa
le ultime foglie
del gelso
presto vedrai
anche il mio albero
nudo

Provocai...
Provocai il riso
tra di voi
sorpresi
che da bambina andavo
per contrade sconosciute
fuori di mano
per ore
senza incontrare un'anima


Io che ho mangiato...

Io che ho mangiato
tutti i frutti della terra
soffrirò più di voi
povere foglie
al vento
il giorno del mio fatale
sradicamento
*
Quando precipitando
tristemente nella valle
il sole mi griderà
l'ultimo addio
i prati piangeranno
i fiori mi chiameranno
alzando il lor stelo
aprendo le corolle
per chiudermi
nel loro seno
io soffrirò
soffrirò più di voi
povere foglie al vento


Il mio cuore.
..
Il mio cuore
che l'usura ha reso
trasparente vela
spinge ancora
sul mare raminga
la galea
con i suoi tesori
chiusi dentro a dei forzieri
idoli dolci
vani amori miei


La mia sete...
La mia sete
è insaziabile
prati ameni
ruscelli gorgoglianti
lontani
echeggiante
di tutto il mio pianto
spargetevi di me
io sono sabbia


Le tue armi...
Le tue armi di ferro
recidono fiori
appena sbocciati
voli
radenti di uccelli
non rami
contorti come serpenti
screziati che ti fissano
ciechi


Io sono sabbia...
Io sono sabbia
la mia vita
un deserto
dove tu regni
incontrastato
vento
che mi sollevi
che mi disperdi
depositandomi
consumata
in nuovi
sterili
congiungimenti


Vento...

Vento furioso
vento tiranno
sempre regnate
vento di sabbia
tu mi percuoti
con i tuoi nodi
mi mozzi il respiro
con grida acute
di belva ferita
mi spingi indietro
con ferocia inaudita


Nel Miraggio...
Nel miraggio
del giorno infuocato
il cielo si faceva
acqua lontana
allora correvo
correvo
e non capivo
stordita
se bevevo polvere
di ruscelli inariditi


Le tue mani...

Le tue mani
contorte
rinsecchite
non hanno più presa
come i cirri
della vite
ha radici
dell'edera


Sostiamo...
Sostiamo
come uccelli
su un ramo raccolti
in solenne conclave
i volti
solcati le orbite cave
guardiamo
il piccolo sole
che se ne va
lontano
lasciando intorno a noi
ombre
incerte e strane
e nella gola
ancora il groppo
di sale


Lasciatemi cadere...
Lasciatemi cadere
in mezzo a questo prato
dove l'erba è verde
e stilla la rugiada
sul mio corpo
che la serpe ha morsicato
sulle mie piaghe inflitte
dal suo dente amaro
si poserà la terra
con le sue strame
e se sui miei pochi rami
gemme più non nasceranno
sarò verde anch'io
di muschio vicino
a sottili rivi ai fiori
che bevono
l'acqua che li irriga
Anima mia sorridi
anima mia sorridi
anche se denudata
fin dalle tue radici
Questo rantolo d'agonia
a maggio sarà un grido
di gioventù festosa
di gioventù fiorita


Acqua piovana...

Acqua piovana
che scorri
nel piccolo rivo
raccogli
ad una ad una
tutte le mie foglie
portale con te
sopra ad altre sponde
dove hanno teso
invano
i miei sparuti
contorti rami


Ho sparso sulle membra...
Ho sparso sulle membra
soavi essenze
ho messo tra le chiome
la più bella
delle mie ghirlande
tutti i lacci sono tesi
come fili di ragno
Lasciati adescare
dalla dolce trappola
mio bel Tristano
Con un tonfo tu sarai
nell'oscuro antro
di questa vaga
ridente montagna
nell'abisso devastato
come un campo
inondato
infinitamente piccolo
infinitamente grande
la mia nudità
riconosciuta
accettata


Mi colmi...
Mi colmi
di una sacra tenerezza
nel tuo squallore
di calvario spianato
innanzi al cielo
senza più croci
senza più lacrime
nuda immobile
senza fine agli occhi
senza sguardo dilatati
anima di Sionne
condannata
gracile sparente
a capo chino perduta
sul biancastro calcare
sei frutto inutile
di cenere e di sale.


La valle di Giosafat...
La valle di Giosafat
non ha sentieri
perduti
nella sua trappola fatale
vaghiamo
anime desolate
fra ex voto
di lacrime
Solo un'aura
nel silenzio millenario
di cheto
intenso
dolore inconsolato


Se ti dimeni...
Se ti dimeni ancora
sotto al vecchio giogo
arcuato di garrese
tu ti ferirai...
non a caso hai mangiato
il buon frumento
con le foglie di salice
lungo la riva del fiume
che cantava mentre
scendeva gioioso
verso il mare
nell'isola selvaggia
del tuo sorriso scintillante
quale gemma su fiori aulenti
che dardeggiano lampi
*
Rorida cecità
dei tuoi occhi grandi
abbagliata non vedevi
fra le foglie smaglianti
che attendeva vigile
il tiranno
con la trave punitrice
per il torto segreto
al cospetto del sole
forse..
forse il tuo vagabondare
nel vento
quale banderuola
Non chiedere ragione
L'oltraggio velato di scherno
sia pure il tuo sposo
perenne e se nella polvere
non vedi le stelle
cercale nel tuo cuore di ferro


Prendi un ramoscello...
Prendi un ramoscello
incoronalo di lana
risali la corrente
fin sulla cima più lontana
prostrata
alla sorgente leva
in alto le tue mani
e grida...
grida forte le preghiere
mormorate
fino a toccargli il cuore


Ti ho chiamato...

Ti ho chiamato
ho gridato forte
fino a farmi male
ma tu tacevi
dio
invisibile
muto


FRAMMENTI
I
Mi sembra quella quinta
fatale notte
quando nacquero
le Erinni e l'Orco
II
Le tue mani nudate
si tendono
come lo sparuto rosaio
che s'aggrappa
al muro
screpolato
III
Si sono sciolte le labbra
sono fuggiti i baci
come uccelli
dal loro nido
IV
Non berremo mai
alla stessa coppa
anche se abbiamo la stessa sete
V
Ti vedo inchiodato
nei limiti di terra
avidamente esplorata
VI
Con un sorso
di buon vino
acquieta i trilli
di Ofelia
di strazianti deliri
VII
Forte e sterile
questo amore
come la campagna
nelle solitudini
del solleone
VIII
Zampilla una fontana
su una stradicciola
con un bianco cristo
sul legno di una croce
IX
Non meravigliarti
della mia voce tonante
sono una che viene dal deserto
X
La grande disfida
s'è placata
con un pugno di polvere
alzato sulla strada
da bravo giocatore
come sempre
hai barato
XI
Sempre fedele
sarò
a queste rovine
e un giorno
queste rovine
fioreranno
XII
Il deserto non si rinfresca
neanche la sera
ed io ingoio ancora
un groppo di polvere nera
XIII
Conosco il deserto
come il vento
che lo attraversa
XIV
Sono come un albero
divelto
ho le radici fuori
XV
Un giorno forse
avrei benedetto la tua mano
che ora mi ferisce e mi
condanna
tu offri il pane
a chi non può mangiare
XVI
Io ti conosco
ti fai scudo della sincerità
per nascondere le tue
menzogne
io preferisco il fanfarone
che mente e dice il vero
XVII
Vorrei potrti dire
"piccolo usignolo non tenere
le unghie ricurve dello sparviero"
ma anche il mio cuore
come un giunco
trema
XVIII
Nel gran covone
infiammato
dal sole
ogni spiga
luccica
di sudore
ma non darà né pane
né pace
Ti ho solamente sognato
tra colonne di marmo
mi cingevi come fregio
di pallido acanto
era una fuga
di silenziosi faggi
un greto luccicante
di ciottoli bianchi
XX
Mai ho visto una notte
così nera
senza stelle
sto diventando cieca?
XXI
Muore l'agape
quando fiorisce
sulle pietre
gialle del dirupo
XXII
Hai perduto terra
il pregio della tua
antica bellezza
eppure eri sposa
dolcissima
dal corpo pieno
e d'età perfetta
XXIII
Pare che nella nebbia
laggiù
si uniscano
i due platani argentati
che costeggiano
la via
rafforzata da muricce
nella polvere scia
di due giovenchi
candidi
fratelli di prigionia
Bianche guance
disfatte scavate
nel canto
che risuona
sotto alle navate
nelle voci
sussurrate del vento
che sibila
fra i cordami
di antichi velieri
reduci dal mare
XXV
Altari preparati
con stoffe di broccato
ceri
accesi
dall'ansia dolorosa
di madre
mormorio
sommesso
acqua scura e quieta
inquietudine
sospesa

-------------------------------------------


Agiti ancora...
Agiti ancora
un tamburello ingiallito
fra orde di risa
e danzi
canna secca che divampa
come fuoco
nella brughiera
di ramaglie
beffarde


Ho cercato la sorgente...
Ho cercato la sorgente
voltandoti le spalle
e ho vagato
per i deserti campi
sotto a un sole
implacabile
neanche l'ombra
di un albero
di una siepe
le mie braccia tese
in un grido
che non trovava
un'eco
fra le rade gramigne
e i ciuffi d'erica


Ho attraversato.
..
Ho attraversato
Sionne in rovina
passo passo a piedi
scalzi sono salita
fino al sacro colle
degli ulivi
non non sono Marta
né Maria
ma l'acqua non l'avevo
sulla via
quando tracotante
ti dissi di bere
alle ferite di una palma
Sei tu la mia sorgente
mio compagno di viaggio
Fammi bere al tuo
calice che trabocca
questa notte
veglierò con te
sulle tue ginocchia
e quando canteranno
gli inni mattutini
con gli auguri dell'aurora
sul tuo corpo
dolente
germogliano fiori
fumerà come incenso
giovane terra
davanti al tuo cuore


Purifica la bocca...
Purifica la bocca
alla sorgiva antica
riempi i tuoi occhi
bruniti dell'ora
vibrante di maggio
prima che il sole
tramonti fra le siepi
e torni il pastore
agli usati ovili:


Apre la mia casa...
Apre la mia casa
stamani i suoi balconi
che infiamma il cielo
di vermigli fiori
fiori novelli
bisbigli di un cuore
che nasce finalmente
ad un giorno nuovo
il giorno che ha infranto
i catenacci dei cancelli
e ha aperto i sentieri
del buio più profondo
il silenzio echeggia
del mormorio del mondo
che nasce stamani
davanti al mio balcone
seme che germoglia


La tua voce...
La tua voce
il fischio
del treno
in mezzo alla brughiera
d'agave e di grano
colore verderame
dove io vago
non più bambina
appoggiata
al mio bastoncino
di spino


Te ne vai...
Te ne vai per i sentieri
aleggiando
con passi giulivi
ondeggiano le siepi
giovinette
le chiome adorne
scoprendo
fra le tremule ombre
lontani mondi
svaniti
ti fermi
il tuo cuore ascolta
parole
mai udite
di passioni
favolose di dei
antichi
ti sfogli
i tuoi petali
sono ali
di effluvi soavi
che si liberano
nel vento
e si perdono
nella luce vanente


Com'è bello...
Com'è bello correre
per la macchia
senza la corda
che mi sega il colo
libera
fremevo...
fremevo come il vento
chiuso nel crogiolo
l'uccello sotto la gronda
pronto per il volo
libera
sbreccio nel cielo
nei chiusi sentieri
scuoto le chiome
rubo veloce
ardenti baci ai fiori
come una Menade
la Menade furente
dall'ardente cuore

La figlia del fabbro ferraio ...
La figlia del fabbro ferraio ...
così giovane così bella
attingeva l'acqua
con la sua lancella
Era il tempo del gran
bastione stemmato
dell'odore di acacie
che scendeva a ventate
e dava al cuore
deliziosi presagi
del primo piacere
del primo amore
Era dolce il suono
dell'acqua che scorreva
su cavalli marini e tritoni
in rivoli vivi
nel sommerso mormorio
di donne sulla via
La rivedo ancora...
il viso ridente
fra i riccioli d'oro
ribelli odoranti
di fiori di campo
giovane ghirlanda
che improvvisa
nell'acqua si frange
in cento mille
ninfee bianche
uccelli volanti
giocosi nel vento
che vanno che vengono
scotendo
le mie fronde ingiallite
danzanti
con fremiti
nei più reconditi meandri
dove crescono fiori
tardivi
sfrenati nel tumulto
La figlia del fabbro ferraio
La figlia del fabbro ferraio ...
di vita sorgente


Quando giungerai...
Quando giungerai alfine
in cima al monte
dove la strada finisce
con lo stormire piacevole
di foglie
nel vento
scorgerai
lo splendido fiore
argenteo
che profuma
di nardo di mirra
*
Brilla
sulle piramidi
di pietra isole
solitarie come scogli
nella schiuma
biancheggiante
del mare
di solo fiore nel campo
di nuvole ridenti
fragrante
pregno
di semi novelli
di sospiri eterni
ti sentirai il primo uomo
innocente del mondo
che spalanca le porte
e scende
fra i giardini scintillanti
di gemme


L'aria è pregna...
L'aria è pregna
del fresco amaro
dell'assenzio
del miele
della saggina
che rosseggia
in strisce sottili
distese sull'erba
con gli occhi
con la bocca
la bevo e lei dentro
mi scorre
mi tonifica le
vene
in me i fiumi cantano
in me fiumi languono
vive del suo riso
vive del suo pianto
l'anima mia errante
in un esiguo arco
di ingenua
fanciullesca
speranza


Il mio orto
Mai ho amato tanto
il mio orto
così bello
così armonioso
con il suo suono
di cetra che scivola
nello splendore di ambrosia
sul ramo
spezzato dell'olmo
domani curerò di più il mio orto
aggiusterò la siepe.....
domani...
fino a quando c'è la lavorare
c'è sempre la certezza
di rivedersi
domani...


L'odore della stoppie.
..
L'odore delle stoppie
è l'odore dell'estate
i campi maturi
pregni ancora
ignari non tremano
al suono bellicoso
della falce
ma la preghiera
ha il suo sapore
dell'ultimo pane
spezzato dalle mani
del contadino
stanco
dopo una giornata
d'afa


Noi ardimentosi...
Noi ardimentosi
erranti cavalieri
di vecchie poemi
vestiti di ferro
roteanti lo spadone
andiamo per i sentieri
impervi del mondo
se indietro qualcosa risplende
teniamo al morso
i focosi cavalli
incerti
se andare avanti convenga
solo un momento
poi corriamo
ancora
sollevando polvere
eternamente
*
Figurine gentili
fantasticamente belle
del primo ed ultimo
evo del mondo
anime inquiete
con al collo solo
un piccolo amuleto


Sugli sproni dei monti...
Sugli sproni dei monti
i casolari diroccati
mi guardano
con gli occhi sgranati
di giovinette
desolate
già gaie serene
vagamente sognanti
nel sorriso
che schiude
labbra vermiglia
di fiorite verande
Tombe nuziali
come oro brillanti
nel melanconico sole
nell'ultimo volo
che rade
queste brulle
aspre montagne


Per te...
Per te
raccoglierò
lungo lo stradone
teneri virgulti
per farti una corona
con l'arte che appresi
dal mio vecchio avo
quando nel fossato
il giunco intrecciava
Un'umile corona
ingemmata di fiori
sulla tua fronte
sopra il tuo cuore
che se ne va errando
per il mondo stanco
senza di me
regina di questa landa
Per te
antiche vergini
già fanno libagioni
versando dolce miele
da tazze tutte d'oro
fumano incenso
intorno i vassoi
e tanti tanti ancora
saranno i miei doni
foglie che non si sperdono
al soffio di alcun vento
fiori odorosi
fiori resistenti
Vieni
io ti sto aspettando
da più di mille anni
sfiorita regina
che segretamente langue
sulla soglia
sono fremente
come un fiore d'autunno
di offrirsi
impaziente
prima che venga
a deturpare le membra
il gelido inverno
con mormorio di spavento
Inebriata di vino rovente
io ancora ti attendo...
verrai veleggiando
leggero nel vento
come un torrente
che inonda la riva
con voce
trillante di uccelli
Hai l'odore...
Hai l'odore del grano
maturo dopo la pioggia estiva
il turgore caldo della terra
che ansimando beve
quando più rigonfi sono
i tuoi bei seni
e malinconica non sei
I tuoi occhi aie
lucenti nelle radure
che s'accendono
di papaveri fiammanti
di bacche rosso sangue
Bionda come l'oro
il fiato chiaro
detergi il tuo sudore
proprio come fa
la bella dea Flora
donna gravida
pregna di frutti
sui rigogliosi tralci
sui teneri virgulti


Giorno eterno...
Giorno eterno
pregno di voci
di lontane stagioni
petali variopinti
di fiori sparsi
nella solenne processione
lungo le vie strette
del paese
fra le mura
di silenziose pietre


Era pieno di donne...
Era pieno di donne
quel carro
la schiena appoggiata
alle stanghe
il carro cigolante
di zio Ferdinando
che andava
per la strada
polverosa
di un tardo
afoso
lontano
meriggio
meriggio
lontano
afoso


Il girasole
Ti ho seguito per il cielo
con la mia stella
a fitta raggiera
Dal tuo sorgere
al tuo tramonto
senza stancarci mai
abbiamo danzato
insieme
creatura vanente
che mi scaldasti
che mi infiammasti
il cuore nel giorno
del nostro sogno
inebriato
da quando te ne sei andato
col rosso fuoco
dell'occaso
i miei occhi
ti cercano
nel funereo corteo
di spettri
della notte che scende
senza impedimento
sulla nostra isola
ardente
Oh, se potessero rivivere
le memorie!
Tu torneresti...
torneresti sul tuo
trono dorato
a colmare
la mia sete
di luce
insaziata


Senza dire addii
inani a chi ti chiama
a chi dice "Rimani"
te ne vai
in lini bianchi dolcemente
volanti di seta cavalchi
le ultime onde del giorno
odoroso di maggio
Ricordi
il sole che tramonta?
Così tramonti tu
nel soffio caldo d'oriente
portato alla vela di venti
un pallido fiore solitario
che ha occhi grandi
di sfinge assenti
già fuochi scoppiettanti
all'altra sponda
tra cielo e mare
evanescente
razzi che dardeggiano
cime franate rovine
di templi chete stelle
scintillanti nella notte
dove batte
il cuore eterno
i tuoi grandi occhi
fratello


Ti porterò...
Ti porterò
sull'altra sponda
su una lettiga rossa
gli schienali di broccato
dolcemente cavalcheremo
le onde
sul finire del giorno
fino alla tua dimora
fra l'erba tenera
le nenie delle ombre
Senza dire addii...


Non hai potuto attendere
che il giorno
maturasse le sue ore
seduto all'ombra
della mia veranda
solitario viandante
il vento ha scosso i pini
la terra è diventata
rossa una campana
vuota senza il tuo richiamo
che echeggiava
sopra questa riva
dove silenziosa
guardavo il tuo fluire
figlio dell'aria
che aleggia divina
fra i canti e i silenzi
delle nostre povere vite
tu mi sorridi
beffardo ma felice
davanti ad una porta
di fiori di sogno
magnifica


Tu non sei...
Tu non sei una tomba
di cuori e di cose
ansioso di vita
la fine e l'origine
si mescolano in circolo
non c'è distinzione
per amore


Non saprai mai...
Non saprai mai
quanto ti ho amato
uccello senz'ali
da tempo condannato
a guardare
un cielo
Non hai potuto attendere...
troppo alto
sui tronchi
di fichi d'india
uccello che arranchi
sull'arida rocca
dove pure canta
la calandra
solo tu
solo tu
non hai un canto


Tu sei...
Tu sei nel cielo azzurro
del mattino
che alita leggero
sui fiori primaverili
nel piccolo giardino
davanti alla tua casa
dove guizzano nel sole
gorgogliante fiume
di bimbo le tue parole
si tu sei sempre qui
le tue radici con le radici
del cedro centenario
il tuo canto
con il suo canto
di uccelli...
che tinge di colori
eterni
questa nostra vita
chiusa dal tuo cancello


Ricordanze
Palpitano dolcemente
nel cuore ricordanze
di vecchie serate di maggio
corone
di edera intrecciate
coi fiori
di cara velina colorata
Dea adorata
bella avvolgente
signora del tempo
Memoria
che ritorni
a ravvivare
tizzoni spenti
che si ergono
quale templi
meravigliosi
eterni
Memoria
dea adorata
bella avvolgente
signora del tempo
La sola mano tesa
nella nebbia
di noi
poveri ciechi


Musica agreste
Musica agreste
musica chiara
calda come il grano
lanciato dalla pala
nel sole che arde
su accese guance
lacrime
assunte fra i raggi
tra il riso fugace
di coralline labbra
musica agreste
musica di te
che dolcemente voli
con ali di libellula
nel tuo sogno d'oro
musica di te
che beve il mio cuore
incantato
ruscello gorgogliante
che scorre
dentro me
inebriandomi il sangue


A primavera...
A primavera
ho schiuso le mie gemme
il profumo dolcissimo
di mille fiori
ti ha inondato il cuore
nell'estivo rigoglio
d'amore
la mia gioia fu piena
quando di frutti succosi
ho riempito il tuo paniere
ti fo dato tutto quel che avevo
Ma prima che il sonno
si posi sulle mie membra
stanche
ti offro ancora
le mie nude
sminuzzate ramaglie
..............................
Sono stato uno splendido
albero
nel tuo giardino incantato
sulla riva del mare
dove il mio cuore
ha cantato sempre
nell'ebbrezza
del tuo sole
abbagliato


Indossa la tua tunica...
Indossa la tua tunica
bianca
di fanciulla e
siedi a ridosso
della parete
imbiancata
con la calce
Il sole è alto nel cielo
l'ora è greve
canta l'inno della Mietitura
Se il vento
di mezzodì
ti passa le sue dita
fra i capelli neri
se ti senti ancora
fiore fragrante
di primavera
offriti
splendente diamante
sull'umile zolla
sgrana il tuo cuore
come spiga matura
nell'inno armonioso
della Mietitura


E' quasi sera
Indugio
ancora nell'orto
velato di nebbia
leggera casta
pudica fanciulla
che cela
il turgore del seno
Poi l'ultimo velo
si scioglie
in piccole gelide
gocciole che cadono
sulla sua pelle
la troverà
nuda
la notte
che odora
acre di fuochi
arsi di mille canzoni
della misteriosa
informe
giovinetta dell'orto
che guarda
ormai con cent'occhi
intreccia incantesimi
con forme
bizzarre di braccia
alla luce
fioca dell'astro
di inappagati sogni
lontano


Vieni a dormire...
Vieni a dormire con me
sulle fronde dei pini
sopra le vane ombre gli
strazianti deliri
di morti che gemono
con voci di vivi
senza tregua
fino agli ultimi gradini
del mondo
sotto a questi pini
che sostengono il cielo
vieni a dormire
Non è più sicuro
neanche il tuo nido
scavato nei calcari
della più profonda gravina
madido di pianto i demoni
vi si aggirano
Chi ti può salvare
L'eroe sconosciuto
col suo cavallo baio
s'è perso nella valle
ferita da canali
Vieni a dormire con me
sulle fronde dei pini
Ti racconterò
delle belle storie
di fate e cavalieri
storie di un tempo...
quando il sole
contemplava
trepida la sua terra
quando i cieli cantavano
con voce giuliva di uccelli
quando i cuori sognavano...
Vieni
prendi la mia mano
liberati
da queste oscure catene
sogneremo insieme
dentro al cocchio nero


Ci incontreremo ancora...
Ci incontreremo ancora
sul ponte del canale
dove mi incoronavi regina
mettendomi tra i capelli
un mazzetto di ciclamini
berremo ancora insieme
la rugiada del mattino
dalle coppe candide
dei gigli come bambini
danzeremo ancora
sulle voci dei venti
e poi...
giacendo
dolcemente
sull'erba
ci perderemo
come stelle cadenti

FRAMMENTI
I
Onde bianche
sparse sul mare
non più grandi
di un'ala
di un gabbiano
II
E saranno cantici
tutti i miei pensieri
dal vaso si dirama
l'edera prigioniera
III
Splendi presto
fiore
nel tuo giorno migliore
apriti alla brezza
del mare
che ti fa dondolare
non ti brucia il sole
bagnato di rugiada
fiore
che non sai...
IV
Fiore di gardenia
brezza soave
tiepida di sole
che rapido muori
V
Al soffio del nuovo zefiro
si dischiude il cielo
si aprono i maggesi
come il primo giorno del mondo
VI
O dolce ninfa
adorna la tua nudità
provata dalle gelate
con il vestito nuovo
frusciante
di foglie di betulle
FRAMMENTI
I
di bruchi di noccioli
bnm
VII
Tu ami il silenzio
dei campi vestiti
di smeraldo punteggiati di
cascinali bianchi
VIII
Campicello di narcisi
festoni di viti
nel silenzio generoso
che scende
dal muricciolo
tutto pieno d'oblio
LX
le aie sono pronte
nell'infocata raduna
la falce sulle spalle
luccica sotto il sole
implacabile
X
Abbevera
d'acqua sorgiva
i solchi inariditi
dagli astri
della canicola
XI
Passiamo il tempo
a gareggiare fra noi
mentre inaridisce
il grano di Demetra
XII
Nell'estivo
maturo ardore
chi incendia più il roveto...?
Chi riparerà la siepe...?
Alitano all'intorno
sospiri eterni
di estati
fuggevoli
lontane
come fiori tardivi
XIV
Fuma la terra
sotto al sole d'oro
la guardi tu
all'ombra
di un muricciolo
e senti già
con l'odore caldo
zuccherino dei meloni
quello ultimo
asprigno
delle corniole
XV
Fusti di vitalbe
al posto di cespi
pelosi di ortiche
sogni ineffabili
di una diversa vita
XVI
Giungono da lontano
gaie note di flauto
ella dimora ancora
in quella vecchia casa
la piccola casa bianca
che guardava i filari
XVII
Giorno eterno
di vecchie memorie
che alitano
da queste usate
pietre
XIII
XVIII
Voi mi parlate, pietre
lungo i crocicchi
di queste vie
strette
silenziose
voi mi aprite
spazi infiniti
XIX
Le tue parole
Sono brandelli
di foglie
che pendono
dai rami
XX
Il sole trema
sulle chiome
irte delle palme
e tu sei
nel gioco frangiato
sulla sabbia disegnato
XXI
Ci chiama lontano
lo scroscio del mare
e noi vorremmo andare
venticinque miglia al largo
per calare ancora le palmare
XXII
E' il vespero
all'intorno
un tepore
leggero
un fiato
chiaro
come la primavera
e le stelle...
le stelle
germogliano
in cielo
XXIII
Le ombre si allungano
sopra i muriccioli
mestizia di un'ora
che ha l'aspro
sapore delle corniole
XXIV
Il sole mi attraversa
e mi indora
come una foglia
d'autunno
XXV
Mare
che per altri sei
stoffa di seta
sii buono
anche con me
la tua furia
di cavalla indomita
acquieta
XXVI
Il vento della steppa
che spira dal Caucaso
porta per le vallate
un grido disperato
è il figlio di Climene
che sconta la sua pena
il mitico titano
che volle rapire al cielo
la fiamma degli dei
XXVII
Solo don Chisciotte
riscopre la vergine
sotto la scorza
putrefatta
della prostituta
XXVIII
Tu che vendi
delizie d'amore
sulla strada che è un mare
di fango
incontrerai il Nazareno
come fece Maria di Magdala?
XXIX
Bruciamo incenso
al passaggio della nuova dea
e le matrone accompagnano
in solenne processione
fino al suo tempio
inghirlandato di fiori
XXX
Vecchio pastore
sono ferito
cura il mio male
col tuo decotto d'ortica
XXXI
Ha rotto l'incanto
la parola
i germogli si sono schiusi
in fiori già vizzi
XXXII
Lo stormo canta
chiuso
nella sua gabbia verde

CANTO AMEBEO

Coro
Titiro cerca ancora
stanco quella riva
l'ombra del gran faggio
dove si sdraiava
il branco delle pecore
nel chiuso circondato
di olmi affocati
dalla canicola
della prima estate
dal tramonto torbido
che tutto arrossava
e Titiro suonava
e Titiro cantava
dolcissime canzoni
gridando il dolce nome


Titiro
Amarilli
inghirlandata di fiori
sulle bianche guance
quel lieve rossore
di coccole selvatiche
di bacche di more
sibili leggeri
delizie d'amore
dalle tue labbra
di giovinetta in fiore


Amarilli
dolcissima Amarilli
dolce mio segreto
tenero bocciolo


Coro
La dolce melodia
con Zefiro andava
sulle vesti di smeraldo
della bella flora
ed era un volteggiare
di ranuncoli e di viole
fino alle dorate chiome
dagli olmi e i tamerici
le siepe di noccioli
il suo rosaio in fiore
dove si dipingevano
aureole di fuochi d'oro
dolci vampate
che davano al cuore
al cuore della bella
dolcissima Amarilli


Titiro
Vecchio contadino
chino col serchiello
a rompere le zolle
di questa amata terra
Sono Titiro il pastore
che il sole canicolare
ha spinto solitario
ai pascoli montani
io non trovo più
la mia vecchia strada
che porta alla riva
dove mi ristoravo
alla sua dolce casa
la casa di Amarilli
Aiutami se puoi
contadino antico
acquieta nel cuore
la pena del pastore Titiro


Coro
Bevi Titiro
quel vino un po' asprigno
confondi i tuoi pensieri
di ebrietà smodata
perditi immemore
nel profondo oblio
chè il tuo pigro fiume
è un torbido acquitrino
e le canne...le canne
hanno ingoiato il faggio
e di Amarilli
della tua Amarilli
no non sanno
Titiro ritorna
agli antri dei tuoi monti
passa oltre quel fiore
che ti ha inebriato il cuore
d'argilla che si spezza
in cento mille
acuminate frecce
nella polvere del tratturo
ricordalo
come un fiume
di fiamme corrusche
che ti ha bruciato
che ti ha consumato dentro
quel piccolo fiore
candido
eternamente


"SUPREMO CANTO" POESIE di PATRIZIA MAZZEI
RIFLESSIONI SUI CONTENUTI
di
Domenico Miolla


LA POESIA COME VALORE
Parlare di poesia in un contesto socio-culturale, dominato dalla scienza più
sofisticata, potrebbe sembrare un avvenimento fuori tempo, anacronistico,
non al passo coi tempi. Ma non è così.
Se così fosse, sarebbe la fine dell'uomo che è soprattutto valore, sentimento,
creatività, libertà interiore.
L'uomo dalla mente aperta e dal pensiero divergente ha fatto proprio la filosofia
dell'impegno e dei valori etici, comportamentali, religiosi, civili, morali ed
essendo arricchito di "humanitas" è anelito costante verso qual cosa che lo
trascende; è ricerca continua del suo essere finito che cerca l'infinito.
Siamo per questo tipo di uomo che non disdegna la scienza,anzi l'accetta, senza
esserne vittima. Siamo per questo tipo di uomo che cerca Dio e ne ha timore.
Dai versi di Patrizia Mazzei emerge, in modo inequivocabile, questa filosofia di
vita.
Poesia è sentimento e, come tale, appartiene a quel potere creativo che è insito
nell'uomo geneticamente. Non è, quindi, qualcosa che si può comprare in
drogheria.
Poesia è capacità di invenzione, di superamento della standardizzazione e della
pianificazione; è ricerca continua; è sviluppo cognitivo; è estasi, sublimazione,
stupore.
Non può, pertanto, essere soltanto quella dei sonetti, delle odi; quella delle
rime baciate o alternate, ma è anche quella della scienza e dei simboli
del creato.
La poesia è nell'aria che respiriamo; nelle parole che ascoltiamo, nel sorriso di
un bimbo; nella carezza ad un bisognoso di affetto; nel mistero della cristianità,
nella profondità dell'orizzonte, nel silenzio della montagna, nella meraviglia
del firmamento, nella vita che nasce e che finisce, nell'incanto di un paesaggio,
nella produzione artistica di un pittore.
Poesia è dialogo con qualcuno che può essere dentro e fuori di noi. E' dialogo
con il mondo che è creatività; è dialogo con gli altri che è amore; è dialogo con
Dio che è preghiera.
"Il vero pensiero, dice Platone, è dialogo, il dialogo dell'anima con se stessa.
Ma l'anima non può dialogare con se stessa se non ha saputo cogliere l'altro. Il
mondo moderno è pieno di individui monologanti che, senza mai accogliere
l'altro, si oppongono e si urtano".


La poesia di Patrizia Mazzei
La poesia di Patrizia Mazzei ha radici ben salde nel contesto appena delineato.
"Supremo canto" è una raccolta di poesie che si avvale delle illlustrazioni delle
artiste Mena Stasi, Mariolina Del Popolo e Santina Zaccaro, cui va il mio saluto
e la mia stima. Le loro illustrazioni sono eloquenti linguaggi e, pertanto,
autentiche poesie.
La poesia di Patrizia Mazzei coinvolge ogni tipo di lettore, perché il messaggio
che esprime appartiene all'uomo nella sua interezza.
Spesso l'Autrice accenna senza descrivere e lascia intorno alle parole
un'atmosfera di rimpianto e di nostalgia, ma anche di speranza. La sua poesia è
cristallina, sovente grande poesia cosparsa di luce vivissima che brilla
attraverso tenui colori.
Patrizia Mazzei sente in modo struggente la nostalgia del passato; sente il
richiamo continuo, a volte ovattato di malinconia, per quel mondo della sua
fanciullezza, cui corrisponde una maniera di vivere, una filosofia di vita.
Sovente la sua poesia è uno struggente colloquio con se stessa, con la sua
dimensione interiore, con i suoi ricordi di fanciulla, con le sue tragedie, i suoi
miti, ma anche un colloquio con i lettori che si riconoscono nei suoi versi.
Ho avuto l'onore di relazionare, insieme al compianto prof. Bellini, sulla sua
prima raccolta di poesie "Steli di cardo".
La continuità che anima le due raccolte è evidente:
* Nello stile; nel colloquio interiore, a volte struggente, a volte drammatico, a volte
confidenziale;
* Nel tono, sommesso e coinvolgente, da cui emergono luci, colori, voci soffuse
che, a volte, sembra si perdano nel silenzio del Tempo per poi far ritorno nella
finitezza dello Spazio.
Il contenuto, però, delle poesie che compongono "Supremo Canto" è pregno di
filosofia di vita, che in modo costante, diventa ricerca di un "Qualcosa"
irrimediabilmente perduto, ma sempre presente e vivo, con la sua luce radiosa,
nella mente e nel cuore dell'Autrice.


* Spesso nelle sue poesie emerge grandiosa l'immagine di una terra che l'ha vista fanciulla:


Era dolce il suono
dell'acqua che scorreva...
la rivedo ancora... Giorno eterno
Il viso ridente fra i riccioli
d'oro...

Giorno eterno
pregno di voci
di lontane stagioni...
lungo le vie strette
del paese
fra le mura
di silenziose pietre.


*A volte descrive i limiti dell'essere umano:


Ho cercato la sorgente...
e ho vagato
per i deserti campi...
sotto un sole implacabile:
neanche l'ombra di un albero, di una siepe.
Le mie braccia tese
in un grido
che non trovava un'eco
fra le verdi gramigne
e i ciuffi d'erba.


* Sovente l'animo dell'Autrice si immalinconisce di fronte al ricordo del passato:


Non saprai mai
quanto ti ho amato
uccello senza ali...
sull'arida rocca
dove pure canta
la calandra
solo tu, solo tu
non hai un canto.


* Ma il tempo passa e porta con sé frammenti della nostra esistenza:


non sei più la fanciulla
delle calde distese di grano,
di sentieri tortuosi
fra verdi cimose di canne.
la tempesta ha devastato il mio
covone.
il grano s'è disperso
tra gli sterpi.
Dove saranno più
e mie stagioni?


* Patrizia Mazzei, comunque, è anche protesa alla ricerca di un
"Qualcosa" che trascende l'angustia dello Spazio e del Tempo.


sulle mie labbra
non si stende il riso
di una voluttà ostinata
d'oblio...
Il mio cuore dolente
naviga tra i solchi;
lontano ulula, ride
quale fiume impazzito.
Nella notte che scende
piange,
singhiozza,
imprigionata dall'onda
Ma la sponda severa si sveglia:
"Rimani nell'onda,
o diletta,
se non vuoi
che una putrida palude
sia il tuo ultimo
sudicio letto"


Ecco, spesso Patrizia solleva lo sguardo verso il cielo e con sussiego cerca la Luce, cerca Dio e pare voglia rivolgerGli, con timore misto a stupore, una sola
parola: "PERCHE'..."
Ma subito si ravvede e recede dal suo proposito e accetta, quale fragile creatura, i limiti del proprio essere; fa sua la filosofia della predestinazione; fa suo il disegno divino,dove ognuno di noi è chiamato a svolgere un ruolo preciso. Ed è a questo punto che Lei, chinando la testa al "MASSINO FATTOR", come afferma il Poeta, accetta con divina rassegnazione la tragedia della cristianità e
la precarietà dell'esser umano.
Ed è a questo punto che la sua Poesia da canto supremo diventa
"SUPREMO CANTO".


Domenico Miolla