
Costantino
Faillace
RIMEMBRANZE
Premessa
Non
ho avuto la possibilità di fare molto per San Lorenzo, mio paese
natio, come di certo avrei voluto. La mia professione mi ha portato lontano,
tanto lontano anche dalla Calabria. Il mio unico lavoro geologico/paleontologico
copre un'area non lontana da San Lorenzo, compresa fra Civita-Frascineto-Cassano-Doria:
è la sintesi della mia tesi di laurea, pubblicata dall'Università
di Bologna nel 1954.
Solo recentemente mi sono impegnato a percorrere tutto il territorio Sud-orientale
del Parco Nazionale del Pollino, di cui San Lorenzo occupa la parte centrale,
descrivendolo ed illustrandolo con numerose immagini nel libro "San
Lorenzo Bellizzi dirimpettaio delle Gole del Raganello e del Complesso
del Pollino - Guida turistica di San Lorenzo e dei paesi limitrofi".
Quest'opera, coautori Leonardo La Rocca e Francesco Carlomagno, fu scritta
con lo scopo di far conoscere le bellezze paesaggistiche di San Lorenzo
e di sette comuni limitrofi, localizzati in un'area di rara bellezza,
meritevole di essere conosciuta ed apprezzata dai vacanzieri. Il libro
si prefigge anche di incoraggiare lo sviluppo socio-economico del territorio
mediante programmi turistici e culturali, esamina gli aspetti architettonici
di San Lorenzo e si propone di invogliare i nostri emigrati a passare
le loro vacanze nel paese dove sono nati. Ma vi è anche l' importante
motivo descritto dal Dr. L. Odoguardi ( ben noto cardiologo e scrittore
storico dell'Alto Ionio) nella sua Premessa al libro in cui dice: "I
sallorenzani della diaspora possano così rinverdire le proprie
radici e trasmettere ai loro figli dei figli la loro patria lontana; suscitare
in essi il desiderio di conoscere il punto di partenza delle nuove generazioni;
sfidare il mondo ma anche scommettere sulla sfida del ritorno"
Durante
la mia lunga e intensa attività professionale in molti paesi di
quattro continenti, ho pubblicato più di 90 lavori scientifici,
in inglese, spagnolo e italiano. Mi sento, pertanto, quasi in colpa per
non aver dato un maggiore contributo di conoscenze geologiche/idrogeologiche
dell'area dove sono nato!
Anche
se lontano, ho sempre coltivato con amore i ricordi che ancora tanto mi
legano a San Lorenzo. I tanti, tantissimi sofferti ricordi della mia infanzia
mi hanno sempre stimolato a dare il meglio di me stesso. In verità,
mi sono sempre considerato fortunato di essere nato a San Lorenzo. Le
difficoltà vissute durante l'infanzia quale primo figlio di una
famiglia numerosa, con tanti fratelli e sorelle da aiutare, i disagi per
la mancanza di luce elettrica, di strade, il trasporto in barella dei
malati attraverso il valico del Bifurto, con neve e temperature rigide
durante l'inverno, la mancanza d'acqua e di fognature, non mi hanno mai
scoraggiato, anzi mi hanno dato una grande forza di volontà; mi
hanno aiutato a credere in me stesso e motivato a crearmi, con le mie
mani, un futuro migliore!
San
Lorenzo ha forgiato il mio carattere ed ha stimolato il mio desiderio
di allargare sempre più il mio orizzonte di conoscenza, limitato
dalle bellissime, possenti e maestose "timpe" che l'asserragliano.
Per soddisfare la mia ansia di allargare il campo professionale, di incontrare
e comprendere altre culture, ho avuto la fortuna di lavorare per organizzazioni
internazionali quali la FAO, le Nazioni Unite, il Banco Mondiale ed altre.
Ho avuto così l'opportunità di vivere in tanti paesi in
via di sviluppo dove ho speso le mie energie migliori e dedicato l'intelligenza
e l'esperienza a favore di chi soffre di ristrettezze inaudite. Tutto
ciò ha allargato progressivamente il mio orizzonte e ha dato al
mio futuro un senso d'appagamento e di ottimismo, oltre a contribuire
alla mia affermazione in ambito internazionale! La splendida esperienza
di vita vissuta in compagnia di mia moglie, sempre al mio fianco, pronta
ad incoraggiarmi ed assistermi in ogni circostanza, non si sarebbe certo
materializzata se invece di essere nato a San Lorenzo fossi nato in un
altro posto, con migliori condizioni di vita.
Perché
scrivo le mie memorie
Molte persone, sapendo che sono stato un giramondo, mi hanno chiesto più
volte: "Perché non scrivi le tue memorie?"
Altre persone, dopo aver ascoltato alcuni episodi della mia vita, mi hanno
detto: "Dovresti scrivere le tue memorie!" Per anni non vi ho
dato molto peso, anche perché scrivere le mie memorie era come
accorciarmi la vita! Chi da vecchio scrive le proprie memorie è
cosciente che la sua vita è al termine e vuole lasciare una traccia
del suo percorso.
Ma io non
ero vecchio e avevo ancora tanto da fare. Non mi restava
tempo per le "memorie"! Era ancora presto! Con tante idee per
la testa non potevo pensare anche a morire!
Il
tempo, in ogni modo, continua a passare inesorabilmente; i denti, uno
dopo l'altro, cadono, le forze progressivamente vengono meno e la memoria
incomincia ad avere delle aree bianche che, a volte, riesco a colmare
solo con grandi sforzi. L'eloquio, inoltre, è diventato più
lento e la voce meno incisiva!
Alla progressiva consapevolezza che la vita lentamente se ne va, contribuiscono
anche gli annunci mortuari! Essi sono un costante richiamo alla mia età,
ormai avanzata!
Camminando per le strade, mi accorgo di leggere con curiosità l'età
dei defunti che appare sui manifesti. Spesso dico: oh, poveretto, era
ancora tanto più giovane di me! Man mano che passano gli anni,
mi rendo sempre più conto che, per l'età che ho, sono un'eccezione;
sono già fra coloro che trovano posto in cima alla classifica delle
persone ancora vive ma che, secondo la statistica, dovrebbero essere già
morte!
Oh mio Dio, mi sono detto recentemente, è meglio che incominci
al più presto a scrivere le mie memorie! Ho già superato
da tempo gli ottanta anni! Ormai non m'illudo più di poter vivere
ancora per molti anni! La morte può stroncare la mia vita all'improvviso,
per premiarmi della mia operosità (ho già ricevuto un avviso
in tal senso qualche anno fa in India, quando fui colpito da un leggero
ictus). Potrebbe anche essere un lungo, penoso declino, per pagare eventuali
malefatte di cui non ho memoria.
Perché dunque mi accingo a scrivere le mie memorie? È da
tempo che ci penso! Alcuni mesi fa, durante una passeggiata di circa due
chilometri dalla nostra villetta di Ciampino con le mie nipotine Elena
e Joanna, fui incoraggiato a considerare seriamente questo mio desiderio.
Dovevamo raggiungere il Casale dei Monaci e visitare una mostra fotografica.
Il vecchio, storico Casale fu ristrutturato magnificamente alcuni anni
fa dal Comune che ne fece un Centro Culturale. È situato a circa
duecento metri dal nuovo cimitero di Ciampino.
Sulla
via del ritorno entrammo nel cimitero e spiegai alle mie nipotine, che
mi facevano tante domande, le ragioni per cui fu costruito un "Anfiteatro"
con vari livelli di cellette, simile ad un enorme alveare, per collocarvi
le bare dei morti.
"Ma perché queste cellette sono tanto piccole e quelle sono
molto più grandi?" chiese Elena.
"In quelle grandi ci sono le bare, mentre in quelle piccole ci sono
le ceneri di chi ha preferito farsi bruciare nei forni crematori.",
risposi. Poi soggiunsi:
"Senti Elena, come vedi il tuo nonnino è già molto
vecchio e fra non molto morirà anche lui".
Non si scompose per nulla, restò serena. Allora le chiesi: "Quando
il nonno morirà dove dovrà essere sepolto? "A San Lorenzo",
fu la sua risposta immediata.
"Ma San Lorenzo é tanto lontano, tu verrai a visitarmi?"
"Certo, nonno, ogni anno verrò a visitarti".
"Mi porterai dei fiori?". "Sì nonno, tanti".
Fui felice della sua risposta franca, naturale, senza emozioni!
Ritornammo piano piano a casa, discutendo di tante cose e raccogliendo
fiorellini per la nonna.
Il
breve dialogo con Elena, osservando i vari piani dell'"Anfiteatro"
di Ciampino, mi ha reso ancor più consapevole del breve percorso
che mi resta, incoraggiandomi a descrivere i fatti della mia vita, per
lasciare ai miei compaesani o a chiunque altro, una testimonianza della
mia esperienza e delle mie sensazioni, raccontando gli episodi di cui
è stata tanto ricca la mia vita di giramondo; loro, rivivendo il
mio passato, potranno criticarlo o trarne ispirazione.
E
così ho deciso, prima di ritornare per sempre là dove sono
nato, di dedicare parte del mio tempo a ricostruire i ricordi della mia
infanzia e della mia vita, e dedicare ai giovani questo mio lavoro. I
giovani d'oggi, infatti, cresciuti nel benessere e sotto la protezione
dei genitori, vivono spesso periodi di crisi ed hanno bisogno di stimoli
che li aiutino a credere in loro stessi, per superare, come le ho superate
io, le difficoltà e i disagi della vita. I miei racconti hanno
anche lo scopo di aiutarli a costruirsi un percorso basato non sulla ricchezza
ma sulla solidarietà, sulla comprensione, sugli antichi valori
della famiglia che, purtroppo, stanno rapidamente scomparendo sotto un
mare di consumismo e sotto la spinta della "globalizzazione"!
Questi dunque sono i motivi principali, in aggiunta a quanto già
detto prima, che mi hanno incoraggiato a raccontare la mia vita, oltre
a quello di soddisfare la richiesta di tutte le persone che, a conoscenza
del mio percorso, mi hanno incitato a scrivere le mie memorie.
LA MIA INFANZIA
Un mondo
che non c'è più
Riandare
con la memoria agli anni della mia prima infanzia è come cercare
di scavare in un mondo che non esiste più! Ho pochi, scarni ricordi
della mia prima infanzia, i più lontani ricordi sono le visite
che facevo ai miei nonni paterni, quando avevo poco più di due
anni. Del nonno, faceva il sarto, ho un vago, nebuloso ricordo.
Nel descrivere la mia prima infanzia terrò molto in considerazione
episodi e fatti che illustrano un mondo antico, la cui conoscenza può
servire ai giovani per apprezzare quanto sia stato grande lo sforzo dei
loro padri per contribuire a creare per loro un mondo migliore.
Sin
da piccolo la mia vita è stata contrassegnata dal desiderio di
apprendere, di conoscere e di alleviare, quando possibile, i disagi e
le sofferenze di chi, come avviene in molti paesi in via di sviluppo,
soffre per mancanza dei più elementari diritti umani quali l'istruzione,
la salute, l'alloggio, l'acqua. Da allora ho vissuto tante vite, contrassegnate
da esperienze che hanno influenzato positivamente la mia visione del mondo
e della nostra moderna società, in continua evoluzione e trasformazione.
Il ricordo
della mia prima madre
Il
ricordo più lontano e più incerto che appare alla mia memoria,
quando mi sforzo di cercare immagini della primissima infanzia, è
la nascita di mio fratello Giuseppe, avvenuta quando avevo poco più
di due anni. Forse non è neanche un ricordo personale quello che,
come in una nebbia, mi sembra di intravedere. È più probabile
che sia un'incerta visione entrata nella memoria dal racconto di mio padre.
Lui diceva a tutti, con una punta d'orgoglio che, quando avevo appena
due anni, mi recai dal nonno per dirgli che era nato Giuseppe! In questo
lontanissimo, offuscato ricordo, vedo un piccolissimo bambino che cammina
piano piano, un po' traballante, lungo una strada stretta e coperta di
pietre irregolari. Ho anche una vaghissima immagine del nonno Francesco.
Non so con certezza se questa visione sia contemporanea alla nascita di
Giuseppe o di poco successiva; il nonno, infatti, morì dopo tre
mesi, a 73 anni.
Più
chiaro è il ricordo di mia madre, seduta su un letto altissimo
con materassi riempiti di foglie di granoturco. Una donna mi sollevò
e mi pose dolcemente accanto a lei che mi accolse stringendomi teneramente
al petto. Ricordo che mi parlò facendomi delle raccomandazioni,
ma non ricordo cosa mi disse.
Mia madre morì al quinto parto, quando aveva solo 27 anni. Altri
due fratelli erano morti prima che io nascessi, avevano solo pochi mesi!
Alla morte di mia madre io avevo quattro anni e mezzo. La sua morte fu
causata da un aborto all'ottavo mese, provocato dallo sforzo che fece
per versare i sacchi di grano nel granaio di legno situato al piano sottostante
alle due stanze dove dormivamo. Il nome della bambina sarebbe stato Agnese,
come la nonna materna. Durante la veglia notturna, una candela si piegò
sul lembo della coperta del letto dove giaceva mia madre morta, e ne bruciò
un lungo pezzo.
Le persone che dormicchiavano nella stanza accanto, avvertite dall'odore
del fumo che si sprigionava lentamente dalla coperta, accorsero immediatamente
e provvidero a spegnere l'incipiente incendio del letto.
A
quei tempi la morte era accettata più d'ora, specialmente in un
luogo isolato come San Lorenzo, senza assistenza sanitaria e senza igiene.
A tal evento funesto si cercava di rimediare mettendo al mondo molti figli.
La mortalità era altissima, causata dalla mancanza d'igiene, d'assistenza
medica e di medicinali.
Non ricordo il funerale di mia madre; i nonni o i parenti mi avevano portato
in una delle loro case per non farmi vedere mia madre morta.
La morte di una persona tanto giovane era pur sempre un dramma molto sentito
dai parenti e suscitava sconforto e dispiacere nella popolazione di un
piccolo paese come il mio, dove tutti si conoscevano.
Mia madre lasciò un pietoso rammarico fra la gente. "Tua madre
era una bella ragazza, brava, sapeva ricamare, lavare, stirare, era tanto
gentile con tutti !" Questo fu il ricordo che lasciò nel paese
e la gente la ripagò dandomi tanta simpatia ed affetto.
Mio fratello Giuseppe viveva lontano, a Plataci, dal nonno materno. In
casa ero solo con papà. A volte venivano zia Teresa o zia Carmela,
sorelle di papà, che mi portavano a casa loro per giocare con i
loro figli.
Il
forte bisogno di mia madre si manifestò molte volte nei miei sogni.
Mi coricavo col desiderio di vederla. I sogni che facevo erano quasi sempre
gli stessi. Sognavo di volare lungo le strade tortuose del paese sbirciando
all'interno delle case per vedere se la trovavo; a volte qualcuno m'inseguiva
e mi faceva paura al punto da svegliarmi. Mi sforzavo di riaddormentarmi
per continuare a cercarla.
Mia
madre era nata a Plataci da padre d'origine albanese e da madre nativa
di San Lorenzo. Sua madre era anche lei morta giovane, lasciando le due
figlie: mia madre e zia Maria. Quest'ultima viveva alle Valline, una contrada
fra Plataci e San Lorenzo. Una terza sorella, Teresa, era morta anche
lei giovanissima. Il nonno si era risposato con Agnese, appena rimpatriata
dagli Stati Uniti e non aveva avuto altri figli.
Mio padre aveva conosciuto mia madre probabilmente a San Lorenzo durante
qualche festa del paese.
Credo che mio padre fosse molto innamorato di mia madre al punto che per
andare a visitarla una volta la settimana, prima di sposarla, percorreva
in poco più di due ore il tragitto San Lorenzo-Plataci, quando
in media ci vogliono quattro ore. "L'amore mi metteva le ali ai piedi",
mi confidò una volta! Si sposarono nel novembre del 1921; lei aveva
19 anni e lui 25. Non credo che per mio padre fosse il primo amore. Trovai,
infatti, in una vecchia cassetta di legno costruita dal falegname del
paese, e che lui usò come valigia durante la prima guerra mondiale,
alcune cartoline illustrate con chiare allusioni alla relazione che lui
aveva avuto con una ragazza di Torino. Dopo il congedo militare si era
fermato a Torino per qualche anno; trovò lavoro e fece progressi
diventando "capo tagliatore" in una sartoria famosa a quei tempi.
In effetti, anche se le sue conoscenze erano limitate - aveva frequentato
solo fino alla terza elementare - ebbe una gran voglia di migliorare la
sua scarsa esperienza di sarto, appresa da suo padre Francesco. Al richiamo
dei suoi genitori, lasciò Torino con rammarico per ritornare a
San Lorenzo ed essere vicino ai suoi vecchi. I suoi due fratelli e una
sorella, tutti più grandi di lui, erano partiti giovanissimi per
gli Stati Uniti, oltre dieci anni prima. La loro età variava da
14 a 9 anni! I ragazzi erano stati richiamati da tre zii che da circa
vent'anni si erano trasferiti in America in cerca di un avvenire migliore.
Là si sposarono e non ritornarono mai più in Italia.
Durante
il periodo della vedovanza di mio padre, nessuno si prese cura di me.
Spesso andavo nel negozio con papà o stavo da qualche vicina. Nessuno
mi aiutava durante i miei bisogni fisiologici. Mio padre, in ogni modo,
risolse il problema confezionandomi un pantalone che mi permetteva di
fare i miei bisogni senza abbassarlo in quanto la sezione del cavallo
non era cucita e pertanto appariva come una generosa fessura che mi permetteva
di urinare liberamente in piedi e di defecare abbassandomi semplicemente.
Per pulirmi bastavano le pietre o le foglie che trovavo a portata di mano.
Mio padre era davvero un genio!
La gente e i pochi compagni mi avevano dato un nomignolo (tutti avevano
un nomignolo o soprannome a San Lorenzo), mi chiamavano "U' muccusu".
Soffrivo, infatti, costantemente di raffreddore e avevo spesso il naso
intasato dal muco che pulivo soffiando fra pollice e indice e buttandolo
poi lontano da me; spesso mi strofinavo il naso sulla manica della giacca,
dove il muco seccava e lasciava una crosta lucente!
La mia nuova
mamma
Mio
padre a 31 anni, vedovo con due bambini piccoli da accudire, un negozietto
da sarto e una piccola proprietà da custodire, non ebbe altra scelta
che trovarsi un'altra donna da sposare. Di questo parere erano anche i
familiari e la gente del paese. Così, dopo solo alcuni mesi, decise
di fidanzarsi, malgrado fosse ancora vivissimo il dolore per la recente
perdita della bella, giovane moglie da lui tanto amata per le sue virtù,
la sensibilità e l'intelligenza. Durante il brevissimo periodo
del fidanzamento mi portava sempre con sé quando, di sera, andava
a visitare la fidanzata. Mi metteva a cavallo sulle sue spalle; poi poneva
sulla mia testa il bavero del largo mantello a ruota di felpa e, con un
movimento ben deciso, l'avvolgeva intorno a me e a se stesso, lasciando
scoperte la mia testa e la sua. Le visite erano sempre brevi e si svolgevano
attorno al focolare dove tutti stavano seduti a godersi il calore del
fuoco scoppiettante, unico conforto di quel rigido inverno.
Il
matrimonio di papà avvenne in un giorno molto piovoso. Il corteo,
all'uscita dalla chiesa, fu investito da una pioggia torrenziale. La gente,
lasciando la chiesa, s'incamminò frettolosa lungo la strada tortuosa
del paese, a volte ciottolosa, a volte fangosa. La mia nuova mamma mi
teneva amorevolmente per mano e cercava di proteggermi. Ci bagnammo tanto,
anche se muniti d'ombrello. L'ultimo tratto fu ancora più difficile
in quanto le varie grondaie scaricavano dall'alto tantissima acqua e non
si aveva modo di evitare il loro potente getto. La strada era molto stretta
vicino alla nostra casa, in particolare nel punto dove dovevamo salire
i tre gradini per entrare. Una gran tinozza di legno, infatti, ostruiva
il passaggio. La tinozza era stata messa lì per la raccolta dell'acqua
scaricata violentemente dalla grondaia.
Appena entrati nella camera da letto, la sposa chiuse la porta e si preoccupò
di cambiarmi immediatamente il vestito, prima di togliersi il suo abito
bianco inzuppato d'acqua.
La
mia nuova mamma era giovane e forte, mi consolava nei momenti di tristezza
che a volte mi assalivano e faceva di tutto per farmi sorridere. Si chiamava
Carmela: lei lavorava sempre e spesso canticchiava; a volte mi portava
con sé alla vigna o all'orto, dove io cercavo di aiutare con piccoli
servizi. Durante il primo anno con la nuova mamma non vidi mai mio fratello
Giuseppe che viveva "alle Valline" con la zia Maria, la sorella
di mia madre. Le Valline è una contrada a due ore da San Lorenzo
e ci si arrivava a piedi o con l'asino. Venne solo per qualche giorno
in agosto, durante la festa di San Lorenzo Martire, patrono del paese.
A quel tempo la mia nuova mamma era già in avanzata attesa; la
sua prima figlia, Rosina, nacque, infatti, nel mese d'ottobre del 1930.
Era una donna semplice e affettuosa, aveva un gran senso pratico e svolgeva
le molte attività della casa senza mai lamentarsi. Si lamentava
solo di me perché facevo la pipì a letto! Questo problema
divenne sempre più raro mentre crescevo, ma scomparve del tutto
solo dopo i 13 anni, quando ero già a Castrovillari. Avevo sempre
paura di bagnare il letto mentre dormivo, e quando questo succedeva n'ero
afflitto. A volte cercavo di asciugare il bagnato con l'asciugamano e
con il calore del mio corpo. Una volta mia madre, disperata per la mia
incontinenza, mi sgridò con rabbia e mi rincorse gridando "Ti
ammazzo, ti ammazzo".
Mia
madre non aveva frequentato la scuola e pertanto non sapeva né
leggere né scrivere. Si spense lentamente all'età di 52
anni affetta da molte malattie, la più grave delle quali fu la
cirrosi epatica, probabilmente causata da malattia virale; era quasi astemia.
Il dottore le drenava periodicamente vari litri di acqua dall'addome.
La sua vita fu durissima per le frequenti malattie e per i tanti figli
da accudire. Le vicine di casa furono sempre molto comprensive con lei
e le diedero una mano quando era necessario. Nel frattempo Rosina cresceva
ed incominciava a contribuire già da piccolina, con piccoli lavoretti.
Quando, poi, cambiammo casa e la malattia costringeva la mamma al riposo,
"zia" Mariantonia, la nostra vicina, era sempre lì, sempre
pronta ad aiutare, a consolare, ad offrirci amore, solidarietà
e comprensione. Ci dava conforto, c'incoraggiava a sperare nel futuro
e alleviava, così, i nostri disagi. Zia Mariantonia è stata
per noi come una vera, amorevole zia, che noi tutti abbiamo sinceramente
amato, come abbiamo amato ed amiamo sua figlia Domenica, che tutti noi
consideriamo una sorella.
Durante
la sua breve vita, fra l'età di 22 e 36 anni, mia madre partorì
ben nove figli, due dei quali morirono dopo solo pochi mesi dalla nascita.
Me la ricordo spesso ammalata, sempre in attesa di un nuovo fratellino
o di una sorellina! Mi ha voluto molto bene. Ho sempre creduto, infatti,
che volesse più bene a me che ai suoi i propri figli! A volte questo
sembrava molto evidente, e non ne ero sempre felice! Ho sempre avuto un
gran rispetto e tanto affetto per lei. A volte avevo quasi compassione
e rabbia nel vederla, quando tornavo da Castrovillari per le vacanze,
ancora una volta "in attesa".
Mio
padre scriveva spesso la stessa cosa: "Sono felice di farti sapere
che tua madre ha dato alla luce un altro bambino". Questi annunzi
periodici finirono per indispettirmi, ma non osavo esprimere quello che
sentivo. Fu prima della nascita di Raffaele, quando avevo già compiuto
18 anni che, tornando a casa per le vacanze e vedendo mia madre ammalata
ed in attesa di un altro bambino, gli dissi con rabbia: "Papà,
ogni volta che mamma partorisce mi scrivi sempre la stessa cosa: ti comunico
che tua madre ha dato alla luce un altro bambino!" Poi continuai:
"Ma papà, questa luce non si spegne mai?!" Mi guardò
e, considerandomi ormai cresciuto, mi rispose: "Fijjiu miu, qua nott
lungh y malu timpu!"
San Lorenzo dei miei anni giovanili, infatti, non aveva niente da offrire,
non vi era neanche la luce elettrica, come racconto qui di seguito.
Il
Mio Paese
Il
paese dove sono nato, nella memoria della mia prima infanzia, era grigio,
senza colori, con case fatte di pietre legate da un impasto di creta.
Solo alcune erano intonacate esternamente.
Le
strade, strette e tortuose, permettevano appena il passaggio agli asini
carichi di sacchi di frumento; quando pioveva si trasformavano in torrenti
impetuosi che erodevano il selciato, spesso sconnesso, lasciando i loro
sedimenti nelle zone pianeggianti, ove formavano un'appiccicosa fanghiglia.
Il paese era privo di luce elettrica, d'acqua e di fognature. Per l'illuminazione
dell'interno delle case si usavano le candele o le lanterne a petrolio
che emanavano un forte odore. I pochi "ricchi" usavano la lampada
a carburo. Per andare di notte da una casa all'altra alcuni si servivano
della "lampadina". D'inverno, senza luna, molta gente usava
il "tizzone" per farsi un po' di luce camminando. Bisognava
aspettare ancora tanti anni prima di avere, nel 1952, la luce elettrica.
Io avevo 27 anni!
Passai, pertanto, al buio tutta la prima infanzia e l'adolescenza! Di
ritorno a San Lorenzo per le vacanze, mio padre spesso mi diceva: "Bisogna
risparmiare la luce, bisogna andare a letto presto!"
A me piaceva leggere e per non usare la luce a petrolio o le candele,
che mi erano proibite, mi sdraiavo per terra, ponendo la testa sul gradino
del focolare e leggevo sollevando il libro sopra la fronte, per illuminare
la pagina con la luce del fuoco che ardeva lentamente.
Le case di
San Lorenzo sono efficacemente descritte dall'amico Francesco Carlomagno
che ha saputo immortalare nei suoi versi tutti i sacrifici fatti dai nostri
padri per costruire la loro casa in un'area impervia per salvare la terra
da coltivare:

Le
case del vecchio paese
Le case del vecchio paese
hanno i muri fatti di fatica,
sono la sofferenza nascosta
nelle pietre.
Con i sassi portati sulla testa
o sulle incurvate spalle
e legati a muro con creta
strappata lungo i torrenti
fatte sono le case
del mio vecchio paese:
ristoro alle fatiche
delle giornate antiche
misurate dalla luce.
La storia la sa il focolare.
È
vero, la storia della fatica di ognuno la conosceva bene il focolare attorno
al quale si raccoglievano di sera tutti i componenti della famiglia, dopo
una lunga giornata di duro lavoro nei campi. Era l'unica opportunità
di stare insieme. Al focolare si cucinava usando legna di quercia, si
mangiava, si lavavano i piatti, in alcuni casi si uccideva anche il maiale.
Gli insaccati si appendevano poi al soffitto, nell'area sovrastante il
focolare, per farli essiccare lentamente. Le salsicce, insaccate nell'intestino
tenue, lunghe spesso più di un metro, avvolte ad un palo orizzontale
sospeso al soffitto dalle due estremità, avevano l'apparenza di
un rosso serpentone.
Sempre l'amico e poeta Francesco Carlomagno, descrive in pochi, quasi
allegri versi, la cruda realtà del mondo dove è cresciuto:

La
casa dove io sono cresciuto
La
casa dove io sono cresciuto
fatta era di una sola stanza.
Al piano terra c'era la ricchezza:
l'asino il maiale le galline
il grano il vino.
Dove desiderava stava il cane
di me compagno e di tutti amico.
Il
mare si vedeva dal balcone,
la Timpa e Bellizia col Pollino.

Nell'inviarmi
recentemente questa poesia, Francesco, rivolgendosi a me, dice:
"Tuttavia, penso che oltre a richiamare la nostra vita di un tempo,
ci sia anche una relazione tra la tua esperienza indiana e la nostra esperienza
di allora. Quando la vita si svolgeva praticamente nei campi, le case
servivano in sostanza come luogo di riposo notturno. La festa, che richiamava
tutti in paese, era da considerarsi come una parentesi, come ulteriore
riposo e momento di aggregazione degli abitanti del borgo i quali avevano
tutti un pezzo di terra da coltivare, anche quando svolgevano altri mestieri,
per poter vivere e, talvolta, sopravvivere".
E' sorprendente ancora oggi osservare come questo piccolo paese, costruito
su un pendio molto accentuato e in una zona parzialmente interessata da
frana, dove di tanto in tanto non mancano le scosse sismiche, abbia miracolosamente
resistito per secoli! La staticità delle costruzioni è basata
principalmente sul grande spessore dei muri di pietra legati con creta,
come malta. La mancanza di terra da coltivare motivò la scelta
di costruire in una zona con forte pendenza. I muri, rigonfiati e fessurati
dalla spinta della frana, erano periodicamente rifatti dai proprietari.
Le pietre che servirono per costruire le case, furono prelevate principalmente
dalla località "porcile", dal greto del torrente Santo
Pietro. Erano pietre cadute dalle sponde durante gli acquazzoni, costituite
da straterelli di roccia grigia e marrone. Gli strati, spessi 10-15 cm,
sono interessati da numerose fratture, spesso riempite da vene bianche
di calcite. Osservando le pietre dei muri "faccia a vista" delle
case, si nota che molte furono rotte lungo le venature bianche, ove la
resistenza al taglio è minore. Le pietre furono utilizzate com'erano,
senza necessità di modificarle con lo scalpello o il cesello.
La
distanza dalla contrada "porcile" al paese è di circa
mezz'ora a piedi. Le pietre furono portate con i muli e con gli asini
lungo una mulattiera costruita faticosamente ad un'altezza conveniente
rispetto alle case del paese, attraversando un declivio molto accentuato.
Il percorso avveniva principalmente lungo una via ondulata, senza accentuate
differenze altimetriche e, pertanto, era il più breve e il meno
faticoso rispetto ad altri punti del torrente ove il materiale era reperibile.
I
muri delle case di piccole dimensioni erano spesso costruiti a secco,
con le pietre sistemate una sull'altra, mentre per quelli delle case più
grandi, specialmente se in zone con forte pendenza, si usava una malta
costituita da materiale argilloso scavato nei fossati e nelle vicinanze
del rione Calanca.
Nella
casa dove sono nato, la cucina era al piano terra, mentre il balcone della
seconda stanza, a livello con la cucina, era al quarto piano!
Le case, inoltre, non erano provviste di bagni. Gli uomini si recavano
nella vicina foresta, mentre le donne usavano il pitale, recipiente di
ceramica che di notte, generalmente verso la mezzanotte, svuotavano buttando
il suo contenuto dalla finestra! Era di certo pericoloso camminare di
notte, per il rischio di inciampare negli escrementi disseminati per le
strade, o perché qualcuno, senza volerlo, poteva scaricare addosso
al passante il contenuto del suo pitale! Camminando di notte per le strette
strade del paese, era pertanto prudente far sentire la propria presenza
con colpi di tosse, canticchiando o parlando! Le fognature entrarono in
funzione solamente alla fine degli anni cinquanta, dopo che l'acqua potabile
raggiunse il paese nel 1956 e le case furono connesse con tubi e rubinetti.
La gente si recava " a llu vujianitu", sorgente d'acqua potabile
a circa un chilometro dal paese, oppure alla "Funtana i Malore",
l'altra importante fonte idrica del paese localizzata in una zona opposta
a quella dell'altra fontana, frequentata da chi doveva fare un percorso
più breve rispetto "a llu vujianitu".
Le donne vi si recavano per riempire barilotti di 25 litri trasportati
sulla testa. Chi aveva l'asino, andava a riempire due barili da 40 litri
l'uno. Alcuni proprietari d'asini offrivano, dietro compenso, il loro
servizio di raccolta dell'acqua a chi ne aveva bisogno. Le donne spesso
andavano in gruppi di 4-5, scambiandosi confidenze, parlando delle loro
famiglie e degli eventi paesani. La sorgente era usata anche come lavatoio,
dove le donne si recavano portando sulla testa grossi cesti di vimini
contenenti il bucato fatto in casa, specialmente in occasione delle piogge,
quando si poteva raccogliere l'acqua piovana in tinozze di legno poste
in corrispondenza degli scarichi delle grondaie. Tutta la roba da lavare
veniva messa nella tinozza, alternata a strati di cenere setacciata per
eliminare eventuali pezzetti di carbone. A tinozza piena si versava l'acqua
bollente sull'ultimo strato di cenere che filtrava attraverso gli indumenti
da lavare. Gli indumenti, dopo essere stati lisciviati, erano portati
al lavatoio della fontana, oppure alla sorgente del torrente San Pietro.
Il lavaggio avveniva con pezzi di sapone fatto in casa; poi i panni venivano
abbondantemente sciacquati e posti ad asciugare al sole, laddove era possibile
stenderli.
D'inverno
era duro recarsi a prendere l'acqua, specialmente quando nevicava. Il
viottolo che portava alla sorgente spesso gelava, formando piastroni di
ghiaccio irregolari che provocavano rovinose cadute alle donne e rendevano
difficile agli asini salire lungo lo stretto sentiero, parzialmente rivestito
di sassi.
I bravi calzolai, per evitare cadute durante l'inverno e rendere resistenti
e durature le scarpe, inserivano nella suola dei chiodi con testa quadrata,
"le tacce". Le scarpe erano pesanti e avevano la forma di uno
scarponcino con lacci di cuoio; facevano un gran rumore quando si camminava.
Io ho consumato parecchie scarpe con le suole coperte da "tacce";
le usavo in paese e principalmente per andare in campagna, a Cerchiara
o Civita o per recarmi a Castrovillari. Erano scarponcini di cuoio di
vacca, con robusti lacci di pelle. S'indossavano con calze pesanti di
lana, lavorate a mano dalle donne durante le serate invernali o nei mesi
estivi mentre chiacchieravano con le vicine.
In effetti, in San Lorenzo si ebbe una grande tradizione di lavoro della
lana: dalla filatura fino alla tessitura e alla confezione dei manufatti.
L'intero corredo degli oggetti di lana, dalle coperte alle calze, dalle
maglie ai materassi, alle imbottite, ai copricapo ed altri oggetti di
lana, erano confezionati a mano durante le lunghe serate invernali, sedendo
attorno al focolare. Molte donne, inoltre, erano esperte nel ricamare
a mano federe, tovaglie, lenzuoli, fazzoletti; le ragazze giovani erano
istruite sin da piccole, dalle loro madri, a ricamare i vari pezzi del
loro corredo, attività questa che era praticata per vari anni prima
del matrimonio.
San
Lorenzo, per mancanza di strada rotabile fino al 1958, quando finalmente
fu connesso con Cerchiara, doveva essere autosufficiente, specialmente
durante i mesi invernali, quando le bufere di neve toglievano la possibilità
di approvvigionarsi dal vicino paese.
L'agricoltura
era intensiva e il lavoro dei campi era durissimo. La terra, infatti,
era zappata o arata con un aratro primitivo fabbricato localmente dal
fabbro del paese. L'aratro era tirato da una coppia di buoi ed il concime
era naturale, raccolto dalle stalle o dagli ovili; non si conoscevano
i concimi chimici. La produzione era scarsa a causa del forte dilavamento
dei terreni, causato dall'accentuata pendenza che agevolava lo scorrimento
e che sottraeva alla terra le sostanze organiche superficiali. Si richiedeva
molto lavoro e tanti sacrifici; pur tuttavia a quei tempi non vi era neanche
un pezzettino di terra che non fosse coltivato. Si produceva di tutto,
grano, orzo, biada, olio, vino, patate, ortaggi, tutto in scarsa quantità
e principalmente per consumo familiare.
Noi avevamo vari "pezzetti" di terreno non lontano dal paese.
Producevamo grano, olio, vino, verdura. Il terreno che più accudivamo
era in contrada "Ariella", così chiamata per la brezzolina
che spesso soffiava durante i mesi estivi. Io andavo spesso all'Ariella,
distante circa un chilometro dal paese, ove avevamo il nostro vigneto,
il terreno con alberi di ulivi, fichi, meli e peri. Vicino avevamo un
altro terreno con querce secolari, da cui annualmente tagliavamo qualche
ramo per la legna da ardere.
La gente aveva una grande consapevolezza che la legna da ardere era una
grande, indispensabile risorsa naturale per la loro sopravvivenza durante
i rigidi mesi invernali. Il taglio dei rami avveniva a turni di 8-9 anni
per ogni albero. Le querce erano utilizzate anche per la raccolta della
ghianda per i maiali.
Io aiutavo in vari piccoli lavori e, quand'ero stanco, mi sedevo su una
pietra sotto un ulivo, situato in un punto panoramico, dirimpetto alle
Gole del Raganello e, sulla destra, la Timpa di Sant'Angelo. Le imponenti,
bellissime rocce che circondano San Lorenzo, mi hanno affascinato sin
da piccolo!
Nina Tursi
nella sua poesia Vie dell'Infanzia descrive così San Lorenzo degli
anni recenti:

Le
vie dell'infanzia
Ricordo,
stavo da mia zia,
mia madre nei campi
tutto il giorno,
sempre linda la casa
piccola e sconnessa,
vie strette
piene di bambini,
non erano gerani
ma basilico
e peperoni secchi,
odore acre di conserva
al sole,
buona per l'inverno
e la minestra.

Il paese aveva circa 3000 abitanti. Tutte le case erano abitate. Le famiglie
erano spesso numerose e molti vivevano in degradante promiscuità
per mancanza di spazio! La povertà era assoluta. L'igiene, come
già descritto, non esisteva sia per la predominante ignoranza della
gente sia per la mancanza d'acqua. La mortalità infantile era endemica.
Di cinque figli partoriti da mia madre solo in due riuscimmo a sopravvivere.
Lei, come accennato prima, ancora giovanissima, aveva ventisette anni;
non sopravvisse al quinto parto. Anche alla mia seconda madre morirono
due figli, e lei stessa fu affetta da tante malattie causate da fattori
ambientali.
Agli inizi
degli anni cinquanta San Lorenzo, sotto l'influsso del rinnovamento che
interessava tutta l'Italia, ebbe un sussulto d'orgoglio, scese in piazza,
con le donne in prima fila, chiedendo: "Pane, acqua e strada".
I rivoltosi occuparono e sbarrarono il municipio e l'ufficio postale con
la coordinazione degli organizzatori. Questa sommossa sensibilizzò
le autorità regionali, le quali, finalmente, presero nella dovuta
considerazione le legittime richieste degli abitanti e finanziarono le
opere richieste, portandole a termine dopo alcuni anni.
San Lorenzo
del 2000 è un bel paese dove non manca niente, tutti i servizi
sono disponibili, luce, acqua, strada, telefono, scuole estese fino alla
terza media. Il problema è che la maggior parte dei suoi figli
emigrò. Il paese è ormai semideserto e vi regna assoluto
il silenzio. Anche l'orologio della torre campanara è fermo da
anni, segna le sette! Tanto qui il tempo non conta più! A che vale
ripararlo?
Le campane sono silenziose, mentre prima suonavano dispiegate per trasmettere
i loro annunzi anche a contrade lontane. Ora è solo la campanella
della chiesetta del centro storico che suona molto timidamente. I sommessi
rintocchi annunziano la messa o un funerale!
Io
vi ritorno per brevi periodi estivi, ansioso di godermi la purezza dell'aria,
la vista dei monti, il clima salubre e fresco, il suo silenzio! San Lorenzo
è davvero un luogo bellissimo, meraviglioso! Questo non è
solo il giudizio interessato di chi vi è nato, anche molti turisti
esprimono giudizi entusiasti. Antonio Larocca, autore del bellissimo Pollino
Orientale, di recente pubblicazione, a pag. 100, lo descrive così:
"Sarà forse per lo stretto legame che ho con il suo territorio
e la sua bella orgogliosa gente; sarà per la particolare bellezza
e maestosità che hanno quei posti; sarà per la posizione
geografica del paese; sarà per la sua millenaria storia; sarà
per la qualità della vita, ma ritengo San Lorenzo sia il più
bel paese d'Italia".
San Lorenzo, purtroppo, sta morendo lentamente! La popolazione diminuisce
sempre più. Vi sono ancora pochi vecchi che vivono nelle loro masserie,
mentre i figli, con l'eccezione di poche famiglie, sono emigrati da anni
nei paesi vicini e in città lontane. Il centro storico è
quasi disabitato; solo in pochi isolati rioni, spesso lontani fra loro,
risiedono ancora poche famiglie.
L'aver diviso il paese in due parti è stato un dramma per molti
nostri compaesani! Le famiglie, traslocate dal centro storico allo Sgrotto,
affrontano una realtà in cui le persone mature non si riconoscono.
Gli appartamenti sono tutti uguali, le persone che vi abitano raramente
s'incontrano fra loro! Fra casa e casa non c'e' più il muretto,
dove prima s'intrattenevano, raccontandosi gioie e dolori e aiutandosi
reciprocamente in caso di bisogno!
Vi sono circa 140 case disabitate, abbandonate da anni dai loro padroni
trasferitisi nel rione Sgrotto. Appartengono quasi tutte al comune che,
purtroppo, non ha i soldi per la loro manutenzione ordinaria. Parecchi
tetti sono già crollati o stanno per crollare, alcune case sono
state abbattute per fare spazio a parcheggi o come punti belvedere del
centro storico.
Negli ultimi anni sono state vendute alcune case abbandonate appartenenti
a proprietari che hanno messo radici in altre parti d'Italia. In compenso,
abbiamo alcuni "forestieri" che, innamoratisi del paese e del
territorio, hanno deciso di comprare, per poche migliaia di euro, case
abbandonate, che poi hanno fatto ristrutturare. Abbiamo, infatti, una
famiglia torinese, una bolognese, varie famiglie pugliesi e di altri luoghi.
Anche parecchi nostri compaesani hanno comprato case abbandonate che hanno
ristrutturato per passarvi, ogni anno, poche settimane nei mesi estivi.
Io ho seguito il loro esempio.
Pensando ai tanti benefici che il paese offre nei mesi estivi, a partire
dal magnifico clima, dall'aria pura e dagli splendidi paesaggi, decisi,
infatti, cinque anni fa, di comprare una casetta che feci ristrutturare
e dove i miei figli e nipoti passano qualche settimana ogni anno. Alessandro,
il più piccolo dei nostri tre figli dice spesso: "Vado volentieri
a San Lorenzo per disintossicarmi dei veleni respirati durante l'anno
e per smaltire lo stress causato dal recarmi tutti i giorni al posto di
lavoro".
Mio padre vendette tutta la proprietà prima di recarsi a Doria
dalla figlia Rosina; morì con la certezza che nessuno di noi sarebbe
mai tornato a San Lorenzo. "I miei figli sono i figli del vento,
non devono morire a San Lorenzo! Devono andare via, qui non c'è
futuro per loro!" così soleva spesso dire!
E così fu! Motivo questo che indusse tutti noi a sparpagliarci
in tutta l'Italia: io stabilii la mia residenza a Ciampino, vicino Roma;
Giuseppe si laureò in legge ed aprì uno studio a Bologna;
Rosina andò a vivere a Lauropoli prima e poi a Doria con suo marito;
Vincenzo, leggermente menomato, si dedicò ai servizi domestici
e godette dell'assistenza di Rosina, stando a Doria; Dante ed Agnese andarono
in Germania e poi, dopo anni ritornarono in Italia con i rispettivi consorti
sistemandosi a Monfalcone, vicino Trieste, dove aprirono una pizzeria;
Teresa, gemella di Agnese, si sposò e con il marito si trasferì
a Torino; Attilio, dopo un periodo d'incertezze, trovò la sua via
e si laureò in Scienze Naturali insegnando in Toscana; l'ultimo
figlio, Raffaele, si laureò in Scienze politiche e fece una grande
carriera diventando Direttore Generale della sanità, prima a Lucca,
poi a Pisa ed infine fu Capo della Sanità della Calabria!
Il sogno di nostro padre di vederci come "figli del vento",
dunque, si verificò, ma
. solo parzialmente, in quanto Raffaele,
sempre innamorato di San Lorenzo, non si rassegnò ne giustificò
per il fatto di stare lontano per sempre dal paese natio e decise di comprarsi
una casetta che fece ristrutturare. Attilio lo seguì nella stessa
decisione, a cui aderii anch'io cinque anni fa comprandomi una graziosa
casetta dove passo le vacanze con la mia famiglia.
Anche le famiglie di Antonio Faillace e di Lorenzo Faillace, con i rispettivi
figli, stabilirono la loro residenza altrove, tagliando ogni rapporto
col paese! Non abbiamo, pertanto più nessuno dei Faillace in San
Lorenzo. L'attrazione per il paese che io e mio fratello Raffaele sentiamo
è dovuta principalmente alla bellezza del territorio ed all'amicizia
con i nostri compaesani.
Durante i mesi di maggio e giugno il paese si sveglia dal suo torpore
invernale, ma è nei mesi di luglio e agosto che si anima con l'arrivo
dei nostri compaesani da luoghi lontani; essi ritornano per rivedere parenti
e amici e per godersi il vicino mare e le feste del paese.
Nel mese d'agosto San Lorenzo diventa un'attrazione turistica, non solo
per i nostri compaesani, ma anche per i vacanzieri della marina che cercano
refrigerio dal caldo. Le numerose feste che animano il paese durante i
mesi estivi sono, inoltre, un altro forte richiamo. La Festa della Madonna
del Pollino, di Sant'Anna, di San Lorenzo, dell'Unità, di San Rocco;
la festa del prosciutto, della birra, sono rallegrate da orchestrine,
mentre l'organetto spesso suona la tarantella nei punti ove la gente si
incontra. Le dolci serate d'agosto invitano a riunirsi "arrita a
chiisia" per ascoltare le orchestre che vengono da lontano, mentre
le grigliate impregnano l'aria col profumo della carne di capretto e della
salciccia arrostita!
Con la partenza dei vacanzieri nei mesi di settembre e ottobre, il paese
s'intristisce, avvolto in una malinconica solitudine! Nel percorrere le
strade deserte e silenziose del centro storico, non vedo bambini, non
vi sono più le bande di ragazzi che impedivano il passaggio a ragazzi
che vivevano in un rione lontano dal loro!
Non vi sono più le persone che un tempo sedevano sui gradini delle
loro case chiacchierando animatamente da una scala all'altra, raccontandosi
gli affanni delle lunghe faticose giornate nei campi.
I
vecchi proprietari si sono trasferiti allo Sgrotto, sono emigrati o morti!
Spesso, mentre cammino lungo le stradine silenziose, vedo davanti a me,
sull'uscio di case disabitate, le persone che un tempo vi vivevano. Mi
sembra di riconoscerle tutte. Molte di loro, quand'ero bambino, erano
clienti del negozio di papà, oppure impiegati giornalieri nei nostri
terreni. I mulattieri poi, erano di casa da noi. I loro volti mi appaiono
a volte sorridenti, a volte tristi. Sfilano davanti a me come in un sogno!
Camminando pensoso e solitario lungo le stradine deserte e senz'anima
del paese, spesso mi domando: "Dove è andata tutta la gente
che abitava nelle tante casette ora senza vita? Qui ci stava Domenico,
là viveva zia Rosina, là abitava Giuseppina con tutti i
suoi figli. Dove sono andati i tanti ragazzi che con la loro vivacità
animavano le strade e i quartieri?" Vedo le ombre delle persone già
morte che prima abitavano queste case ora deserte, vedo i loro volti malinconici
che abbozzano un pietoso sorriso e, con il loro sguardo, mi chiedono:
"Che ci fai tu qui? Ormai non c'è più nessuno dei tuoi
amici!"
Il profondo silenzio che avvolge le loro case mi dà un senso di
scoramento, di immensa tristezza! Percorrendo le stradine contorte e silenziose
con tutti i miei ricordi vivi di un tempo, sento solo il rumore dei miei
passi incerti d'ultra ottantenne sul selciato pulito! Allora mi rendo
conto che sono un sopravissuto, il residuo di un mondo che non c'è
più, ma che cerco ancora!
Ma quando il silenzio del mio paese diventa pesante, non più sopportabile,
mi chiedo: Ma davvero!.. Cosa ci sto a fare più qui? È meglio
che vada via, che ritorni dai figli e dai nipoti; per sentire il loro
abbraccio affettuoso, per sentirmi ancora vivo!
Così, lascio la sua aria pulita, fresca e trasparente, lascio i
suoi monti e le sue valli di selvaggia e sconvolgente bellezza, lascio
i suoi paesaggi mozzafiato! Ritorno a casa con un senso di vuoto, di malinconica
tristezza, di colpa per qualcosa che credo di non aver fatto.
Mi resta, tuttavia, la speranza che i figli e i nipoti s'innamorino di
questo nostro grazioso paesello e dei luoghi meravigliosi che lo circondano,
ove regna la pace, tanta pace. Un bene d'incalcolabile valore, molto apprezzato
da chi vive in città rumorose e inquinate.
Molte volte mi sono chiesto: "Quale sarà il suo futuro? Cosa
posso fare per contribuire ad infondergli nuova linfa?" In realtà,
ho fatto varie proposte che non sono state prese in considerazione dai
responsabili del suo sviluppo! Ci vorrebbe una politica lungimirante per
incoraggiare i vacanzieri ed i nostri emigrati a ritornare ogni anno fra
questi bellissimi monti, situati nell'area più bella del Parco
Nazionale del Pollino. Per lo sviluppo del territorio, parzialmente lasciato
incolto a causa dell'emigrazione, in aggiunta all'incremento turistico,
sono, infatti, possibili varie soluzioni, come la sostituzione dell'attuale
ridotta attività agricola con la pastorizia, ritornando indietro
nel tempo, quando la popolazione era scarsa ed il patrimonio agricolo
era poco utilizzato. La produzione di prodotti caseari con criteri moderni,
compatibili con l'ambiente ed eco-sostenibili, assieme all'allevamento
del bestiame per la produzione di carne, sono possibilità valide
e remunerative alternative per una migliore utilizzazione delle nostre
valli e dei nostri monti. I prodotti caseari genuini e la coltivazione
organica di frutta e verdura, inoltre, sono attività redditizie
richieste dal mercato, destinati principalmente a chi non vuole mangiare
prodotti geneticamente modificati.
Il territorio, inoltre, con la presenza di animali al pascolo sui pendii
erbosi, accompagnati dal dolce suono delle campanelle che portano al collo,
assumerebbe una visione bucolica, di pace, in un ambiente salubre e fresco,
contribuendo a dare profonda pace interiore e serenità a quei vacanzieri
che vivono in città rumorose e congestionate dal traffico e che
desiderano passare le loro vacanze estive in luoghi come San Lorenzo.
Il San Lorenzo d'oggi è ben lontano dal San Lorenzo triste dei
miei anni giovanili! E' stato fatto tanto progresso: a cominciare dalla
pavimentazione, all'illuminazione, al rimboscamento, alla quasi stabilizzazione
della frana con varie strutture di drenaggio e di palificazione, oltre
alla costruzione di San Lorenzo nuovo. Il paese inoltre è stato
abbellito con dei mini giardinetti e con dei murali. Sono anche sorte
iniziative private, quali l'apertura di vari ristoranti e di due agriturismi,
oltre a vari negozi. Le case abitate sono state abbellite con fiori e
piante. Anche se ancora c'è tanto da fare, si sono già create
le condizioni per un rilancio graduale di San Lorenzo e del territorio
circostante.
San Lorenzo, a soli 22 chilometri da Torre Cerchiara, via Francavilla,
potrebbe diventare un luogo di grand'attrazione per chi ama il mare e
la montagna, giacché, in solo mezz'ora, si può passare dai
monti al mare, dove le attrazioni non sono solo di natura balneare e gastronomica,
ma anche culturali, con i vari importanti scavi archeologici della zona
fra Sibari, Francavilla ed Amendolare.
Il vicino, bellissimo Monte Sellaro, con il santuario della Madonna delle
Armi da dove si gode una vista spettacolare sulla pianura di Sibari, ed
il mare, quasi a portata di mano, la famosa Grotta delle Ninfe da cui
scorre copiosa la terapeutica acqua solfurea, possono costituire una grand'attrazione
per chi vuole fare un turismo semplice ed a contatto con la natura, ad
un costo molto vantaggioso rispetto a quanto si spende in marina. Tutto
ciò sarà possibile specialmente dopo che le vecchie case
saranno rese decorosamente abitabili e se ci si organizza in coordinazione
con i paesi vicini.
Alcuni
episodi
Un morto mai
dimenticato
Don Arturo Pesce,
medico bonario e panciuto, spesso doveva raggiungere a dorso di mulo masserie
situate in zone impervie. Era l'unico medico per una popolazione di circa
tremila persone. Molta gente moriva senza aver avuto l'aiuto medico ed
il conforto religioso. Altri si ammalavano di malaria andando a lavorare
nella "marina", principalmente nella zona di Sibari, per andare
"a scavà i zucc", le radici degli alberi della foresta,
abbattuti per sviluppare l'agricoltura. La febbre malarica, infatti, costò
la vita a molta gente che si era spinta "nella marina" per sopravvivere
all'estrema povertà di San Lorenzo.
Ho un doloroso
ricordo di un giovane che ritornò al paese dalla "marina"!
Dopo alcuni giorni con febbre altissima e tremori, morì lasciando
straziati i suoi familiari. Era un bel giovane, mio vicino di casa; aveva
poco più di vent'anni. Ricordo ancora il suo corpo nudo, bianchissimo,
lavato amorevolmente dalla sua mamma con un panno bianco bagnato. Il viso,
delicato e sereno, pallidissimo, quasi cinereo. Il corpo, asciugato e
rivestito con l'abito della festa, era stato composto con le braccia incrociate
sulla pancia. Tutti i familiari erano in un profondo silenzio, rotto solo
dai pianti sommessi delle donne che, mentre lo vestivano, elogiavano le
sue virtù. Io mi fermai tutto il tempo ad osservare quel corpo
pallido e senza vita, ero attento ad ogni movimento che avveniva attorno
al morto. Nessuno si accorse di me. Il corpo fu delicatamente sollevato
e posto nella bara di legno grezzo, rivestita di tela nera.
Prima della chiusura della bara, sul cui coperchio fu fissata una croce
di ferro, vi furono scene strazianti di tutti i parenti, specialmente
della madre e delle sorelle.
La madre si tirava i capelli cercando di impedire la chiusura della bara
e gridava ad alta voce: "Ci hai abbandonato, che facciamo senza di
te, tu eri la nostra ricchezza e la nostra protezione"; poi riprendevano
a tirarsi i capelli sciolti e a graffiarsi quasi a voler ridare vita al
morto. Alle grida e agli elogi seguì una dolce, rassegnata cantilena,
fino all'entrata in chiesa. Durante la messa ci fu una relativa calma
fino a che la bara fu sollevata e portata a spalla dagli amici.
La processione si avviò verso il cimitero: le donne ripresero a
"piangere il morto" sotto forma di strazianti invocazioni, seguiti
da una cantilena più serena, elogiando sempre le virtù del
defunto fino all'entrata nel cimitero, dove la bara fu deposta in una
saletta, per essere poi seppellita il giorno dopo, secondo l'usanza di
allora.
Prima di abbandonare il cimitero, le donne ripresero le loro grida disperate
fino a che furono portate via dal cimitero con l'aiuto di amici e di parenti.
Il lutto "stretto" continuò per tre giorni, durante i
quali i familiari furono assistiti da amici e parenti lontani, procurando
loro il cibo e consolandoli con la loro presenza.
Io, ragazzo di
otto o nove anni, partecipai con dispiacere a questa mia prima esperienza
diretta con la morte e che restò incisa in forma indelebile nella
mia memoria.
Le cose sono ora
completamente cambiate. È subentrato anche per la morte un mondo
dove si sono affermati valori diversi, che riflettono il consumismo e
l'ostentazione da parte delle persone che hanno perduto un loro caro.
Qualche tempo fa, infatti, ho partecipato al funerale di una persona di
ceto medio, sicuramente stimata dai compaesani che numerosi hanno assistito
alla cerimonia funebre. Non vi furono grida strazianti, solo un composto
corteo da parte dei più intimi, fra cui una donna che, sottovoce,
esprimeva il suo lamento all'entrata della bara in chiesa. La messa funebre
non fu celebrata da due o tre sacerdoti, come avveniva una volta (durante
la mia infanzia vi erano parecchi sacerdoti a San Lorenzo), la celebrò
il sacerdote africano, venuto dal lontano Congo alcuni anni fa per mancanza
di sacerdoti italiani.
La cosa che mi colpì più di tutto, fu l'arrivo della bara
trasportata in un carro funebre di lusso, noleggiato in un paese vicino,
mentre una banda musicale, anch'essa proveniente da un altro paese, accompagnava
il corteo suonando una marcia funebre. La gente, vestita molto bene, seguì
il carro funebre fino al cimitero, dove fu deposta la bara. Dopo la messa
riportarono la bara nel carro funebre accompagnato dalla banda fino al
cimitero. Alla fine della cerimonia, i familiari si misero in fila per
ricevere le condoglianze di amici e parenti.
Una volta erano
gli amici ed i familiari che s'incaricavano di trasportare la salma; ora
sono "i portantini" professionali, appartenenti all'organizzazione
funebre, tutti vestiti allo stesso modo, con giacca e cravatta dall'aspetto
dignitoso, che hanno questo compito.
Questo evento fu per me inaspettato. Non ero, infatti, ancora pienamente
consapevole che le cose fossero così drasticamente cambiate anche
a San Lorenzo. Una conferma di tale cambiamento mi fu data quanto constatai
che uno dei familiari più stretti, il giorno dopo il funerale,
non vestiva di nero come una volta e, dopo qualche giorno, giocava tranquillamente
a carte con gli amici.
In passato si sarebbe chiuso nel suo dolore, vestendosi di nero! Un amico,
a cui raccontai questa mia constatazione, mi confermò che spesso
i funerali sono accompagnati dalla marcia funebre suonata da bande musicali
provenienti da paesi vicini, i quali forniscono anche i veicoli speciali
e le bare.
E già
a San Lorenzo non vi sono più falegnami capaci
di costruire una bara, non si trovano più neanche le tavole per
confezionarle! Alcuni anni fa conobbi in India un italiano che comprava
in Indonesia bare di legno pregiato e le spediva in Italia; i suoi affari,
da quanto mi disse, andavano molto bene!
Pochi giorni dopo,
in occasione di un secondo funerale, l'onoranza funebre si spinse oltre,
in aggiunta alla marcia funebre e al carro funebre di lusso descritto
prima, i portantini, sempre vestiti di nero, molto dignitosi ed eleganti,
s'incaricarono di cospargere di fiori tutto il percorso, dalla chiesa
fino al cimitero. Fiori molto belli e costosi, che furono involontariamente
calpestati dalla folla che accompagnava il feretro.
Per quanto
riguarda, il medico, sì, anche per il medico le cose sono cambiate.
Gli abitanti del paese sono ora meno di 900, gli asini sono spariti, tutti
hanno una macchina con cui raggiungono anche le masserie più isolate.
Di medici, oltre al titolare, ve ne sono altri tre, incaricati come guardia
medica. Vi è anche una farmacia con tutti i prodotti necessari.
Il mondo è davvero cambiato!.... In meglio?
La mia casa
Come in tutte
le case, nella mia si entrava dalla cucina. Il pavimento della prima stanza
era appena rialzato rispetto al piano stradale e vi si entrava salendo
tre piccoli gradini, mentre l'ultima stanza era al quarto piano ed il
suo balcone era 13-14 metri più alto rispetto al piano stradale
sottostante.
Il paese, infatti, fu arditamente costruito lungo un costone molto pendente
e la maggior parte delle case ha caratteristiche simili, con tetti a cascata
rispetto alla zona inferiore più pianeggiante. Il nostro balcone
aveva una vista straordinaria sul resto del paese e sulle spettacolari
montagne di fronte.
La prima stanza era piccola, adibita a cucina, aveva un caminetto intorno
al quale facevamo a gara a chi stava più vicino al fuoco; era usata
anche come "sala" da pranzo. Mangiavamo intorno ad un piccolo
banchetto fatto costruire da papà utilizzando una grande cassa
di legno rudimentale alla quale erano state inchiodate delle "gambe".
Facevamo il possibile per essere vicini al "tavolo", tenendo
in mano un piatto, per ogni due ragazzi, che riempivamo servendoci direttamente
dalla "spasa", il grande piatto sistemato nella parte centrale
del tavolo.
Alcuni di noi, per mancanza di spazio, tenevano il piatto in mano, quelli
che arrivavano prima sceglievano i posti più vantaggiosi dove potevano
appoggiare il loro piatto; oltre la "spasa" era, infatti, possibile
appoggiare sul tavolo solo quattro piatti. A volte avvenivano dei litigi
fra noi, non ci si poteva distrarre parlando troppo se no l'altro ne approfittava
mangiando in fretta.
Dante, abbastanza ciarliero, s'intratteneva a parlare più degli
altri, mentre Attilio, con il quale condivideva il piatto, parlava poco
e mangiava; le liti scoppiavano quando Dante, alla fine, si accorgeva
che nel piatto non c'era più niente e anche la "spasa"
era vuota! Dante gli aveva affibbiato il nomignolo di "Treculi",
non perché fosse grasso, ma solo un pochino più robusto
degli altri!
Anche con queste ristrettezze, a casa nostra non mancarono mai il pane
e la pasta, non abbiamo mai sentito i morsi della fame. Alcuni alimenti
erano una rarità, la carne, per esempio, si comprava solo la domenica.
"Vai a comprare una libbra di carne" mi comandava papà,
dandomi i soldi. La carne serviva per preparare il sugo. Mamma s'incaricava
di distribuire i pezzettini a tutti noi.
Il latte non entrava per niente nei nostri alimenti. Solo quando uno si
ammalava si comprava mezzo litro di latte di capra, difficile anche a
trovarsi. Papà decise di comprare una capra che poi vendette al
macellaio per non impegnare più di tanto noi ragazzi per pascolarla
in quanto "dovevamo pensare a studiare".
Una volta, mentre mi trovavo a Castrovillari per studiare, ricevetti una
lettera di Dante che m'informava che Attilio si era ammalato e concludeva:
" ma ora beve il latte e mangia le uova!"
Tutti i miei compagni erano magri, non ricordo che ce ne fosse uno grasso.
I ragazzi, oltre a frequentare la scuola, venivano impiegati nei lavori
dei campi, aiutando i genitori durante la semina e la raccolta oppure
come aiutanti presso i tanti artigiani, senza percepire alcun compenso.
Ora, i pochi ragazzi che frequentano la scuola sono quasi tutti robusti
ed obesi, dal centro storico raggiungono la scuola con un pulmino, la
distanza è solo di qualche centinaia di metri.
Ma ritorniamo
alla struttura della casa. La prima stanza, oltre che essere adibita a
cucina, "ospitava" anche una diecina di galline ed un gallo,
che s'incaricava di svegliarci puntualmente ogni mattina verso le cinque.
Il pollame dormiva sui gradini di una scala di legno appoggiata all'apertura
della soffitta. Le galline entravano volando e sostavano sul margine della
mezza porta da dove si dirigevano direttamente sul gradino prescelto della
scala di legno. Alcune mezze porte avevano alla base un'apertura quadrata
di una quindicina di centimetri di lato per permettere alle galline più
pigre d'entrare in casa dopo il tramonto, senza volare. La mezza porta
aveva principalmente la funzione di non fare entrare altri animali, ed
impedire alle persone estranee di entrare in casa senza il permesso del
proprietario. La soffitta era utilizzata per mettervi le cose più
svariate, da utilizzare quando necessario.
Il pavimento della
cucina era coperto da piastrelle d'arenaria di 5-6 cm di spessore, dette
"i pilacri", strappate ai costoni delle colline incise da corsi
d'acqua.
Le stanze da letto erano generalmente pavimentate di mattoni grezzi. Durante
le giornate piovose, prima di entrare in casa, ci pulivamo le suole delle
scarpe per non sporcare di fango il pavimento. A tale scopo, molte case
avevano una lamina di ferro fissata verticalmente vicino l'ingresso per
farvi scorrere le suole delle scarpe ed eliminare così il fango.
Nelle altre due stanze vi erano i letti e le cassapanche che servivano
da armadi. Nella seconda stanza dormivano i ragazzi più piccoli
e le ragazze, mentre nell'ultima vi era il letto di papà e mamma
con la culla del neonato vicino (vi era sempre un neonato!). I ragazzi
più grandi dormivano insieme nel magazzino, al piano di sotto,
in un gran letto col materasso di foglie di granoturco, rumoroso quando
uno si voltava.
Si entrava nel
magazzino sollevando una botola di legno rettangolare e scendendo una
ripida scala di legno. Il magazzino aveva anche un'ampia porta sulla strada,
che permetteva di entrare facilmente nella cantina, dove erano collocate
diverse botti di vino e numerose damigiane; il tinello dove veniva pigiata
l'uva, con la gioiosa partecipazione dei ragazzi; l'attrezzatura di campagna
e oggetti vari. Nella restante parte vi erano sistemati i sacchi di grano,
la biada per l'asino, la crusca per il maiale, il granaio di legno dove
si versavano i sacchi di grano. Vi erano tanti altri oggetti che servivano
per la casa o per la campagna. Il grande letto con materasso di foglie
di granoturco era al lato della finestra.
Il porco e l'asino
stavano in una stalla di fronte alla casa. Nella stalla era immagazzinato
anche il fieno e la paglia per l'asino.
Le condizioni
igieniche di tutta la casa erano disastrose, per mancanza di spazio, di
acqua per lavare e per scarsa consapevolezza sui pericoli per la salute
causati da fattori ambientali. Solo venendo da altri ambienti più
progrediti, si percepiva la mancanza d'igiene e si aveva un metro per
stimarne la pericolosità!
Il seguente
episodio dà un'idea della situazione. Eravamo all'inizio della
guerra, credo nel 1941, quando mio padre mi ordinò di recarmi a
Paola, distante circa 70 chilometri da San Lorenzo, al convento di San
Francesco di Paola dove, da alcuni anni si trovava Giuseppe, il fratello
che veniva dopo di me. C'erano stati bombardamenti aerei a Paola ed i
frati del convento avevano scritto ai padri dei ragazzi che vivevano nel
convento, di riportarseli a casa per motivi di sicurezza. Giuseppe era
in convento da 3-4 anni, già vestiva l'abito di fraticello. A quei
tempi, per una famiglia povera e con tanti figli da educare, il convento
rappresentava una buona soluzione per uscire da San Lorenzo, lasciando
poi ai figli la decisione, una volta adulti, di proseguire sulla via spirituale
o decidere diversamente.
Il viaggio dal convento a San Lorenzo fu piuttosto difficile, come racconterò
più avanti.
Quando arrivammo a San Lorenzo ed entrammo nella nostra vecchia casa,
fredda e senza riscaldamento, con le galline appollaiate sulla scala e
con il pavimento sporco di fango, il soffitto e le pareti coperte da nerofumo,
Giuseppe, smarrito, mi chiese: "Questa è la mia casa?"
- "Sì, Giuseppe, questa è la tua casa, questa è
la nostra casa", dissi per consolarlo. Mi guardò di nuovo
con occhi pieni d'incredula tristezza.
In quel momento mi resi conto che i quattro anni nel convento avevano
cancellato dalla sua mente la reale situazione della nostra casa. Durante
la sua lunga assenza l'aveva idealizzata, vedendola bella, accogliente
e piena d'amore!
L'asino di
mia madre
In tempi successivi,
noi abbiamo sempre avuto un asino per i bisogni della campagna e per il
negozio. Fra i vari asini che fecero parte della famiglia, il più
vagabondo fu quello che mamma comprò da uno zingaro alla fiera
di Terranova del Pollino. L'asino che avevamo prima era stato venduto
perché spesso faceva arrabbiare il conducente, un garzone impiegato
per i vari servizi di casa e per i lavori dei campi. L'asino, infatti,
era "trappo". Spesso si fermava rifiutandosi di camminare. Dopo
un consulto familiare si decise di venderlo e comprarne un altro. Mia
madre si fece avanti incaricandosi, questa volta, di comprarlo lei alla
prossima fiera di Terranova del Pollino. Si mise d'accordo con altre persone
che si recavano alla fiera e dopo aver viaggiato quattro ore finalmente
arrivarono alla fiera degli animali. La mamma si mise con ansia alla ricerca
dell'asino che sognava. Ne osservò tanti, finché la sua
attenzione cadde su di un asino nero, ben nutrito, col pelo lucido che
obbediva ad ogni segnale del suo padrone, uno zingaro molto loquace. Dopo
aver fatto tante domande sul comportamento dell'asino, finalmente si decise
che poteva andare. Bisognava, comunque, provare l'asino per accertarsi
che avrebbe davvero camminato anche con una persona a lui estranea! Chiese
ad uno della comitiva che aveva viaggiato con lei, di fare la prova, lui
sì che se ne intendeva! L'uomo si mise in groppa e ordinò
all'asino di camminare usando una piccola frusta. L'asino iniziò
subito a camminare svelto e a ragliare, quasi voglioso di correre!
Mia madre era tanto contenta: finalmente aveva trovato l'asino giusto!
Discusse il prezzo e dopo tanti elogi del padrone e riserve da parte di
mia madre per diminuire il prezzo, l'accordo fu raggiunto. Il prezzo pattuito
fu pagato e finalmente, tutti insieme, si avviarono per ritornare a casa.
L'asino si comportò bene durante il percorso in pianura ma, all'inizio
della salita, incominciò a dar segni di stanchezza. Si fermava
puntando le zampe anteriori, senza volersi più muovere. Mia madre
seduta sul basto, cercò con una frusta di farlo camminare, incitandolo
anche ad alta voce. Alle frustate reagiva sollevando la gamba, come se
volesse tirare calci. Questo comportamento, incomprensibile per mia madre,
fu chiarito quando si notò che una spina era stata ficcata vicino
all'ano dell'asino. Quando la frusta toccava la spina, l'asino reagiva
correndo! Da ciò mia madre capì che lo zingaro l'aveva ingannata.
L'asino appena comprato era più "trappo" di quello che
aveva venduto! Nel frattempo lo zingaro era sparito! A volte, per farlo
camminare in salita, era necessario accendere un pezzo di carta e passargliela
sotto la coda; a quel punto si decideva a riprendere il cammino!
L'asino era la
macchina di oggi, quasi tutti avevano un asino o un mulo. Le poche persone
che possedevano un cavallo erano considerate "i signori".
Il mulo, animale forte e resistente, era principalmente impiegato nei
viaggi lunghi per il trasporto di materiale pesante, come il sale, la
pasta o altri beni di consumo che arrivavano per ferrovia. Per arrivare
a Castrovillari s'impiegavano ben otto ore. Altre località lontane
erano Torre Cerchiara, Trebisacce e altri luoghi dove si comprava ciò
che occorreva ai tre negozianti del paese. Il mulo era preferito all'asino
anche da chi viveva in contrade lontane dal paese, come la Granpollina,
La Falconara, Bellizia, Santa Venere, la Castagnara.
L'asino, invece, era utilizzato principalmente per percorsi brevi, per
raggiungere i campi da coltivare intorno al paese e per il trasporto dei
prodotti del campo. Agli asini ed ai muli alcuni padroni davano dei nomi.
Le loro stalle erano, generalmente, non lontane dalla casa dei padroni.
Noi, con gli asini, abbiamo avuto esperienze disastrose. Uno, in particolare,
era molto pigro. In salita spesso s'impuntava e non si muoveva più!
Vincenzo, mio fratello, incaricato di andare a Civita a caricare il sale
che un carrettiere trasportava da Castrovillari, ha spesso penato lungo
la salita di Civita e di "pittu u palimmu". L'asino spesso si
rifiutava di camminare e a volte si accovacciava rifiutandosi di muoversi.
Per farlo alzare, Vincenzo bruciava qualche filo di paglia sotto la sua
coda! Allora si alzava di scatto e riprendeva il cammino!
Mi veniva spesso comandato di andare alla fontana "u vijanijiu"
a riempire due barili da 30 litri d'acqua. All'andata montavo sul basto
dell'asino, mentre al ritorno dovevo camminare tirandolo per la cavezza
perché, altrimenti, si rifiutava di andare avanti.
Nel paese vi erano
vari fabbri ferrai, esperti nel fabbricare i ferri e i chiodi dalla testa
quadrata da applicare agli zoccoli degli asini e dei muli. Ora non vi
sono più asini nel paese e non vi sono più fabbri. Da tempo
quest'attività è cessata, anche se si possono ancora individuare
le vecchie fucine: come quella del signor Pasquale La Froscia, dove una
volta si lavorava alacremente per "ferrare" gli animali da soma.
Alcuni giorni fa notai, camminando per il paese, una larga porta di ferro
su cui recentemente era stato attaccato un cartello fosforescente con
scritto "VENDESI". Nell'osservare il muro mi sono accorto che
intorno alla porta vi erano appesi vari anelli di ferro; altri anelli
erano collocati lungo la base di un muretto che delimitava la strada.
Mi resi conto che il muretto delimitava l'area di una vecchia fucina ove
un tempo venivano ferrati gli animali da soma.
Il fabbro attaccava la cavezza degli animali agli anelli superiori, nell'attesa
di ferrarli, mentre gli anelli inseriti alla base del muretto servivano
per legare una zampa posteriore dell'animale ad una corda: così
si evitava di ricevere calci dagli animali più impazienti mentre
si applicavano loro i ferri.
Un'altra officina era quella di "Mastru Pitru" Mastrota, vicino
al negozio di mio zio Antonio Faillace, chiusa da tanti anni. Suo figlio
Enzo mi ha confidato che vorrebbe trasformarla in un piccolo museo per
onorare la memoria del padre.
Recentemente ho
visto un asino a San Lorenzo; in effetti, è una mula. Mi è
stato riferito che il proprietario, fino a non molto tempo fa, viveva
in campagna in compagnia della moglie. Quest'ultima non sopportava più
di vivere in solitudine con il marito, mentre quei pochi vicini che erano
restati possedevano una macchina e potevano facilmente andare e venire
dal paese. Decise che era tempo che anche loro si trasferissero definitivamente
in paese.
Il marito accettò malvolentieri e, una volta in paese, era lui
ad essere era infelice. Mentre la moglie andava da una casa all'altra
socializzando con la gente, lui non sapendo come passare il tempo, si
mise a praticare l'intaglio fabbricando oggettini di legno. Questo non
lo soddisfaceva, lo immobilizzava su una sedia, mentre lui aveva tanta
voglia di lavorare in campagna. Sognava il suo asino che non aveva più,
ne voleva comprare un altro, ma da chi, se nel paese non ve n'erano più?
Un amico gli disse che per comprarlo bisognava andare a cercarlo in un
altro paese. Ma dove, se anche negli altri paesi gli asini erano scomparsi?
"Dove vado a cercarlo?!", disse fra sè. Ad un tratto
si ricordò che qualche anno addietro aveva comprato un asino da
uno zingaro. Sì, certamente lo zingaro gliene avrebbe venduto uno;
oppure avrebbe potuto indicargli dove trovarlo. Che fare? Dove si poteva
trovare quello zingaro ora?
Sapeva che gli zingari spesso si trasferiscono da un paese all'altro.
Quello che lui conosceva viveva, probabilmente, a Trebisacce o in qualche
altro paese della zona. Aveva amici in quei posti e cercò di mettersi
in contatto telefonico con loro per rintracciare lo zingaro. Ebbe fortuna:
lo zingaro viveva ad Amendolara, oltre 50 chilometri da San Lorenzo. Riuscì
a parlargli per telefono e a sapere che non aveva asini, lui ora viaggiava
con macchina e roulotte, ma conosceva una persona che aveva una mula che
intendeva vendere.
Giuseppe fu felice di sapere che finalmente avrebbe potuto comprare l'animale
che tanto desiderava. Ma Amendolara, come ho già detto, è
lontana oltre 50 km da San Lorenzo. "E chi va così lontano
per comprare una bestia da soma?!" pensò, in un primo momento.
Poi decise che poteva anche andare così lontano, ci voleva solo
un camion per il trasporto dell'animale.
Si recò
da un suo amico, proprietario di un camioncino e lo pregò di accompagnarlo
ad Amendolara per comprare il tanto desiderato animale. L'amico acconsentì
e il giorno dopo arrivarono ad Amendolara. Rintracciarono gli zingari,
in preparativi per trasferirsi, e negoziarono l'acquisto. Gli zingari
si mostrarono molto interessati alla vendita, anche loro si erano adeguati
alla vita moderna e possedevano roulotte e macchine. L'asino, ovvero la
mula che avevano, era solo d'ostacolo ai loro movimenti ed erano lieti
di venderla.
Dopo aver attentamente esaminato l'animale, inclusa un'accurata ispezione
ai denti, Giuseppe si convinse che la bestia era in buona salute e valeva
la pena comprarla. Le trattative furono lunghe, ma alla fine fu concordato
il giusto prezzo.
La mula fu caricata sul camion e i due amici iniziarono il ritorno verso
il paese.
Giuseppe era felicissimo,
una gioia sottile lo pervase durante tutto il viaggio, era ansioso di
far vedere a sua moglie che, finalmente, era riuscito a comprare quanto
desiderava e la sua vita poteva ora riprendere come prima!
All'arrivo
a San Lorenzo tutti i vicini accorsero per congratularsi col proprietario
dell'unica mula che era tornata a camminare per le stradine di San Lorenzo.
Giuseppe invitò tutti i vicini a festeggiare l'evento offrendo
soppressata, prosciutto e formaggio, con vino a volontà. Erano
tutti felici, Giuseppe non si sarebbe più lamentato di non sapere
più cosa fare, la mula era ancora giovane e forte e rispondeva
ai suoi comandi.
Ora spesso, nel tardo pomeriggio, quasi a ridare nuova vita al paese silenzioso,
risuonano i rumori metallici degli zoccoli della mula di Giuseppe lungo
le stradine selciate del paese. Il proprietario ritorna a casa felice
sul basto della sua mula, dopo una dura giornata di lavoro nei campi.
Gli asini sono stati per secoli compagni fedeli e affettuosi dei miei
compaesani, sopportando tanti sforzi nei lunghi viaggi, caricati a volte
fino all'inverosimile!
Sinceramente spero che un illuminato amministratore di San Lorenzo voglia
in futuro dedicare un monumento all'asino. Sarebbe un segno di grande
civiltà e di riconoscenza per un animale modesto e servizievole,
che tanto ha contribuito ad alleviare le sofferenze dei sallorenzani per
centinaia d'anni!
Pellegrinaggio
alla Madonna Del Pollino,
Zia Mariarosa
(conosciuta come "Mariarosa i Murano"), la sorella maggiore
della mia seconda madre, donna poderosa e di gran determinazione, viveva
a Bellizia con suo marito, all'altro lato delle Timpa di San Lorenzo.
Qualche volta veniva da noi, specialmente per la festa di San Lorenzo
o quella di San Rocco. Il viaggio era lungo e lei, pesante com'era, non
se la sentiva di affrontare spesso un viaggio così faticoso. Una
volta arrivò da noi verso l'inizio di luglio, ma non si fermò
che per pochi giorni in quanto doveva prepararsi per "sciogliere
un voto" alla Madonna del Pollino.
Mi rivolsi a lei e dissi: "Zia Mariarosa, perchè non porti
anche me alla Madonna?" - "Fiju miiu, a madonn è tanto
luntana e tu hai solu nove an i unsì abituat a camminà tant,
ma sì mamma tuia dice di sì io ti ci port!" Io guardai
mamma e lei, dopo aver riflettuto un po', abbozzò un sorriso. Questo
fu sufficiente perché l'abbracciassi; poi disse: "Vedìme
che dice papà! Io unpuzz decide tutt i cose!".
Ero certo che mamma e zia Mariarosa avrebbero convinto papà a darmi
il permesso. Non dormii tutta la notte per l'ansia di partire e vedere
l'altro lato della Timpa.
Zia Mariarosa era venuta con lo zio Antonio, chiamato "Ntonii i sciqu",
percorrendo la strada della Falconara, alternandosi con zio Antonio in
groppa al mulo. Quest'ultimo non poteva restare molto dovendo accudire
agli animali. Partì, infatti, il giorno dopo. Dopo tre o quattro
giorni anche noi ci preparammo per la partenza, ma non percorremmo la
strada della Falconara, perché troppo lunga e faticosa, ci conveniva
fare "a scala i barile", un passaggio difficile, lungo le Gole
del Raganello. Questa avventura mi eccitava molto e m'intimoriva nello
stesso tempo: sapevo, dai tanti racconti che avevo sentito, che il percorso
era pericoloso; in più bisognava passare vicino alla "Grutta
y Marsilia!". Marsilia era una brutta strega che viveva in una delle
tante grotte e di cui si raccontavano ai bambini tante storie terribili.
Ma io ero con zia Mariarosa, lei sì che era forte, altro che la
mia mamma che era sempre ammalata!
Così, finalmente
partimmo! Il percorso non presentò nessun problema fino a che raggiungemmo
il torrente Raganello; ora però dovevamo attraversarlo ed aveva
ancora abbastanza acqua, gorgogliando fra i grandi massi. La zia, dopo
un'attenta osservazione, indicò il percorso da fare. Così,
saltando da un masso all'altro, anche se le mie gambe erano corte, riuscii,
con grande soddisfazione di zia Mariarosa, ad arrivare sull'altra sponda
senza cadere nell'acqua!
Ora sì che veniva il brutto, ci si avvicinava sempre più
a Marsilia!
"Zi Mariarò, tu l'hai mai vista Marsilia?", chiesi a
zia Mariarosa.
"No, iu unajjia mai vista, so storie che si cuntano!" disse
un po' scettica. Questo mi tranquillizzò.
"Ma tu mo nu' pinsá a Marsilia, pensa addu mitti i pidi se
no cadi....., qua ce nu gran pirrupu! Tu statte sempre arrita a mia che
si scivuli ci sung io!" Così, la seguii a brevissima distanza,
strisciando sul sedere e mettendo il tacco della scarpa nella cavità
della roccia, dove lei m'indicava.
Piano, piano, con molta attenzione, riuscimmo a superare l'ostacolo presentato
dalla roccia scivolosa e con accentuata pendenza. Superato questo difficile
percorso riprendemmo a conversare allegramente e, finalmente, mi fu possibile
vedere l'altra faccia della Timpa: una parete verticale, altissima, piena
di buchi con tanti grossi uccelli che volavano in alto lungo la gola che
incominciava ad ampliarsi. Guardando tutti quei buchi della parete rocciosa
mi domandai chi mai aveva potuto farli e se qualcuno vi abitava. Ma io
non avevo più paura! Nessuno poteva scendere giù da quella
parete.
Arrivati ad un
piccolo pianoro ci fermammo per bere e mangiare qualcosa. La zia mi disse:
"I buchi non sono solo nella parete di fronte, sono anche sotto i
nostri piedi, più avanti ti farò vedere un gran buco vicino
alla strada".
Dopo non molto, infatti, sentimmo come un rimbombo sotto i nostri passi.
La zia disse: "Guarda là, in fondo a quel punto più
basso vi è una gran buca e se tu ci butti una pietra, rimbomba
fino a che non si sente più".
"Zia, posso avvicinarmi e buttarci una pietra?",
"Vengo con te così non ti avvicini troppo".
Ci avvicinammo piano piano alla depressione e io buttai con forza una
pietra, quasi arrotondata, nella grande buca dove rotolò con tanti
rimbalzi fino a che non si udì più nulla!
Riprendemmo il
cammino! Man mano la strada si faceva più ampia, percorribile con
asini e muli; poi apparvero i primi terreni coltivati e s'incominciò
ad incontrare gente, curiosa di sapere da dove venivamo. Ci chiesero tante
notizie del paese e di gente che io conoscevo perché venivano a
comprare "la roba" da papà!
Quando arrivammo alla masseria, zio Antonio ci venne incontro sorridente.
"Sei stato bravo a fare a piedi tutta questa strada, sarai certamente
molto stanco!"
" Sono un poco stanco, ma ho molta fame!!"
"Bene, qui il pane non manca, noi coltiviamo il grano e lo vendiamo
pure!"
La zia cominciò
ad ispezionare la casa e ordinò di preparare da mangiare. Nel frattempo
arrivò anche zio Francesco, il fratello di zio Antonio, e sua moglie,
che chiesero tante notizie di parenti e amici di San Lorenzo. Giacché
la zia era stanca, mangiammo ciò che era pronto: una bella frittata
di uova con la salsiccia, una grande insalata di pomodori del loro orto
e la ricotta fresca, morbidissima, fatta la mattina. Dopo aver mangiato
con molto appetito e con gusto, andai a letto sprofondando nel materasso
fatto di foglie di granoturco.
Le masserie di
zio Antonio e di zio Francesco erano molto vicine, a distanza di qualche
diecina di metri, così io, nei primi giorni, passai il mio tempo
un po' da zio Antonio ed un po' da zio Francesco, facendo molte domande
ed assistendo alla mungitura delle pecore e delle capre.
La mattina ero sempre presente per assistere alla mungitura e alla preparazione
del formaggio. Spesso aiutavo a trasportare il secchio del latte che veniva
poi versato in una grande pentola dove veniva bollito per fare la ricotta
e il formaggio. Ogni mattina, la prima ricottina veniva preparata per
me, che la mangiavo a colazione. Alcune volte andavo a pascolare le capre
con il garzone, che viveva con lo zio Antonio da sempre. Non ricordo il
suo nome; era basso, un po' storpio ed un po' scemo. Rideva sempre senza
un perché! Faceva un po' di tutto: infatti, oltre che guardare
le capre, preparava il pasto per i maiali, zappava l'orto, puliva la stalla
e faceva da messaggero fra una masseria e l'altra.
Le due masserie erano fornite di tutto ciò di cui si poteva aver
bisogno vivendo lontano dal paese. C'erano galline, conigli, tacchini,
oche, maiali, oltre alle pecore e alle capre per fare il latte e ai buoi
per l'aratura e la trebbiatura del grano. Vi erano anche due bei muli
per gli zii e alcuni asini per il trasporto. Una sorgente forniva abbondante
acqua che veniva utilizzata per irrigare l'orto, in cui si coltivavano
vari tipi di verdura, per uso domestico e per abbeverare il bestiame.
Con tanti animali, il concime non mancava di certo. Non mancava davvero
niente! Si poteva affrontare l'inverno con serenità con la casa
riscaldata dal grande focolare. La legna da ardere era sistemata intorno
alla fattoria. C'era davvero tanta vita in quei tempi a Bellizia!
Dopo circa una
settimana dal nostro arrivo, la zia cominciò a fare i preparativi
per andare alla Madonna del Pollino. Bisognava partire molto presto perché
la strada per raggiungere il santuario era lunga, s'impiegavano molte
ore a percorrerla e bisognava arrivare prima che la chiesa fosse piena
di gente.
Verso le cinque del mattino del giorno fissato per la partenza, aprendo
la porta, mi accorsi che c'era altra gente che ci aspettava: era appena
arrivata da una masseria non molto lontana. Al gruppo si unì anche
la moglie di zio Francesco. Quest'ultimo restò per sbrigare le
faccende delle due masserie mentre zio Antonio e zia Mariarosa erano assenti.
La strada era
davvero tanto lunga ma non faticosa. Durante il percorso altra gente si
andò unendo a noi. C'era chi s'impegnava a canticchiare le canzoni
sacre in elogio alla Madonna, chi raccontava storie varie, chi suonava
l'organetto e chi la zampogna, era una bella carovana di gente allegra
e spensierata, desiderosa di divertirsi. Dopo aver viaggiato per tre ore,
ci fermammo presso una fontana per fare colazione, ormai non eravamo molto
lontani dalla meta. Ognuno aprì il proprio cesto incoraggiando
il vicino a "favorire". La maggior parte della gente mangiò
salsiccia con peperoni, uova e patate, accompagnati da qualche bicchiere
di vino!
Dopo colazione, un giovane cominciò a suonare l'organetto, era
molto bravo, e incitò i compagni a ballare. In un baleno si formò
un gruppo di ballerini che invitarono le donne a ballare la tarantella.
Queste non si fecero pregare e accettarono con piacere di iniziare delle
movenze di danza. Durò solo pochi minuti, poi tutti vollero riprendere
il cammino.
Arrivammo alla
Madonna verso le 9 e mezzo e già c'era tantissima gente accampata,
la chiesa era già piena e la messa stava per cominciare. La zia
si fece strada fra la folla con una certa energia fino a che raggiunse
la sacrestia da dove, dopo un po', riapparve abbracciando un gran cero
colorato e decorato con immagini sacre. Noi ci sistemammo non lontano
dall'altare, mentre restava aperto un passaggio dalla porta fino all'altare
riservato a chi lo voleva raggiungere.
Lo scioglimento dei voti
La maggior parte
della gente che si reca alla Madonna del Pollino, percorrendo lunghissime
distanze, vuole chiedere una grazia per superare difficoltà sentimentali,
di salute o d'affari, oppure vi si reca per sciogliere un voto fatto da
tempo e per il quale ha già ricevuto la grazia. Nel primo caso
si fa un vero e proprio patto con la Madonna: "Se tu mi aiuti io
m'impegno a ripagarti ritornando da te per sciogliere il voto portandoti
quello che ti ho promesso". Molte persone percorrevano scalze la
distanza dal luogo di partenza fino al santuario, impiegando fino a due
giorni.
Adesso che con le macchine si arriva in poco tempo, il significato della
visita al santuario è in parte cambiato: ci si va principalmente
per fare una scampagnata con pic-nic in compagnia d'amici e parenti; pochi
vanno per chiedere una grazia o sciogliere un voto come avveniva una volta!
Ma torniamo alla mia visita al santuario con zia Mariarosa.
La chiesa era
ormai colma di gente nell'attesa di vedere apparire dalla sacrestia il
prete con i chierichetti. Sulla porta della chiesa apparve una donna con
i capelli sciolti. La gente, a fatica faceva spazio per permetterle di
raggiungere l'altare e "sciogliere" il suo voto!
La donna s'inginocchiò e si protrasse con il corpo in avanti appoggiandosi
sulle palme delle mani, poi abbassò la testa fin quasi a toccare
il pavimento, tirò fuori la lingua e incominciò a strisciarla
sul pavimento stesso mentre avanzava carponi verso l'altare. Una scena
che mi fece rabbrividire, mi venne la pelle d'oca sulle braccia.
La gente rimase immobile, silenziosa, senza commentare, mentre lei avanzava
verso l'altare. Quando mi fu vicina, vidi la sua lingua sporca di terra
e arrossata dal sangue per le abrasioni che aveva prodotto lo strusciare
sul pavimento. Ne rimasi scosso e turbato.
A questa donna, poco dopo, ne seguì un'altra che aveva legato un
sacchetto per ogni ginocchio. Si spingeva avanti col corpo appoggiandosi
sul palmo delle due mani, e, come la donna precedente, avanzò lentamente
verso l'altare, mentre il suo viso accusava forti dolori.
Dopo la messa iniziò la processione, che io seguii stando attaccato
alla veste di mia zia, come mi aveva comandato per non perdermi, mentre
lei abbracciava amorevolmente il suo grande cero votivo.
Appena usciti dalla chiesa seguimmo la processione con la zia Mariarosa
che, immersa nella sua devozione, continuava ad abbracciare il suo grande
cero.
"Zia", le chiesi "ma che vi era in quei sacchetti che quella
donna aveva sotto le ginocchia?"- "Ciceri", mi rispose
la zia.
"Ceci" - "E perché se li è messi sotto i
ginocchi?"
"Per farsi male" disse la zia.
"E perché si doveva far male?"
" Per ringraziare la Madonna della grazia ricevuta"
"E quell'altra donna che strisciava la lingua per terra?"
"Anche lei l'ha fatto per ringraziare la Madonna"
Restai abbastanza sconcertato. "Ma zia, perché la Madonna
vuole che la gente debba tanto soffrire per ricevere la sua grazia?"
"Non è la Madonna che vuole questo: è la gente che
desidera dimostrare in tutti i modi la sua gratitudine alla Madonna per
la grazia ricevuta, offrendo il proprio dolore!"
La zia mi spiegò anche che tutti quegli oggetti in argento, alcuni
in oro, che avevo visto vicino all'altare ed in sacrestia rappresentavano
i voti sciolti per ringraziare la Madonna della grazia ricevuta, quasi
sempre per la guarigione di una persona cara.
Dopo la processione
si formarono vari gruppi e per tutti incominciò la festa! Alcune
persone si riunirono per mangiare, altre per suonare e ballare, per cantare,
o solamente per incontrarsi e salutarsi con affettuoso calore. L'aria
di allegra festa coinvolse tutti, incluso me e durò tutta la giornata.
Poi, quelli che erano giunti da non molto lontano si prepararono per il
ritorno, mentre quelli che provenivano da paesi lontani si apprestarono
a passare la notte all'aperto per ripartire la mattina successiva di buon'ora.
Noi eravamo fra questi ultimi.
Io, in ogni modo, non sarei tornato con la zia; avremmo viaggiato assieme
per un tratto, poi avrei proseguito con alcuni miei compaesani per ritornare
a San Lorenzo, facendo la strada della Falconara.
Nel separarmi da zia Mariarosa e da zio Antonio li abbracciai con commozione,
ringraziandoli di avermi portato con loro ad una festa tanto bella. Così
ci salutammo.
I miei compaesani spesso mi chiedevano se volevo mettermi sul loro asino
o mulo "per riposare", io rifiutai un paio di volte. Quando
mi accorsi che ero abbastanza stanco, accettai. Fui sollevato e sistemato
sulla groppa di un asino fino alla fermata successiva, presso una fontana,
per fare colazione. Anche qui c'era molta gente e tanta allegria, con
l'organetto che c'invitava a ballare.
Arrivammo a San Lorenzo nel pomeriggio, ero stanco, ma felice di aver
viaggiato con tanta gente e visto bellissimi luoghi. Mi sentii quasi un
eroe, orgoglioso di raccontare il mio viaggio ai miei compagni di scuola!
A quei tempi
si procedeva a piedi affrontando distanze considerevoli, come quelli che
iniziavano il pellegrinaggio da Trebisacce e raggiungevano il santuario
dopo due giorni e due notti! Ora si va in macchina, da qualsiasi luogo.
La visita alla Madonna è più per fare una bella scampagnata
in compagnia di amici che per devozione. Anche la struttura della chiesa
è profondamente cambiata, come ho potuto osservare alcuni mesi,
fa arrivandoci in macchina da San Lorenzo, via Terranova di Pollino, da
dove la strada è tutta asfaltata. Anche la statua della Madonna
è stata cambiata, una famosa scultrice di nome straniero ne è
l'autrice. al costo di molte migliaia di Euro. Tutto cambia!
Secondo la tradizione, il santuario fu creato nella prima metà
del settecento, dopo l'apparizione della madonna ad un pastore. Negli
egli anni 70 la chiesa fu ampliata creando vari servizi per accogliere
i fedeli, sempre più numerosi , e per le dimore del clero ed altro
personale durante il periodo estivo. Nei primi di giugno, la statua della
Madonna viene trasferita da San Severino Lucano al Santuario, accompagnata
da una lunga processione di Fedeli. Con l'ampliamento dei servizi e con
la conseguente invasione delle macchine durante i periodi festivi,si è
perduto l'aspetto agreste, quasi selvaggio del luogo, che tanto affascinava
le masse. La gente, infatti, dopo tanto camminare, poteva, finalmente,
gioire di essere arrivati e sciogliere il loro voto in un rapporto intimo
con la Madonna.

La Nuova Chiesa
della Madonna del Pollino
|

Grotta
dove il pastore ha trovato la statuetta della Madonna
|
La mia scuola
Al mio paese la
scuola arrivava fino alla quinta elementare. Gli insegnanti erano quasi
tutti provenienti da fuori con l'eccezione di Don Nicola Costa, un insegnante
sallorenzano sposato con una maestra che era venuta da un altro paese
tanti anni prima. Non avevano avuto bambini. Don Nicola, l'insegnante
di molte generazioni di scolari, fu anche il mio insegnante. Era molto
rigido. Durante tutta la prima elementare continuò a farci impratichire
con le "aste". Ho riempito tante pagine di aste fino a che si
convinse che i miei "segnetti", finalmente, erano verticali
e più o meno a uguale distanza. Ricevetti spesso tante rigate sulle
mani. Dovevo tenere la mano aperta a pochi centimetri dal banco in modo
che, per effetto della rigata sul palmo, il dorso della mano sbattesse
sulla superficie del banco, producendomi maggior dolore!
L'italiano era
una lingua straniera! Gli insegnanti, per essere sicuri che avremmo capito,
spesso si rivolgevano a noi spiegandoci in dialetto! La lingua italiana
fu pertanto molto difficile per tutti noi scolari; nessuno era bravo nello
svolgere il suo tema senza molti errori. Non ricordo, infatti, che durante
i miei cinque anni di scuola ci sia stato un voto superiore ad otto! Tutta
la gente parlava in dialetto, la maggior parte era analfabeta; anche mio
padre, considerato istruito per aver un piccolo negozio ed un'attività
da sarto, aveva frequentato solo fino alla terza elementare. Ai suoi tempi,
infatti, a San Lorenzo non vi erano classi superiori alla terza.
D'inverno a scuola
si moriva dal freddo, non vi era riscaldamento, solamente un piccolo braciere,
messo fra i banchi, verso il quale allungavamo i piedi cercando di non
farli congelare. Gli inverni sallorenzani erano molto rigidi e, spesso,
nevicava. Per noi ragazzi andare a scuola era a volte un'impresa difficile.
Le stradine in forte pendio, spesso ghiacciate, erano pericolose per le
frequenti cadute. La neve durava molti giorni e le strade restavano coperte
da una poltiglia nerastra di fango mista a ghiaccio che, durante la notte,
si congelava formando una crosta di ghiaccio che si spezzava sotto i piedi,
facendo il rumore caratteristico del ghiaccio rotto dal calpestio.
Una mattina presto, nell'aprire la porta, fui investito da una valanga
di neve che si era accumulata durante la notte. Il vento, infatti, s'infilava
veloce lungo le vie, trasportando il nevischio che lasciava, laddove perdeva
la sua forza. Ora nevica solo di tanto in tanto e non vi sono più
pozzanghere come una volta.
Sono ormai pochi
i miei compagni di scuola che vivono a San Lorenzo, molti sono morti,
altri sono emigrati. Quando ritorno a San Lorenzo, durante i miei brevi
periodi estivi, passando vicino alle loro case, ormai chiuse da anni,
li ricordo tutti: rivedo i loro visi gioviali ed allegri, li ricordo nei
momenti di gioco e di scherzi, affettuosi e burloni. Nessuno di loro ha
avuto la possibilità di studiare: i più intelligenti e curiosi
sono emigrati. Ne ho rivisti alcuni in Argentina, a Mar del Plata dove
mi ero recato per partecipare ad una conferenza internazionale sull'acqua.
Volli cercare "Lorenzo zikti minz" (Lorenzo ficcati in mezzo)
che, dopo tanti anni, era tornato a San Lorenzo e mi aveva fornito il
suo indirizzo. Lorenzo era un tipo particolare: era intelligente, simpatico
e molto gioviale, con la sua presenza la compagnia si animava; era, inoltre,
molto curioso e faceva tante domande, il che spiega la ragione del suo
nomignolo.
Era più grande di me, faceva il calzolaio, la sua bottega e la
sua casa erano proprio di fronte alla mia. Era partito con la sua famigliola
per l'Argentina, alla fine della guerra, quando io ero un giovanotto.
Lì, aveva continuato la sua attività di calzolaio con vicende
alterne. Fu molto felice di vedermi e di informarmi che i miei compagni
di scuola e coetanei, Lorenzo e Giacinto, in particolare, non vivevano
con lui ma erano in un altro paese e lui era ben disposto ad accompagnarmi
col treno. Io accettai con gratitudine.
Con i miei coetanei
vi erano altri sallorenzani. Così, dopo tanti anni, fui davvero
felice di rivedere due dei miei più cari compagni delle elementari.
Il nostro incontro fu una grande festa che si protrasse fino a notte inoltrata
consumando vari tipi di carne alla griglia, il gustoso "asado",
di cui gli argentini sono rinomati. Quando ci rendemmo conto che non vi
erano più treni per Mar del Plata, fummo costretti a passare la
notte con loro. Non avevano un letto per me; dormii in un grande letto
con un materasso di foglie di granturco assieme ad un vecchio compaesano,
parente di uno di loro, che viveva in Argentina da tanti anni.
Lorenzo Zaccaro è morto circa venti anni fa; anche Giacinto e Lorenzo
Pesce sono morti, in anni recenti. Grazie ai recenti rapporti con Ariel
Zaccaro, pronipote di Lorenzo, sono riuscito ad avere contatti e-mail
con Magdalena Zaccaro, figlia di Lorenzo.
Il mio amico
maiale
L'economia domestica
si basava su un rigoroso risparmio di tutto ciò che si produceva,
per affrontare le difficoltà del periodo invernale. Uno dei pilastri
dell'economia era l'allevamento familiare del maiale. Tutti avevano uno
o due maiali. Generalmente si comprava un maialino di pochi mesi in agosto,
durante la fiera di San Lorenzo. Era nutrito per circa un anno e mezzo,
prima di essere ammazzato all'inizio di gennaio dell'anno successivo,
quando era ben grasso.
Un secondo maiale, comprato sempre durante la fiera, dal peso di circa
cinquanta chili, veniva ingrassato in forma intensiva durante i rimanenti
cinque mesi prima della sua uccisione in gennaio.
A casa mia avevamo un solo maiale, eccezionalmente due. Io, come figlio
più grande, ero incaricato di pensare al maiale: dovevo preparare
il secchio con la crusca e, con i resti di casa, impastare tutto e portarlo
al maiale che mi aspettava emettendo grugniti di gioia quando mi vedeva
arrivare. Era tanto abituato a me che riconosceva benissimo i miei passi
e, prima che aprissi la porta, mi dava il suo benvenuto ritmando il suo
grugnito. Nel momento che entravo nella stalla agitava allegramente la
coda, come fanno i cani.
Durante i mesi
estivi, da agosto ad ottobre, quando la frutta era abbondante, il suo
pasto era una mescolanza di crusca e di frutta. Ai maiali si davano anche
le ghiande che raccoglievamo sotto le varie querce vicino al paese; io
ero incaricato, nei mesi autunnali, della loro raccolta. Anche la legna
da ardere proveniva dalle nostre querce di cui, durante l'estate, si tagliavano
alcuni rami.
I maiali, per accelerare l'aumento del loro peso, venivano castrati da
persone esperte nell'estirpare i testicoli. L'animale, sopraffatto dal
dolore, si agitava emettendo, con tutte le sue forze, feroci, struggenti
grugniti che mi facevano venire la pelle d'oca! Per "sanà"
un maiale occorrevano tre o quattro persone.
L'uccisione del
maiale era una festa condivisa da vicini e parenti. La sera prima dell'evento
papà mi mandava ad avvisare le persone che vi avrebbero partecipato
e per dire loro di essere a casa nostra alle sei del mattino. Il più
delle volte io non dormivo bene, sapendo che il giorno dopo avrei dovuto
portare a compimento un incarico molto triste per me! Quando tutti erano
in cucina, dove sarebbe avvenuta l'uccisione, e già la gran caldaia
piena d'acqua per pelare il maiale era sul fuoco, papà mi comandava
di andare nella stalla e portare il maiale a casa! La distanza era di
solo dieci metri! Fu sempre un dramma per me aprire la stalla e, con il
secchio usato per mescolare la crusca, attirare l'attenzione del mio amico
maiale "invitandolo" a seguirmi in casa! Poveretto, lui non
si aspettava da me un tale tradimento, si era affezionato a me, l'avevo
amorevolmente nutrito tutto l'anno, non aveva ragione di dubitare della
mia amicizia.
Molte volte io mi rifugiavo nell'ultima stanza o nel magazzino del piano
di sotto, straziato dalle grida del maiale al momento che i piedi ed il
muso gli venivano legati, prima di infilargli un lunghissimo coltello
appuntito nel collo. Dalla ferita usciva un fiume di sangue. Una grande
pentola riceveva il sangue che usciva a fiotti spruzzati violentemente
dalla spinta dell'aria emessa dalla trachea tagliata. Una donna, per non
far coagulare il sangue, continuava con dei movimenti rotatori della mano
a girarlo con un matterello fino ad operazione compiuta.
Il sangue era poi usato per farci il sanguinaccio. Altri ingredienti del
sanguinaccio erano: l'uva passa, le noci, il cioccolato e lo zucchero;
il tutto era immesso in sezioni di intestino crasso che venivano poi immersi
in una grande pentola piena d'acqua bollente. A me piaceva molto il sanguinaccio!
Il maiale rappresentava,
per tutte le famiglie, una riserva alimentare per tutto l'anno. Ogni sua
parte era lavorata e conservata con grande perizia per evitarne il deterioramento
dovuto al tempo e all'ambiente. Il prosciutto di San Lorenzo e gli insaccati
erano molto apprezzati dai paesi vicini; la "maturazione" avveniva
in forma naturale, essiccando salsicce e soppressate, come anche i prosciutti,
al focolare, appesi al soffitto. Le salsicce, dopo l'essiccamento, erano
mantenute in giare di terracotta riempite di sugna, mentre le soppressate
erano immesse in contenitori riempiti d'olio d'oliva. Una buona soppressata
doveva avere "la lacrima" ovvero un filino d'olio al taglio
del coltello. La carne magra era scelta per la soppressata.
Oggi nessuno ammazza
più il maiale a San Lorenzo, con eccezione di pochissime persone
che vivono alla periferia del paese dove possono ancora tenere il maiale.
Non tutte le persone sono ancora capaci di eseguire il vecchio trattamento
delle varie parti del maiale. Il mangime, in ogni modo, non è più
quello di prima; nessuno, infatti, va più a raccogliere le ghiande
o la frutta per darla al maiale!
L'importanza del maiale, nella vita del sallorenzano d'altri tempi, è
descritta nella poesia di Giuseppe Piattelli contenuta nella sua raccolta
dal titolo Profondo Sud:

La disgrazia di Rocco
Piangeva Rocco,
piangeva il figlio,
piangeva la cognata:
lento lento
calavano il maiale
nella fossa. Triste Rocco
guarda la gente,
Qualcuno gli stringe la mano
Un vero funerale.

Mio
padre ed altri racconti
Mio
padre
Ho già accennato a mio padre nelle pagine precedenti, (in un successivo
allegato descriverò gli ultimi anni di mio padre a Doria, ove morì
nel 1978).
La figura di mio padre è stata descritta mirabilmente da Francesco
Carlomagno nella mia biografia dalla quale riprendo un punto saliente:
"Ernesto lavora, lavora sempre. A pranzo va di corsa, tutto fa di
corsa. Il tempo è sempre avaro con lui. Non sa cosa voglia dire
riposo. I figli debbono mangiare anche nei giorni festivi. Costantino
mi racconta che una volta, ormai in età avanzata, riescono a trattenerlo
fuori del paese per una visita specialistica all'udito. Prova l'apparecchio
e dopo esclama: -U'rumurr!- Lo restituisce e non c'e' nulla da fare. È
quella l'unica occasione a farlo stare lontano da San Lorenzo per alcuni
giorni. E' stata la vacanza di una vita."
Durante la mia infanzia, papà mi portava spesso nel negozio dove
lui aveva un grande bancone rettangolare che gli serviva per tagliare
le stoffe che vendeva ai clienti e per confezionare abiti fra un cliente
e l'altro. Soldi a quei tempi se ne vedevano pochi; uno zappatore guadagnava
cinque lire al giorno lavorando in media 10 ore! Molta gente, non avendo
soldi, pagava con uova, formaggio, ricotta, oppure faceva qualche giornata
di lavoro nei nostri terreni. La roba accumulata come merce di scambio,
"baratto", era poi venduta da mio padre in occasione delle fiere
che avvenivano nei paesi vicini. Il negozio era piccolo, ma lui vendeva
di tutto: sale, tabacchi, stoffe, pelli per calzature, chiodi, stoccafisso,
spaghetti e altri tipi di pasta, riso, caramelle e altre cose d'uso comune.
La gente povera, non avendo la disponibilità di denaro, comprava
a credito. Papà aveva un grosso libro contabile dove segnava tutto
ciò che dava facendo credito. A quei tempi, soldi contanti non
se ne avevano, specialmente durante i mesi invernali, quando non si facevano
lavori nei campi. Era duro per lui dire di no a chi si trovava in gran
difficoltà per comprare gli alimenti per i propri figli. Così
continuava a scrivere, a scrivere, sperando che alla fine avrebbe ricevuto
le somme anticipate. Purtroppo ciò, in molti casi, non avveniva.
Ormai vecchio, si trasferì a Doria per vivere con Rosina, la figlia
maggiore, portandosi il suo librone con tanti crediti che non riuscì
mai a farsi pagare. Non denunciò nessuno, non portò mai
nessuno in tribunale, lasciò invece un grande, magnifico ricordo
nei compaesani ed io, come figlio, quando ritorno al paese natio durante
l'estate, godo della loro simpatia e del loro affetto, segno tangibile
della grande stima di cui ancora gode nei ricordi delle persone anziane
Durante le mie recenti escursioni nelle contrade del mio paese, ho incontrato
più volte persone anziane che mi hanno chiesto chi ero. "Sono
Custantinu Faillace, u fiju y Rineste!", rispondevo. A sentire il
nome di mio padre i loro occhi si illuminano e la loro gioia traspare
evidente. Spesso mi raccontano fatti che hanno inciso sulla loro vita,
fatti e problemi importanti, risolti grazie ai crediti ricevuti da papà.
Fanno di tutto per manifestare la loro riconoscenza offrendomi da bere
o qualcosa da portare con me. In una di queste mie escursioni ho incontrato
Luigi Alagia, in contrada Pietra Ponte, vicino alla sponda del Raganello.
Luigi, un vecchio della mia stessa età, proprietario di molta terra
incolta, vive da solo con le sue capre, le pecore e altri animali; coltiva
un orticello dove frutta e verdura abbondano. I suoi figli sono andati
via in cerca di una vita migliore lasciandolo solo; lo visitano quando
possono.
Quando seppe chi ero, mi fissò negli occhi e poi, con un bellissimo
sorriso mi disse: "Tu sì Costantinu?" "Papà
tui era bunu bunu, a mia ma fattu l'abitu pi mi spusà e pui l'hajji
pagato
, dopo tantu timpu, quannu hajjia avuti i soldi!"
Mi ha voluto dare pomodori freschi che aveva raccolti dal suo orto e frutta
dai suoi alberi. Ci siamo salutati con molta cordialità promettendoci
di incontrarci di nuovo per dargli la foto ricordo che avevo scattato.
Negli anni sessanta, durante un breve ritorno a San Lorenzo con mia moglie
e i due figlioletti, mia moglie disse a mio padre: "Ma papà,
tu scrivi, scrivi sempre in questo libro, ma quando credi che ti possano
pagare? Aggiungi sempre più crediti al tuo libro, e già
sono anni che non riescono a darti una lira!"
Rispose così: "Io so che è difficile per loro ripagare
i debiti, ma so anche che i miei figli possono mangiare, mentre, se non
faccio loro credito, i loro figli non avranno niente da mangiare!"
Mio padre, mentre era generoso con gli altri, era molto severo e poco
generoso con noi figli. Un giorno mi lasciò solo nel negozio per
andare a casa; varcando la porta del negozio mi raccomandò di stare
attento. I miei occhi, nel momento in cui scomparve dalla mia vista, si
volsero immediatamente verso il barattolo di vetro con le caramelle. L'aprii
e presi sei caramelle. Cercai di nasconderle sotto il berretto con la
visiera, "a coppola", che generalmente portavo, poi mi resi
conto che un posto più sicuro era il buco che il berretto aveva
su un lato. Infilai una dopo l'altra le sei caramelle e mi rimisi il berretto
in testa. Mio padre, appena rientrò, guardandomi mi chiese: "È
venuto nessuno?" - "No, papà", gli risposi. Si avvicinò
a me, mi tolse il berretto e cominciò a frugare nel buco per scoprire
cos'erano quelle protuberanze che vedeva. Tirò una ad una tutte
le caramelle, mi guardò negli occhi, mi diede un gran ceffone sulla
guancia e disse: "E mo' si diventato pure ladro!"
Si mise a cercare qualcosa, frugò nei cassetti, tastò le
stoffe che coprivano il tavolo, infine trovò in uno scaffale quello
che cercava: una cordicella lunga un paio di metri e dallo spessore di
una matita. Mi avvicinò a uno dei piedi del tavolo, mi unì
i talloni e mi legò le caviglie al piede del tavolo. Tese la cordicella
fino all'attacco col tavolo; mi fece mettere le mani dietro il sedere,
mi unì i polsi e li legò alla parte alta del piede del tavolo.
Ero con le ginocchia parzialmente piegate e col torace incassato, non
potevo sedermi sui talloni e neppure stare in piedi. Sentivo un forte
dolore, ma non mi lamentai. Era l'ora di pranzare, senza dirmi niente
si avviò verso la porta, uscì tirandola dietro di sé
e la chiuse a chiave. Sentii che si allontanava. A questo punto scoppiai
in un pianto dirotto, incontenibile. Durò solo pochi minuti, poi
mi rassegnai a sopportare il dolore causato dalla scomoda posizione. Dopo
un certo tempo vidi con la coda dell'occhio la sua ombra alla finestra;
feci finta di niente. Lui si allontanò senza dirmi niente, ritornò
dopo un po', aprì la porta, si avvicinò a me e, senza dirmi
una parola, si mise a sciogliere la cordicella liberando prima le mani
e poi i piedi. "Così impari" mi disse, allungandomi un
altro leggero ceffone sulla guancia. Poi disse: "Va a mangià".
La sua rigidezza la manifestò in un'altra occasione, in cui volle
darmi una lezione per controllare il mio spirito da monello. Era il mese
di maggio, quando maturano le ciliegie. Con un mio compagno decidemmo
di andare ad arrampicarci sull'albero di ciliegio non lontano dal paese,
arrossato dagli abbondanti grappoli di ciliegie mature e raccoglierne
fino a completa soddisfazione. Mentre, ormai sazi, stavamo per scendere
dall'albero, arrivò il padrone. Al vederci corse verso l'albero
ma noi facemmo in tempo a scendere e saltare il muro di cinta scomparendo
alla sua vista. Dopo poco più di un'ora papà arrivò
a casa per la cena. Con timore lo guardai sottocchio; lui non disse niente
ma lentamente cominciò ad allentare la cintura e io, intuendo la
sua intenzione di punirmi, sgattaiolai fuori della porta e incominciai
a correre veloce verso le stradine del paese. Ad una biforcazione, salii
rapidamente sul pianerottolo di una scala con molti gradini su cui mi
appiattii. Mio padre arrivò anche lui alla biforcazione, tutto
affannato e restò disorientato, non sapendo dove andare. Mormorò
qualcosa e poi lentamente ritornò indietro. Trattenni il fiato,
fino a che non lo vidi scomparire. Per tre giorni dormii nella soffitta
dove entravo di notte da una finestrella raggiungibile da un terrazzino!
Lui intuiva che io avevo paura di lui, sapeva dove dormivo, mamma glielo
aveva detto per tranquillizzarlo della mia assenza. Dopo tre giorni "rientrai"
in casa, non mi parlò, ma neanche mi picchiò, giudicando
che mi ero autopunito!
Mio padre era davvero rigido; ricordo che da piccolo non mi ha mai dato
un bacio. "I figli bisogna baciarli quando dormono", diceva.
Io credo che non mi baciò neanche quando dormivo. Negli anni della
mia adolescenza, infatti, quando partivo per Castrovillari per studiare,
al momento di salutarlo allungava la mano destra verso di me ed io, afferrando
la punta delle sue dita, avvicinavo il dorso della mano verso di me per
baciarlo. Lui diceva: "Ti benedicu, fiju miu". Fu solamente
nella tarda età, quando andò a vivere con mia sorella Rosina
a Doria, che sì "ammorbidì". Spesso, infatti,
teneva Ernestino, il suo nipotino, sulle ginocchia e lo baciava senza
inibizioni. A quell'età accettava senza riserva anche i miei baci
che non mi era stato permesso di dargli quand'ero piccolo.
D'altro lato, papà ha mostrato di avere sempre una grande apertura
mentale ed un grande senso d'ospitalità, anche quando le condizioni
della nostra casa, con le sue molteplici difficoltà, non incoraggiavano
ad avere ospiti. I disagi si riversavano anche su di noi ragazzi, che
già stavamo in due o tre nel grande letto con materasso riempito
di foglie di granturco!
Un episodio che riguarda mio padre, da me mai dimenticato, è accaduto
quando, all'inizio del 1959, laureato da circa sei anni, andai a San Lorenzo
per salutare i miei, prima di partire per l'Africa. Mi fermai solo pochi
giorni, prima di lasciare la famiglia confidai a papà che avevo
una fidanzata! La cosa lo sorprese non poco, giacché negli anni
precedenti, alcune "comare" si erano interessate a farmi conoscere
"ragazze di buona famiglie e con buona dote", di San Lorenzo
e dei paesi vicini, ma io non avevo mai preso in considerazione tali offerte.
I miei obiettivi mi portavano lontano da San Lorenzo. Cosa, questa, poco
comprensibile per mio padre che credeva nel detto "donna e buoi dei
paesi tuoi". Inoltre, per l'età che avevo, era tempo che mettessi
su famiglia scegliendomi una moglie seria, onesta, lavoratrice, rispettosa
delle tradizioni e della famiglia e, principalmente, di buona famiglia.
Passata la sua sorpresa mi chiese: "E cuiè stà zita?
"Na tedesca."
La sorpresa fu ancora più grande. Si fermò a meditare, restò
pensoso, Riandò, probabilmente, con la memoria alla sua esperienza
di giovane soldato quanto nel 1915-1918, partì da San Lorenzo,
chiamato alle armi per combattere
proprio contro i tedeschi! Visibilmente
disorientato, mi disse: "Hai cunisciuti tannt ragazz; quann viniisi
pi i vacanze tan arrivate sempr tanti litteri, come mai tay nnammurat
i nà tedesca
..unnu puzz capì!..".
"Papa", gli dissi "yè na brava vangnona, sta pi
finì i studi i parla pure due o tre lingue. Agghi pure conosciut
a famighia e su tutt brava gente, un ti preoccupà".
Si fermò pensoso, poi guardandomi negli occhi, abbozzò un
leggero sorriso e disse: ""Va bune
..si piace a tia piace
pure a mia". L'abbracciai commosso!
Questo importante episodio non l'ho mai dimenticato. Papà, come
uomo di paese, attaccato alle tradizioni ed ai valori della famiglia patriarcale,
si trovò d'un tratto ad affrontare una decisione per lui difficile
e forse dolorosa, certamente non compatibile con quanto lui credeva circa
l'unione familiare! La realtà lo costrinse ad accettare ed acconsentire
su una decisione che non avrebbe mai creduto di prendere. Ma, non fece
nessun commento negativo e non impose niente per farmi cambiare idea!
Consapevole del mio passato e considerando anche che in tanti anni, durante
il periodo universitario, mi ero mantenuto agli studi senza dipendere
da lui e successivamente mi ero fatto carico, con grande responsabilità,
dell'assistenza alle mie sorelle e fratelli, non ebbe più dubbi
che la decisione che avevo presa era quella giusta e doveva rispettarla.
Con il suo: "Si piace a tia piace pure a mia" mi dimostrò
che aveva non solo un grande affetto per me, ma godevo anche della sua
grande stima e rispetto.
Mia moglie, d'altro canto, dal momento che conobbe mio padre, non lo deluse,
sentì per lui un grande, sincero affetto che continuò immutato
fino alla sua morte.
L'equilibrio di mio padre si confermò ancora una volta qualche
giorno dopo quest'episodio. Infatti, il giorno prima della mia partenza
per la Somalia, ascoltando la radio, mentre stavamo mangiando, apprendemmo
che a Mogadiscio c'era stato un attentato ed un italiano era stato ucciso!
In città c'era il coprifuoco! Restammo tutti a bocca aperta, disorientati!
"Oh mamma mia", si mise a gridare mia madre. Poi disse: "Fijju
miji, un ci hij, troveta natu pust, un ti fa hij accid nda Somalia, ka
quejji su sirvaj e ti possene ammazzà".
Dopo pochi minuti arrivò zia Teresa, la sorella maggiore di papà
e cominciò a gridare: "Avite sintite ch'ha ditt a radio? Ha
ditt kann ammazzat nu taliano
e tu, fijju mii vui hii nda Somalia?
Ma stttene ndi Talia ca pura qua pui truva nu post pi lavurà e
stare pure bene". Dopo un poco la casa si riempì di gente,
tutti ansiosi e desiderosi di sconsigliarmi di partire.
Mio padre, che fino a quel momento non aveva fatto alcun commento, prese
la parola e disse: "Tu nu stai hienne alla querra come quanne sujh
partiti io pi combatt i tedeshi, tu ciai nu contratt cu u ministere degl'estere,
vai pur nda Somalia, y se i cose vanne male, ti pijisi u prim aeree e
te ni torni nti Talia. quiss iè un pinsiru mio!.... Mo fai come
ti dicede a capa!"
Ringraziai papà, convinsi i parenti ed amici che per me non c'era
pericolo e cominciai a prepararmi per la partenza che, per la prima volta,
mi avrebbe portato in Africa, molto lontano dall'Italia.
Anche quest'episodio mi è molto caro, in quanto mi ha dimostrato
la grande serenità, l'equilibrio e la ponderatezza di mio padre
nel prendere grandi decisioni.
Dopo
questa parentesi, ritorniamo di nuovo alla mia infanzia e riprendiamo
da dove eravamo rimasti!
All'età di otto o nove anni accompagnavo sempre gli operai che
facevano i lavori nella nostra vigna o nei campi, coltivati maggiormente
a grano. La sera prima del giorno prescelto, mio padre mi ordinava di
avvisare tutte le persone che dovevano eseguire i lavori. La mattina successiva,
verso le sei, mi alzavo per chiamarli, uno ad uno, bussando alle loro
porte. Nello stesso tempo mia madre preparava la colazione. Alcuni dei
nostri terreni, come quello della Grampollina o delle Valline, erano a
circa 2 ore di cammino; era necessario quindi avere lo stomaco pieno prima
di partire.
A volte, durante la trebbiatura, restavo in campagna dormendo sulla paglia
dell'aia; con lo sguardo rivolto al cielo, affascinato dalla traccia luminosa
delle stelle cadenti. Durante la trebbiatura mi divertivo a guidare i
buoi che trainavano un'enorme pietra attaccata al giogo, sulla quale io
salivo mentre i buoi giravano. Si aspettava l'ora giusta, quando soffiava
il vento, per ventilare il prodotto trebbiato. A volte ci volevano anche
due o tre giorni, dormendo nella paglia da poco ventilata. Nelle ore di
riposo, con la pancia all'aria, guardavo spesso la Timpa di San Lorenzo,
confinante col nostro terreno, col desiderio di scalarla, come sto per
raccontare nelle pagine che seguono.
La conquista della Timpa di San Lorenzo, presagio per il mio futuro
Nella
primavera dell'anno successivo, avevo circa dieci anni, mi trovavo alla
Grampollina e assistevo "le donne", portando loro l'acqua e
accudendole durante la pulitura del grano dalle erbe.
Il nostro terreno, come ho detto, era proprio attaccato alla Timpa di
San Lorenzo e se ne poteva osservare la cima. Decisi di raggiungerla,
non mi sembrò molto lontana. M'incamminai senza informare le donne,
tanto sarei tornato in meno di un'ora! Man mano che mi avvicinavo alla
meta, mi accorgevo che l'orizzonte si ampliava sempre di più invece
di restringersi; poco dopo, infatti, raggiunsi un piccolo pianoro, "uchiane
y cirri" da dove mi resi conto che la cima era ancora molto lontano.
Restai incerto sul da farsi, poi vinse il desiderio di continuare! Un
poco affaticato, ripresi il cammino.
Durante la salita sentii una forte sete che mi seccava la gola e le labbra.
Niente, dovevo continuare. A metà di questo secondo percorso incontrai
con gioia un gregge di capre, alcune con le mammelle turgide di latte!
Mi misi ad inseguirle e ne acchiappai una per la gamba posteriore, la
immobilizzai e con l'altra mano riuscii a mungermi il latte in bocca.
Com'era buono!!. Proseguii anche se ero un poco accaldato ma, in compenso,
ero rinfrancato fino a che non ebbi una seconda sgradevole sorpresa! Anche
questa volta non era la vera cima! Era solo un cambio di pendenza della
roccia! C'era ancora parecchio da camminare e faceva già molto
caldo, erano circa le dieci del mattino. la roccia bianca rifletteva tanto
calore. Ebbi un momento di sconforto, d'avvilimento, guardai verso il
lontano limite della roccia e dal suo contorno ben definito finalmente
riconobbi la vera cima, quella che tante volte avevo visto da lontano.
Guardai verso il basso e mi resi conto che già avevo percorso tanta
strada. Che fare? Non c'erano dubbi! Proseguire, raggiungere finalmente
la cima; ormai avevo già fatto tanto percorso! Fu un grande sforzo;
affaticato dal calore, dal sudore e senza acqua, lentamente, senza guardare
indietro, mi avvicinai alla meta. Finalmente, in prossimità della
cima, le forti correnti d'aria mi avvolsero asciugandomi il sudore e dandomi
un leggero refrigerio.
Che spettacolo da lassù, e che paura! L'immenso baratro dal lato
del Pollino mi affascinava e m'impauriva; avevo paura di essere attratto
dal vuoto, mi girava la testa. Indietreggiai e mi sdraiai sulla superficie
dello strato bianco e accecante della roccia calcarea e, lentamente, mi
avvicinai strisciando verso il margine dello strato dalla pendenza di
circa 40 gradi. Ero certo che il peso del corpo mi avrebbe tenuto incollato
alla roccia e quindi avrei evitato le vertigini.
Il
baratro di parecchie centinaia di metri sotto di me continuava a farmi
paura ed ad affascinarmi. Restai in quella posizione per parecchio tempo.
Poi, indietreggiando, mi alzai. Lo spettacolo della natura era, da tutti
i lati, di una bellezza davvero insuperabile! Quasi toccavo con mano il
Monte Pollino con la sua cima imbiancata di neve, la bianca cima del Dolcedorme
e quella della Serra delle Ciavole. La sottostante Timpa della Falconara
appariva piccola, quasi lontana. In lontananza, sulla destra, si vedeva
Civita e la gola della Timpa del Demanio, e più lontano ancora
il Golfo di Sibari con l'orizzonte che sfumava verso l'infinito! La Timpa
Sant'Angelo, piccolina, e la Serra di Paola erano di fronte. San Lorenzo
era un piccolo, insignificante agglomerato di case dai tetti rossi, niente
di più!
Io credo che la scalata della Timpa di San Lorenzo sia stata determinante
per il mio futuro! Da lassù il mondo era bello, era ampio, era
affascinante. C'era ancora tanto da vedere! Bisognava andare via da San
Lorenzo, al di là dei monti, oltre l'orizzonte che avevo intravisto!
Viaggio
alla Madonna di Costantinopoli e la slogatura della spalla
Nei
ricordi della mia infanzia vi sono due viaggi a Plataci, il paese della
mia prima mamma. Il primo avvenne quando probabilmente avevo sette o forse
otto anni. La zia Maria, dopo la visita che ci fece a San Lorenzo, volle
portarmi con lei alle Valline dove risiedeva con i suoi due figli Ferdinando
e Costantino, che io conoscevo poco. Zia Maria era sposata con un uomo
che l'aveva lasciata subito dopo la nascita di Costantino, il secondo
figlio. Era partito per l'Argentina e aveva interrotto, dopo poco più
di un anno, qualsiasi contatto con la famiglia. La zia dovette, pertanto,
farsi carico della famigliola e lavorare tantissimo per sostenerla. I
lavori agricoli erano durissimi e la produzione era scarsa; la zia coltivava
anche il terreno che apparteneva a mia madre, avuto in dote. Nella piccola
masseria aveva piccoli animali domestici e coltivava un orticello a Cabusce,
distante una ventina di minuti dalla sua casa.
Tutta la campagna era abitata e tutti lavoravano duramente per la sopravvivenza
con l'aiuto dei buoi per arare la terra e per la trebbiatura. Gli abitanti
dei piccoli nuclei rurali erano molto affiatati fra loro, e spesso si
scambiavano visite e favori. Quelli che vivevano non molto lontano l'uno
dall'altro, si chiamavano ad alta voce da una piccola collina, unendo
le palme delle mani ai lati della bocca e gridando il messaggio che volevano
trasmettere.
La
zia aveva convinto mio padre a lasciarmi andare con lei per trascorrere
alcuni giorni con i cugini, tutti insieme, e poi a Plataci per passare
con i nonni la festa della Madonna di Costantinopoli. Il giorno della
festa partimmo assieme ai vicini che si unirono a noi formando una piccola
carovana di asini e di muli.
Dalle Valline si arrivava a Plataci in circa due ore e mezzo. Io camminai
un poco a piedi e un poco in groppa ad un asino. Giunti non lontano da
Plataci l'asino, incontrando un piccolo avvallamento, prese improvvisamente
la rincorsa per poter più facilmente superare la breve salita.
Questo suo brusco movimento mi trovò impreparato, persi l'equilibrio
e, piegandomi su un lato, caddi su una pietra, slogandomi la spalla sinistra.
Il dolore fu fortissimo, tutti accorsero intorno a me e una donna offrì
il fazzoletto che portava in testa per legarmi il braccio al collo ed
evitare che penzolasse provocandomi molto dolore. A Plataci la fasciatura
fu rifatta, ma nessuno aveva la capacità di riportare l'osso slogato
nella sua giusta posizione; restai pertanto dolorante per parecchi giorni
fino al ritorno a San Lorenzo.
Della festa ho un pallido ricordo, c'era molto movimento, la banda che
suonava e tante persone che vennero a salutare zia Maria. Alcuni di loro
erano curiosi di conoscere anche me. Mi parlavano in albanese, lingua
che non capivo. La zia, nel timore che qualcuno mi urtasse, m'impedì
di partecipare alla processione. Restai in casa, dove la maggiore attività
era cucinare per numerose persone: alcune di loro erano nostri compagni
di viaggio dalle Valline.
A
festa finita ritornammo tutti alle Valline. Il giorno dopo la zia mi accompagnò
a San Lorenzo. Mia madre, nel vedermi con il braccio al collo e con la
fasciatura, si preoccupò moltissimo pensando che il mio braccio
fosse rotto. Mi accompagnò immediatamente da Donna Mariantonia,
"u medichicchio", la guaritrice del paese, ben nota per le sue
grandi virtù mediche e pertanto preferita, in casi speciali, a
Don Arturo Pesce, medico del paese.
Donna Mariantonia era una donnina anziana, bassotta e robusta. Mi tolse
la fascia e incominciò a manipolare la spalla per rimettere la
parte slogata nella posizione originale. Resasi conto del problema, con
una compressione e un movimento ben guidato delle mani, riuscì
a riportare in sito l'osso spostato, mentre io stringevo i denti per il
dolore. Dopo un sospiro di soddisfazione, sorridente, mi disse: "Tutto
a posto, ora però devo farti un bell'impacco!" Preparò
un impasto mescolando bianco d'uova battuto e stoppa che sistemò
su tutta la spalla traumatizzata. Fasciò con energia tutta la zona
coperta dall'impacco, mi sistemò al collo la fascia di sostegno
per il braccio e mi disse: "Ritorna fra una settimana che ti tolgo
l'impacco".
Donna
Mariantonia "u midichicchio", era spesso consultata per eseguire
varie altre pratiche mediche. La gente, infatti, si rivolgeva a lei per
risolvere numerosi problemi di salute: quali casi reumatici, alta pressione
sanguigna, mal di testa, problemi digestivi, raffreddori, mal di gola
e altre affezioni che poteva trattare con infusi, impacchi, col calore
o con altre tecniche alternative alla medicina ufficiale.
Il mal di testa lo curava con due dischetti di un panno pesante
su cui spalmava un
tritato di cipolla selvatica con bianco d'uova battuto;
la pressione alta la diminuiva applicando delle sanguisughe sui
canali venosi;
il mal di gola lo curava con impacchi di cenere molto calda applicati
al collo;
per i problemi reumatici appoggiava sulla spalla dolorante un mattone
ben riscaldato al focolare e poi ricoperto di stoffa.
Per i dolori più forti applicava le coppette a sangue: procedeva
eseguendo una piccola incisione sulla parte da trattare e adagiandovi
sopra un bicchiere di vetro a forma di coppa contenente un batuffolo di
cotone arrotolato e bagnato con l'alcool. Accendeva il cotone e poi, con
movimento rapido, appoggiava la coppetta sulla parte dolorante. La fiamma
si spegneva per mancanza d'ossigeno, mentre la parte interessata veniva
risucchiata verso l'interno della coppa. L'applicazione durava pochi minuti
e, staccando la coppa, sulla pelle restava un disco rosato.
Viaggio a
Croi Todaro ed altri episodi
Il secondo viaggio
a Plataci avvenne qualche anno dopo, in occasione della visita a nonna
Agnese, che non stava bene in salute. I nostri genitori incaricarono me
e Giuseppe di tale visita. Partimmo da San Lorenzo per andare alle Valline,
dove stava zia Maria, per poi proseguire per Plataci. Il percorso da San
Lorenzo alle Valline, anche se faticoso, non presentò per noi alcun
ostacolo, giacché l'avevamo già percorso in precedenza.
Alle Valline, la porta di casa di zia Maria era chiusa, i vicini si curavano
degli animali domestici; la zia ed i suoi due figli erano partiti per
Croi Todaro, dove vivevano il nonno e la nonna, lontano oltre un'ora da
Plataci, in direzione della Costa Ionica.
Anche il tratto da Cabusce a Plataci, molto disagiato e faticoso per superare
difficili tratti in salita, non era nuovo per me, in quanto l'avevo già
percorso qualche anno prima, quando ero andato alla Madonna di Costantinopoli
con la zia. Il percorso era ben marcato e non presentava ostacoli. Avevamo
con noi pane e companatico e bevemmo acqua dalle fontanelle incontrate
lungo il percorso. Portavamo con noi due piccioni vivi in un paniere coperto
da un panno, che la mamma ci aveva consegnato per darli a nonna Agnese.
Era una tradizione sallorenzana portare i piccioni a chi partoriva o si
ammalava. Gli animaletti erano poi sacrificati da chi li riceveva per
ottenerne un brodino delicato per la persona inferma.
Non so quante ore abbiamo impiegato per arrivare a Plataci, fu un viaggio
lungo e penoso, con momenti di scoraggiamento, specialmente per Giuseppe,
più piccolo di me di due anni. Il viaggio non finiva mai! Arrivati
a Plataci, cercammo la casa del nonno. La porta era chiusa ed i vicini
ci dissero che non c'era più nessuno, erano tutti a Croi Todaro,
inclusa zia Maria con i suoi figli. Intanto si era fatto tardi, stava
per imbrunire e noi non sapevamo dove andare, non conoscevamo la strada
mulattiera che portava a Croi Todaro.
Una vicina di casa del nonno ci accompagnò gentilmente fuori del
paese e c'indicò, in modo molto approssimativo, la direzione di
Croi Todaro, senza poter vedere il punto esatto, poiché non visibile
da dove eravamo. La signora ci disse di stare attenti perché stava
per fare notte ed il percorso era difficile. Ci raccomandò di chiedere
informazioni alle persone che vivevano nelle masserie da dove saremmo
passati e di non avere paura dei cani che ci avrebbero abbaiato lungo
il percorso, evitando di minacciarli per non essere aggrediti.
Ringraziammo
la gentile signora, che era stata ricca di tanti consigli e ci avviammo
verso l'ignota destinazione, molto preoccupati di perderci nella notte
o di essere sbranati da cani! Non molto distante dal paese, lasciammo
la strada e girammo a sinistra, imboccando una mulattiera, come ci aveva
indicato la signora. C'era ancora un'evanescente luce crepuscolare, prima
di essere avvolti dalle tenebre della notte senza luna.
Presto fummo assaliti da incubi, quando, brancolando nel buio, ci rendemmo
conto che eravamo ad un incrocio di due mulattiere, decidere dove andare
non fu facile in quell'oscurità; andammo a destra, ma, subito dopo
ci rendemmo conto che, dopo un tratto, la mulattiera tendeva a salire,
mentre noi dovevamo sempre scendere, come ci aveva detto la signora. Tornammo
indietro e riprendemmo la strada che avevamo lasciato, proseguendo nell'altra
direzione.
Camminammo impauriti dal buio ed assaliti dalla paura di perderci o di
cadere in qualche burrone. Cosa fare? Dovevamo proseguire, pur senza sapere
dove stavamo andando!
In lontananza sentimmo l'abbaiare di un cane e, anche se timorosi di essere
morsi, fummo incoraggiati a proseguire, sicuri che avremmo trovato gente,
i padroni del cane.
Piano piano, con tanto timore e con Giuseppe che singhiozzava, proseguimmo,
speranzosi, nella direzione dove abbaiava il cane, scartando, senza esitazione,
la direzione di un altro sentiero. Man mano, l'abbaiare si fece sempre
più forte, procedendo nella direzione del cane.
Quando arrivammo vicino, ci fermammo, impietriti alla vista di un grosso
cane bianco dal pelo lungo che si avvicinava paurosamente a noi! Restammo
fermi, trepidanti, nell'attesa di vedere apparire il suo proprietario!
Fummo fortunati, aldilà del recinto si aprì una porta, la
scarsa luce c'indicò che vi era gente.
Il cane fu chiamato dal padrone, che poi si rivolse a noi in albanese,
lingua che noi non conoscevamo. Risposi che ero il nipote di Costantino
Tarantato, così era chiamato nostro nonno, il cui vero nome era
Costantino Chidichimo.
Si affacciò anche sua moglie e si meravigliò tanto nel vedere
due ragazzini che venivano da tanto lontano e, a notte fonda, cercavano
i nonni. Dopo averci fatto varie domande, ci chiesero se volessimo mangiare
qualcosa. Ringraziammo, era già molto tardi e volevamo arrivare
dai nonni. Ci rassicurarono, informandoci che eravamo nella giusta direzione:
proseguendo, in venti minuti, saremmo arrivati.
Rincuorati proseguimmo, ma subito dopo incontrammo un incrocio e non fu
facile decidere dove andare, prendemmo il sentiero sulla sinistra, anche
se avevamo tanti dubbi che fosse quello giusto. Giuseppe riprese a piagnucolare,
mentre io cercavo di consolarlo, non sapevamo dove stavamo andando, ci
siamo rivolti alla nostra madre morta, quasi la sentivamo vicino a noi!
Inciampammo un paio di volte su pietre distribuite lungo il sentiero.
Ad un tratto intravedemmo una fioca luce in lontananza, senza più
esitare, ci avviammo nella direzione della luce e, piano piano, sempre
camminando nel buio, arrivammo vicino alla casa.
Dall'interno sentimmo delle voci: era la zia Maria. Ci mettemmo a piangere
per la gioia, chiamandola. Si aprì la porta ed apparve la nostra
cara zia che, incredula ci abbracciò commossa. Fu un momento molto
intenso per tutti noi, specialmente per la nonna, lamentandosi con la
nostra mamma e con papà per averci mandato tanto lontano, affrontando
un percorso tanto lungo e pericoloso per due ragazzini che non conoscevano
la strada.
Fu un'esperienza memorabile!
Sia Giuseppe che io, abbiamo sempre creduto che fu nostra madre, sempre
vicina a noi, a guidare il nostro difficile percorso, consegnandoci, finalmente,
ai nonni!
Il Natale
a San Lorenzo
A volte, anche
ora che sono vecchio, mi lascio andare a ricordi lontani, quelli dalla
mia infanzia sofferta e, qualche volta, anche gioiosa.
Natale, per noi bambini, era una gran festa! La vigilia di Natale era
una ricorrenza speciale, aspettata con ansia! Il presepe era molto povero,
costituito da piccolissime statue di terracotta; la grotta era adornata
con muschio, una o due arance venivano appese vicino alla capanna del
presepe.
Per le mamme l'attività
principale della vigilia di Natale era preparare la cena a base di pesce,
baccalà, capitone che arrivava dalla Campania. Per la vigilia di
Natale era tradizione mangiare "nove cose", includendo anche
vari tipi di frutta e dolci casarecci. In quell'occasione era permesso
dare un calcio alla miseria!
Il ceppo natalizio, già da tempo selezionato e messo da parte ad
essiccare, era l'aggregante che univa la famiglia intorno al focolare!
I dolci, tutti fatti in casa dalla mamma, erano di vario tipo, comprendevano
la "cicerata", "i cannaricheli", la "giurgiuleia"
ed il pan di spagna. La cicerata è un impasto ben lavorato di farina
e uova da cui si ottengono dei bastoncini tagliati poi in tronchettini
e fritti in miele. "I cannaricheli" si preparano allo stesso
modo, ma i bastoncini di pasta sono più grossi e fritti in olio,
invece che in miele. La "giurgiulea", di cui io ero ghiotto,
è costituita principalmente da semini di sesamo mescolati a zucchero,
fritti in padella e versati in una superficie piatta per raffreddarsi
e tagliare, poi, la lamina che si forma in dolci quadratini croccanti.
Prima di iniziare
la cena, si friggevano le crespelle in una grande padella, per poi distribuirle
ai poveri.
I più poveri, infatti, giravano per il paese e, di porta in porta,
auguravano "U nguru bambinu", prima di ricevere crespelle e
vino, che facevano finta di bere e invece, nel buio, versavano nell'imbuto
infilato nella bottiglia nascosta sotto "a cappa" (il mantello
a ruota).
La "pasta
con la mollica" era generalmente il primo piatto, a questo seguivano
vari tipi di pesce, fritti ed in umido, vari tipi di frutta, a cui seguivano
i dolci. Era davvero una gran festa, molto attesa da tutti i componenti
della famiglia. Durante la serata si raccontavano storie, si ripetevano
proverbi.
Tutti noi figli avevamo un
posto intorno al focolare, dove ardeva allegramente il ceppo natalizio;
ognuno cercava di essere il più vicino possibile al fuoco che scaldava
molto, fino a scottare le gambe.
L'inverno
a San Lorenzo
Le serate invernali
erano lunghe e monotone, passate generalmente intorno al focolare, dove
la poca legna ardeva lentamente! Non vi era riscaldamento nelle stanze,
tranne il braciere che veniva messo sotto il tavolo o collocato temporaneamente
dove era necessario.
La mamma faceva generalmente le calze o la maglia per qualcuno di noi:
lei aveva sempre tanto da fare!
Attorno al focolare si raccontavano i fatti che succedevano nel paese.
Le notizie più importanti erano quelle riguardanti i fidanzamenti
ed i matrimoni, specialmente se avvenivano con ragazzi o ragazze dei paesi
vicini. Le ragazze, in particolare, erano molto interessate a fidanzarsi
con ragazzi di altri paesi, desiderose di una vita migliore.
A San Lorenzo, infatti, la donna era costretta ad andare a prendere l'acqua
dalla lontana fontana varie volte durante la giornata. Compito questo
molto difficile, specialmente d'inverno, quando il sentiero di oltre un
chilometro era invaso dalla neve e dal ghiaccio: pericoloso per le possibili
scivolate.
Altro gran disagio, specialmente per la donna, era la mancanza di gabinetti.
Al focolare, inoltre, la mamma e le sorelle ricamavano le lenzuola, le
federe, le tovaglie per la dote delle ragazze. Quest'attività iniziava
quando le ragazze erano ancora piccole e continuava fino al matrimonio,
riempiendo la cassa apposita da consegnare poi alla sposa prima di entrare
nella nuova casa.
Anche l'acquisto delle stoviglie e dei mobili avveniva spesso nel tempo,
secondo le disponibilità finanziarie della famiglia che variavano
con il raccolto del grano e con la produzione di vino e olio dei propri
campi.
Il fidanzamento
era combinato dai genitori, spesso con l'aiuto delle "comare",
specialmente se la richiesta veniva da una persona che abitava in un altro
paese. Prima del fidanzamento si faceva un vero e proprio contratto di
matrimonio, stabilendo l'ammontare della dote, in soldi ed in natura,
dei beni delle due parti. Si fissava, inoltre, la data del matrimonio
e si scambiavano gli anelli di fidanzamento. Era quasi impossibile, una
volta scambiati gli anelli di fidanzamento, che tale unione non si facesse,
sarebbe stata una vergogna per la famiglia non aver mantenuto la parola
data. Le ragazze già fidanzate avevano poche possibilità
di sposare un'altra persona se il fidanzamento non andava a buon fine!
E ciò, nonostante i contatti fra i fidanzati, futuri sposi, fossero
praticamente impossibili; vi era, infatti, sempre qualcuno della famiglia
che faceva la guardia!
Motivo d'incontro
erano anche le feste organizzate per i fidanzamenti, o altre feste, durante
le quali si consumava un lauto pranzo e poi si ballava la tarantella al
suono di un organetto, del tamburello e di un chiavistello lungo e pesante
che si faceva scorrere su una bottiglia vuota di vetro, producendo un
suono quasi metallico, ritmato in armonia con le note degli altri strumenti.
La tarantella si ballava con grande maestria e coinvolgeva tutti; generalmente
si ballava in coppia singola, ma anche in due coppie. Giacché i
contatti fra i due sessi erano praticamente evitati, la tarantella rappresentava
spesso un'occasione per inviare messaggi alla ragazza con cui si ballava.
I movimenti agili e ritmati davano l'opportunità di girare intorno
alla ragazza e farle capire la propria simpatia oltre a poterle sussurrarle
messaggi amorosi.
L. Bigotto, in Itinerari della provincia di Cosenza, riferisce che una
volta, a San Lorenzo, vi era la seguente antica usanza riguardante il
fidanzamento:
Il rituale delle nozze era suggestivo: Il pretendente la mano di una ragazza,
di notte le poneva innanzi la porta di casa un grosso ceppo di legno solcato
dal colpo di una scure ed adornato di nastri. Al mattino successivo, si
conosceva l'esito di questa richiesta giacché qualora la madre
della ragazza avesse preso il ceppo portandolo dentro, avrebbe dimostrato
di essere d'accordo. In tal caso il matrimonio era fatto e si diceva che
la giovane era stata acceppata. É opportuno notare che il ceppo
rappresenta il nucleo intorno al quale cresce la famiglia. Con un richiamo
al passato, il Dorsa nota come sia presente in questo caso, il culto di
Vesta.
Non ricordo se questa usanza fosse praticata durante la mia infanzia.
So di certo che le famiglie degli sposi, spesso anche gli amici, preparavano
come regalo per i nuovi sposi una "sporta matrimoniale". Il
contenuto della grande sporta di vimini includeva alimenti vari, quali
soppressate, salcicce, formaggi, vino, biscotti, frutta e quanto altro
si riteneva necessario durante i primi giorni di matrimonio.
Certo, ora le cose sono cambiate: tutti o quasi tutti hanno il termo-camino,
il maiale non lo alleva più nessuno, quindi la sua uccisione non
si festeggia più. Credo che ora nessuno vada più ad augurare
"u gnuru bambino". La gente ora sta bene, grazie a Dio. Forse
non c'è più quell'aria festiva, familiare, che una volta
univa le persone! Non c'è più neanche la tanta neve che
rendeva difficile camminare, specialmente quando si scioglievano i "canniliri"
di ghiaccio che pendevano dalle tegole e gocciolavano acqua.
Sono consapevole che un ritorno a San Lorenzo in pieno inverno potrebbe
essere una delusione, sia per l'affievolimento dei legami affettivi di
una volta, che per le mutate condizioni naturali, oltre a quelle dovute
al cambio generazionale.
Le feste
di San Lorenzo
San Lorenzo Martire,
il 10 d'agosto, è la festa principale del paese. Altra festa importante
è San Rocco, il 24 d'agosto. La festa di San Lorenzo era molto
importante ai tempi della mia infanzia: era un evento che tutti aspettavano
per vendere e comprare i prodotti della terra e per vendere e comprare
il bestiame, specialmente maiali, asini e buoi.
La fiera iniziava l'otto d'agosto e finiva il giorno successivo. La gente
arrivava anche da lontane contrade per partecipare alla festa e visitare
parenti e amici.
Durante i tre giorni il paese era allietato dalla banda musicale. I musicanti
erano ospitati presso famiglie, non essendovi alloggi nel paese e non
potendo nella stessa giornata tornare al loro paese per ritornare il mattino
dopo, non essendoci strade. La gente li accoglieva con gioia, facendoli
sentire come uno di casa; insieme partecipavano alla festa. Molte persone
suonavano l'organetto e la zampogna creando un'atmosfera di gioiosa allegria
in tutto il paese. Molti improvvisavano dei balli, specialmente nel pomeriggio,
dopo aver mangiato abbondantemente in compagnia di amici e parenti.
La processione
di San Lorenzo rappresentava il momento culminante delle tre giornate
festive. La statua del santo era portata a spalla ed ogni 100-150 metri
i quattro portatori si fermavano e si procedeva all'asta; chi offriva
di più aveva il diritto di portare il Santo per un altro breve
tragitto. Durante la sosta, la gente appendeva la sua offerta sulla stola
che scendeva lunghi i lati della statua.
I fuochi d'artificio la sera del dieci agosto marcavano la fine della
festa.
Ora tutto è
cambiato: i musicanti non sono ospitati dalle famiglie e a volte si fermano
un solo giorno; la fiera non esiste più, vi sono solo delle bancarelle
dove si vendono cianfrusaglie che si trovano ad ogni mercatino rionale.
I venditori vengono da lontano con camioncini o con macchine con i bagagliai
pieni di merce. Molti di loro sono arabi o neri che vendono cose inutili.
Le serate sono allietate da musica rock con orchestre diverse, una per
ognuna delle tre serate. La gente viene anche dai paesi vicini per ascoltare
tali concerti, la banda musicale si limita a seguire la processione e
fare un giro per il paese, poi se ne ritorna via.
La festa di
San Rocco è allietata dalla banda musicale e da rumorosi "botti";
la serata termina ora con un concerto rock.
Questa festa è molto sentita dai sallorenzani che, numerosi, accompagnano
il Santo in processione, mentre le donne cantano inni sacri portando sulla
testa i "cirii" votivi. La processione inizia dal crocifisso
e percorre tutto il paese, incluso i nuovi rioni; dura oltre un'ora. Da
piccolo mi piaceva molto seguirla camminando a lato della statua di San
Rocco, tenendo in braccio il cagnolino di gesso con la pagnotta in bocca!
I giochi
della mia infanzia
Mia madre, una
volta, di ritorno da Cassano Ionio, dopo aver partecipato alla festa della
Madonna della Catena, mi regalò una piccola palla di gomma colorata.
Durante la fiera di San Lorenzo, il giorno otto d'agosto, mi comprò
anche un piccolo organetto che suonavo con la bocca. Questi furono gli
unici giocattoli che io ricevetti durante la mia infanzia! Noi ragazzi,
in ogni modo, inventavamo i nostri giocattoli. Spesso facevamo una palla
con dei ritagli delle stoffe tagliate da mio padre per la confezione degli
abiti.
Io costruii una
fionda per andare a caccia di uccelli; non ricordo di averne ammazzato
uno! Ero una "schiappa"! Il nostro garzone, invece, era bravissimo;
ogni tanto riusciva a ferirne uno che poi uccideva e, dopo averlo spennato,
lo arrostiva, suscitando in me tanta invidia!
Col tempo diventai molto bravo a mettere le trappole per gli uccelli.
Scavavo una piccola buca in terra, sceglievo una pietra liscia quadrangolare
di circa 15 centimetri di lato e una pietra più grossa, anche se
irregolare, e sistemavo la pietra sopra la buca. La trappola era formata
sistemando una bacchetta piatta sulla pietra irregolare ed altre quattro
bacchettine di sostegno alla pietra quadrangolare, due alla base e due
sulla parte alta. La pietra piatta cadeva inesorabilmente sull'uccellino
che si era avventurato poggiando le zampette su una delle bacchettine.
Gli uccelli erano attratti nella trappola dal grano sparso nella buca!
Molte volte l'uccelletto restava vivo nella buca, ma, purtroppo, i suoi
giorni erano finiti!
Un altro gioco
era lo "spizzingle". Un cilindretto di legno appuntito ai due
lati e sistemato su una pietra, veniva colpito fortemente con una bacchetta
di legno per farlo "volare". Nel sollevarsi da terra veniva
colpito una seconda volta per mandarlo il più lontano possibile.
Lo "spizzingle" era giocato dai bambini, mentre i grandi giocavano
con le "stacce", usate come le bocce. Si giocava in gruppi di
due o tre persone. C'era gente bravissima nel mio paese nel tirare le
"stacce"!
Il gioco delle
"stacce" è, comunque, molto pericoloso per i bambini,
come testimonia il seguente episodio. Durante un giorno di festa, zio
Lorenzo Faillace, cugino di mio padre, e zio Pasquale Perrone, marito
della sorella Carmela di mio padre, decisero, con altri amici, di disputare
una partita di "stacce" allo Sgrotto.
Come spesso succede, molti erano gli spettatori che stavano intorno al
campo da gioco. Nel mezzo della gara, mio zio Pasquale tirò la
sua "staccia"; nello stesso istante il figlio piccolo di 6-7
anni di zio Lorenzo, decise improvvisamente di attraversare correndo il
campo da gioco. Purtroppo la "staccia" lanciata da zio Pasquale
lo colpì violentemente e il bambino spirò poco dopo, lasciando
allibiti gli spettatori e straziati dal dolore lo zio Lorenzo e lo zio
Pasquale. Quest'ultimo fu assalito da un terribile senso di colpa che
lo perseguitò per tutta la vita. Per evitare di incontrare lo zio
Lorenzo o altri familiari del ragazzo ucciso, zio Pasquale decise di andarsene
per sempre da San Lorenzo e si trasferì a Civita con tutta la famiglia.
Altro gioco popolare dei grandi
era la morra che veniva giocata con grande fervore e che culminava con
la bevuta di un fiasco di vino pagato dai perdenti.
Durante le
feste vi erano anche varie competizioni. "l'albero della cuccagna",
in cui i giovani si cimentavano a salire su un lungo palo liscio e molto
alto, per prendere il regalo tanto ambito posto sulla cima.
Altra competizione era l'uccisione di un gallo messo in una buca del terreno
e che doveva essere colpito con occhi bendati. Un'altra forma crudele
di uccisione del gallo era praticata durante la festa di Sant'Antonio,
il 13 di giugno. Un gallo ben scelto veniva legato per le zampe. Il laccio
era poi fissato ad un palo posizionato orizzontalmente a circa due metri
e mezzo da terra.
Il gioco consisteva nel colpire violentemente la testa del gallo con un
lungo coltello affilato e di far volare via la testa recisa con tutte
e due le orecchie. Se il colpo riusciva, si aveva il vincitore e il gioco
finiva. Quando, nonostante i ripetuti colpi non si riusciva a staccare
anche l'ultimo pezzettino dell'orecchio, i competitori si accanivano a
turno a dare sciabolate fino a risultato ottenuto!
Allora si festeggiava allegramente con un fiasco di vino, mentre chi era
riuscito nell'impresa si portava a casa il tanto desiderato gallo! È
inutile affermare che noi ragazzi assistevamo con molto interesse ai giochi
dei grandi facendo il tifo per chi dimostrava più bravura.
Le
attività commerciali ed altri episodi
Giuliano
e il baratto
A San Lorenzo
vi erano tre negozi negli anni Trenta - Quaranta, tutti e tre gestiti
delle famiglie di Antonio, Lorenzo ed Ernesto Faillace. I negozi di Antonio
e di Lorenzo vendevano principalmente tessuti e confezioni. Ernesto vendeva
di tutto, tra cui tessuti, scarpe e pelli, chiodi, caramelle, saponi,
sale e tabacchi. Era un piccolo emporio dove si potevano comprare anche
oggetti vari per la casa. Ernesto, inoltre, nei ritagli di tempo, in attesa
di clienti, faceva il sarto.
L'unico commercio
attivo che il paese aveva, era alimentato da persone che venivano da fuori,
portando mercanzie non reperibili nel paese. Da fuori venivano gli stagnai
che coprivano di stagno le pendole, le caldaie ed i tegami. I "capillari",
che portavano piccoli oggetti e compravano capelli lunghi di donne, che
servivano per fare le parrucche. I venditori di verdura, giacché
non tutti avevano un orto e, a volte, arrivava anche il venditore di pesci.
In genere chi veniva per vendere era interessato anche a comprare i prodotti
locali, quali uova, formaggi, ricotte, prosciutti, ed altri prodotti fatti
in casa, molto ricercati perché genuini e dal forte sapore.
L'arrivo del venditore era annunziato da un banditore, generalmente il
becchino del cimitero che, con una trombetta a forma di corno ricurvo,
vecchio simbolo della posta, suonava fermandosi in punti stabiliti e descriveva
i prodotti che si potevano comprare in piazza. "Corinevere"
(cuore nero), fu l'ultimo banditore.
Fra i vari commercianti
che venivano da fuori vi era anche Giuliano: lui veniva da Castrovillari
con un mulo carico di verdure. Arrivava dopo aver viaggiato per otto ore,
principalmente di notte. Era amico di papà e veniva sempre da noi
dopo aver venduto la verdura; veniva a comprare il formaggio che papà
aveva barattato con la stoffa e altri alimenti che vendeva. Giuliano praticava
il baratto anche lui, scambiando la verdura con uova, oppure un carico
di pomodori per la salsa con galline o salami.
Giuliano era un gran viaggiatore, ripartiva da San Lorenzo nel primo pomeriggio,
subito dopo aver venduto la sua roba e viaggiava per altre otto ore per
ritornare a casa! A volte si riposava per qualche ora nella nostra stalla
assieme al suo mulo. Era un uomo mite, gentile e molto rispettato dalla
gente che ammirava il suo sforzo per guadagnare qualche soldo, sottoponendosi
ad una vita durissima per la sopravvivenza della famiglia. A meno di cinquant'anni
morì dopo essere impazzito.
A Giuliano è legato il mio passaggio dall'infanzia all'adolescenza.
Fu lui che mi portò, all'età' di quasi dodici anni, a Castrovillari
col suo mulo, per iniziare il mio nuovo percorso: quello della conoscenza
e del sapere.
L'Adolescenza
a Castrovillari
Il mondo magico
della luce elettrica
Il mio primo incontro
con la luce elettrica fu un'esperienza indimenticabile e segnò
una svolta decisiva nella mia vita. Avevo quasi dodici anni, quando, compiuta
la quinta elementare, lasciai San Lorenzo per trasferirmi a Castrovillari
e prepararmi per gli esami d'ammissione alla prima ginnasiale. Papà
decise di affidare a Giuliano il mio trasferimento: lui mi avrebbe portato
presso la famiglia che avrebbe avuto cura di me.
Fu triste salutare mia madre con le lacrime agli occhi. Non ricordo che
mio padre desse segno di commuoversi. Mi disse solo: "Nu ti raccumannu
nente!". Nel distaccarmi per la prima volta dalla famiglia, mi pervase
un senso di timore e curiosità.
Il viaggio avvenne alla fine di giugno. Il paesaggio iniziale non mi riservò
sorprese fin ad arrivare a San Lorenzo Nuovo, in contrada Santa Venere.
In tale località vi erano una diecina di casette costruite vicino
a una sorgente alla fine degli anni Venti e mai abitate. Vi erano anche
i muri di una chiesa e del municipio, mai ultimati a causa del rifiuto
dei sallorenzani di trasferirsi in un luogo tanto lontano dalle loro terre
ed abitazioni.
Ora le casette non esistono più, i muri della chiesa e del municipio
sono in buona parte crollati a causa dell'incuria. Il progetto dl trasferire
l'abitato in tale luogo era sorto dalla necessità di abbandonare
il vecchio paese per il problema della frana che interessava varie aree
dell'abitato.
Santa Venere è molto interessante dal punto di vista paesaggistico.
Il nome richiama memorie antiche che risalgono al periodo romano, quando
la Dea Venere era una delle principali divinità e la zona poteva
essere di transito e frequentata per i contatti che i romani avevano con
le popolazioni dell'interno. C'è da augurarsi che la zona di Santa
Venere, in particolare il luogo dove doveva sorgere San Lorenzo Nuovo,
venga presa in considerazione per svilupparvi un turismo controllato e
in armonia con i bellissimi aspetti paesaggistici del territorio circostante.
I suoi boschi sono verdi e freschi; meta preferita dei ricercatori di
funghi nei mesi autunnali e primaverili.
Riprendiamo il viaggio con
Giuliano!
Da San Lorenzo Nuovo fino alla discesa di "Pittu Palummu", la
strada era agevole ed io, seduto sul basto del mulo con le mani appoggiate
sui due cesti di vimini, pensai con timorosa curiosità alla nuova
vita che mi aspettava in un luogo sconosciuto.
La ripida discesa di Pittu Palammu fu un continuo sobbalzare. Giuliano
pensò che fosse meglio che io camminassi con le mie gambe fino
a raggiungere il torrente Raganello per evitare che cadessi dal mulo.
Nei punti più ripidi, infatti, ero costretto a piegarmi paurosamente
in avanti, quasi a scivolare sul collo dell'animale.
Giuliano decise che potevo stare sul basto solo in pianura; il mulo era
già troppo caricato e faceva fatica a camminare! Lungo la salita
di Civita mi permise di aggrapparmi alla coda. Lungo tale percorso il
mulo camminava lentamente e non rispondeva agli incitamenti di Giuliano,
mentre io, aggrappato alla coda, spesso mi lasciavo trascinare per la
stanchezza.
A Civita ci riposammo per circa mezz'ora mangiando un panino. Ripartimmo
verso le sei del pomeriggio fermandoci per breve tempo a Frascineto e
ad Ejianina, da alcuni amici di Giuliano.
Il paesaggio era completamente nuovo per me: non avevo mai visto prima
una così vasta zona pianeggiante. Fui felice di percorrerla sul
dorso del mulo seguendo la strada asfaltata. Era la prima volta che vedevo
una strada asfaltata! Le macchine ci superavano velocemente! Fu una sensazione
incredibile vederle sfrecciare velocissime! Non potevo credere ai miei
occhi, anche se avevo conoscenza della loro esistenza.
Arrivammo a Castrovillari dopo le nove di sera, quando le luci già
illuminavano la città. Entrammo nella città imboccando la
strada principale dove è situato il liceo classico. Che incredibile
esperienza!.. La strada era lunga, lunghissima; mi pareva infinita! Con
tante, tantissime luci, tantissima gente, tanti negozi illuminati e pieni
di tante cose. Io, eretto sul basto del mulo, guardavo ammirato e incredulo
tutto ciò che mi circondava. Ero quasi stordito dal brulichio della
gente che entrava e usciva dai negozi.
Dopo quest'iniziale stordimento, con la schiena dritta sul basto del mulo,
osservai tutto ciò che mi scorreva davanti. Sentivo ben chiaro
il rumore ritmato degli zoccoli del mulo: toc tooc,.., toc tooc, toc tooc.
Ero felice, mi sembrava di aver conquistato un nuovo mondo, di essere
un re che entrava in una sua nuova terra appena conquistata, dove i nuovi
sudditi l'aspettavano per festeggiarlo, per rendergli omaggio! Fu
una sensazione bellissima ammirare tutto ciò che vedevo per la
prima volta. Ne restai stordito ed entusiasta, completamente incantato
dalle tante luci. Mi sembrava di essere in un mondo irreale, nel mondo
delle fiabe. Questo incantesimo mi pervase fino a che raggiungemmo il
portone della casa dove abitava il Professor Cersosimo, al lato dell'Hotel
Asti, dove Giuliano fermò il mulo, mi aiutò a scendere,
e disse: "Finalmente siamo arrivati!".
Mi guardai attorno
cercando di capire meglio, lui comprese il mio disorientamento e disse:
" Sì, sì, è proprio qui, la famiglia del Professor
Cersosimo è al terzo piano di questo palazzo".
Assicurò il mulo ad un lampione, scaricò la cassetta di
legno usata da mio padre durante la guerra, in cui mamma aveva messo tutta
la mia roba e, con un cenno della mano, m'invitò ad entrare nel
portone. Gli scalini erano tanti; non avevo mai fatto tanti gradini per
entrare in una casa!
Al terzo piano suonammo il campanello; ci aprì la signora Cersosimo
che, gentilmente, c'invitò ad entrare. "Ecco Costantino",
disse Giuliano. Poi aggiunse: "É molto stanco, dopo tante
ore di viaggio", quasi a scusare la mia timidezza e l'ora tarda del
nostro arrivo. Giuliano lasciò la cassetta di legno e si giustificò
per non potersi trattenere perché l'ora era tarda ed il mulo, carico
di tante cose, l'aspettava. Scomparve dietro la porta dopo avermi detto:
"Fai il bravo ragazzo!"
La signora Cersosimo mi disse: "Prendi la cassetta, che ti accompagno
nella tua stanza". Procedendo lungo il corridoio, intravidi altri
ragazzi nelle loro stanze. La mia camera aveva un bel balcone che si affacciava
sul "Corso Garibaldi", come mi spiegò la signora. "Lavati
le mani che fra poco ti chiamo per la cena".
Rimasi solo nella stanza, che mi sembrò bellissima e molto grande.
Anche la finestra che dava sul balcone era molto grande e aveva una bellissima
tenda, la spostai e vidi sulla strada la gente passeggiare e le macchine
che passavano.
Mi lavai nel vicino bagno e dopo pochi minuti: "Costantino, vieni
a mangiare", chiamò la signora. Timidamente mi affacciai alla
porta da dove veniva l'invito e "Vieni, vieni, siediti qui"
disse la signora indicandomi una sedia vuota, mentre sentivo su di me
gli sguardi curiosi degli altri ragazzi, già seduti a tavola, ai
quali venni presentato. Erano quattro o cinque ragazzi di qualche anno
più grandi di me, tra loro vi erano altri due sallorenzani che
io conoscevo: Paolino Zipparri e Pietro Cersosimo. Vedendoli mi sentii
più a mio agio e felice di sedere con loro allo stesso tavolo.
La loro presenza, infatti, contribuì a rinfrancarmi ed ad alleggerire
la mia timidezza.
Mangiai con appetito e risposi alle tante domande dei miei due compaesani.
Poi la signora mi disse: "Ora vai a letto che sei molto stanco".
Mi accompagnò nella mia stanza; mi distesi sul materasso, caldo
e comodo e, con un senso d'intima felicità per le immagini delle
tanti luci che ancora mi scorrevano davanti agli occhi, mi addormentai
profondamente!
La foto a destra
è l''unica fotografia della mia infanzia; fu fatta a San Lorenzo
da Gildo Cavaliere, quando non avevo ancora visto la luce elettrica. Servì
per la domanda degli esami d'ammissione dalla quinta elementare alla prima
ginnasiale nel settembre del 1937.
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La
foto a Sinistra è l''unica fotografia della mia infanzia; fu
fatta a San Lorenzo da Gildo Cavaliere, quando non avevo ancora visto
la luce elettrica. Servì per la domanda degli esami d'ammissione
dalla quinta elementare alla prima ginnasiale nel settembre del 1937. |
Il Professor Cersosimo
Il Professor Cersosimo
si era trasferito da San Lorenzo a Castrovillari con la famiglia molti
anni prima. Aveva fatto carriera diventando Direttore Didattico. Le famiglie
di San Lorenzo, ambiziose di far studiare i loro figli dopo le scuole
elementari, avevano scelto lui come sicuro punto di riferimento. I ragazzi
che provenivano da San Lorenzo, Civita e altri centri abitati della zona,
erano alloggiati in due o tre stanze, l'appartamento era stato trasformato
in "pensione".
Il Professor Cersosimo
aveva un figlio ed una figlia più grandi di me. Era una persona
amabile ma anche severa, impartiva ordini ben precisi con un fermo tono
di voce, che non dava adito ad obiezioni. Mi ricordò che ero lì
per studiare e pertanto dovevo ubbidire a tutti i suoi ordini e chiedere
spiegazioni, se non comprendevo. Mi ricordava spesso che il tempo a disposizione
per preparare gli esami d'ammissione era breve e dovevo impegnarmi con
serietà e studiare tutto ciò che lui mi avrebbe assegnato.
Nei primi giorni mi lasciò libero di girovagare, senza allontanarmi
troppo dalla casa. Potevo accompagnarmi agli altri ragazzi più
grandi che già conoscevano bene la città; tutti, in ogni
modo, dovevamo tornare in tempo per il pranzo e la cena. Avrebbe cominciato
a darmi lezioni private dopo alcuni giorni, per darmi il tempo di conoscere
altri ragazzi e familiarizzare con la città.
Durante la prima settimana mi misi a curiosare nei negozi (c'erano tanti
oggetti che io non avevo mai visto prima). Spesso accompagnavo i miei
compaesani per piccoli giretti.
Le lezioni
private del prof. Cersosimo duravano circa due ore, con un intervallo
di mezz'ora. Era molto paziente con me, spesso mi diceva: "Lo so
che l'italiano è difficile per i ragazzi di San Lorenzo, abituati
a parlare solo il dialetto; fra due mesi sosterrai gli esami e dovrai
prepararti, studiando intensamente, se ti bocciano dovrai ritornare a
San Lorenzo!"
Questa prospettiva mi spaventò. Gli assicurai che avrei fatto del
mio meglio per essere promosso, impegnandomi come potevo.
Per preparare i numerosi compiti assegnatimi, studiai in media 3-4 ore
al giorno. I compiti d'italiano li marcava con tanti segni rossi. Il professore,
con pazienza, senza mai sgridarmi, mi spiegava gli errori marcati in rosso.
A volte, quasi per scusarmi, diceva: "Per i ragazzi di San Lorenzo
l'italiano è una lingua straniera!"
Questo modo di giustificare la mia difficoltà ad esprimermi correttamente
mi diede una grande forza e risvegliò il mio orgoglio, stimolandomi
a provare la mia capacità di migliorare. All'inizio
di settembre ero fiducioso che avrei superato gli esami. Il prof. Cersosimo
era soddisfatto di me, come aveva manifestato in una lettera inviata a
mio padre.
La bicicletta: una grande attrazione
Nella prima settimana
a Castrovillari, fra le tante cose che attirarono la mia curiosità,
vi fu, in modo particolare, la bicicletta. Vedevo ragazzini, spesso più
piccoli di me, che si divertivano moltissimo facendo delle piccole corse
nei giardinetti vicino al monumento di Garibaldi. Montare sulla sella
e pedalare mi sembrò facilissimo! Il desiderio di provare divenne
irresistibile! Non avevo, purtroppo, nessun amico, che potesse prestarmi
la sua bicicletta.
Un giorno vidi, vicino alla casa, una bicicletta appoggiata al marciapiede,
lasciata momentaneamente incustodita da un ragazzo che si era allontanato.
La tentazione fu davvero grande! Timidamente, afferrai il manubrio con
le due mani e mi misi sulla sella. Tentai di spingere in avanti la bicicletta
iniziando a pedalare; ma, dopo neanche un metro, caddi su di un lato.
Mi rialzai, rimisi la bicicletta al suo posto e la osservai da tutti lati
per capire perché non ero stato capace di restare in sella. Provai
ancora, ma anche questa volta non ci riuscii.
Decisi di aspettare il proprietario della bicicletta per farmi spiegare
come si poteva restare in sella senza cadere da un lato. Il ragazzo tornò
dopo alcuni minuti. Gli dissi: "Io non so andare in bicicletta perché
nel mio paese non vi sono strade, e io non ho mai avuto una bicicletta".
Gli chiesi gentilmente di farmi provare con la sua bicicletta e di insegnarmi
come restare in sella. "Vieni nel pomeriggio" mi rispose, "ora
devo andare a casa". La sua casa era vicina a quella del prof. Cersosimo.
Nel pomeriggio attesi con ansia fino a che non lo vidi uscire dal suo
portone. Avvicinandosi sorridente disse: "Proviamo". Mi fece
montare sulla bicicletta, mi spinse, mentre barcollando tentavo di mantenermi
in sella. Dopo vari tentativi, finalmente, percorsi pochi metri senza
perdere l'equilibrio. "Non va tanto male, " mi disse, "proveremo
anche domani". Lo ringraziai calorosamente e ci separammo.
Dopo due o tre giorni di prove riuscii a mantenermi in sella per 20-30
metri. Giorgio, questo era il nome del ragazzo, era stato molto paziente
e non volevo approfittare oltre della sua gentilezza. Ero soddisfatto!
Non solo avevo capito che presto sarei stato in grado di sbrigarmela da
solo, ma avevo guadagnato anche un amico. Decisi, pertanto, che ora potevo
esercitarmi da solo, del resto, avevo 12 anni e vedevo dei ragazzi più
piccoli di me che andavano veloci in bicicletta, senza timore, con spavalda,
vanitosa disinvoltura. Io non ero da meno di loro, anche se venivo da
San Lorenzo!
Nei giorni successivi, infatti, andai in un vicino negozio dove si riparavano
e si affittavano le biciclette e ne scelsi una. Mi esercitai con profitto
ogni giorno per mezzora, senza allontanarmi molto dal palazzo dove abitava
il prof. Cersosimo. Riuscii, dopo una diecina di giorni, a pedalare senza
difficoltà ed ad estendere il mio percorso fino al tribunale, distante
700-800 metri. Ero felice e orgoglioso di me stesso! Finalmente anch'io
ero veloce!
La fiera
annuale di Frascineto
Durante le settimane
successive alternai gli studi agli svaghi assieme agli altri ragazzi della
pensione o al mio amico Giorgio, col quale facevo qualche giro con la
bicicletta che prendevo in affitto.
Un giorno arrivò Giuliano da San Lorenzo portando una forma di
formaggio e due soppressate per il Professore. A me consegnò una
lettera di papà in cui mi annunziava che la settimana successiva
sarebbe andato alla fiera di Frascineto per vendere il formaggio. Sarebbe
tornato a San Lorenzo la sera stessa. Mi chiedeva di cercare qualcuno
che poteva accompagnarmi alla fiera per incontrarlo.
Chi posso cercare? Mi chiesi. Chi vorrà accompagnarmi, se non conosco
nessuno? Sapevo che Frascineto non era tanto lontano, c'ero passato per
arrivare a Castrovillari. Col mulo avevamo impiegato un paio d'ore. Ci
sarei andato a piedi, non era tanto lontano; era come andare da San Lorenzo
alla Grampollina e io ero andato tante volte alla Grampollina per assistere
le donne durante la mietitura del grano o per pulire il seminato. Mi sarei
informato per prendere la strada giusta e sarei andato. Ero ansioso di
vedere papà dopo oltre un mese e mezzo.
Nei giorni successivi
i miei pensieri furono dominati dal forte desiderio di rivedere papà
e di stare con lui alcune ore. Finalmente il giorno della fiera arrivò
e io ero già pronto per iniziare il mio viaggio a piedi quando,
all'improvviso, mi venne un'idea! "Posso andarci in bicicletta, mi
dissi!"
L'idea mi affascinava ed un poco m'intimoriva in quanto ero consapevole
che avrei dovuto affrontare il traffico e che avevo ancora qualche riserva
circa la mia padronanza della bicicletta, specialmente perché il
percorso era lungo per un principiante. "Immagina che dirà
papà quando mi vedrà arrivare in bicicletta!." Mi fermai
a meditare un poco, poi decisi: "Sì, ci vado in bicicletta,
ma prima dovrò chiedere il permesso al Professore".
Timidamente andai dal Professor Cersosimo e gli dissi che volevo andare
a Frascineto per vedere mio padre. Mi guardò con sorpresa poi mi
chiese: "E come ci vai?" "Con la bicicletta", risposi.
Mi guardò incredulo. "Frascineto è lontano, so che
tu stai imparando ad andare in bicicletta, ma non so quanto sei bravo
per fare un viaggio tanto lungo".
"Professore, chiedi a Giorgio; lui ti dirà se sono capace
di andare in bicicletta". Si fermò ad osservarmi, poi disse:
"Bene, vai a chiamare Giorgio".
Mi precipitai per le scale e raggiunsi la casa di Giorgio. Era affacciato
alla finestra; lo chiamai per farlo venire immediatamente giù.
Gli dissi: "Vieni per favore dal Professor Cersosimo, ti vuole fare
qualche domanda".
"Ma di che si tratta?"- "Te lo dirà lui", risposi.
"Giorgio", chiese il professore, "Io so che tu vai molto
bene in bicicletta; è da parecchi anni che ti vedo in giro con
il tuo cavallo d'acciaio. Costantino mi ha chiesto il permesso di andare
a Frascineto per incontrare suo padre durante la fiera, e ci vuole andare
in bicicletta; io ho qualche dubbio sulla sua capacità di coprire
tanta distanza, è solo da qualche settimana che, col tuo aiuto,
ha imparato a reggersi in sella; cosa ne pensi?"
"Costantino ormai non ha più bisogno di me, nelle ultime settimane
abbiamo fatto tanti giretti, alcuni di qualche chilometro e non ha avuto
problemi. Io credo che ci può andare guidando piano e stando attento
al traffico".
Il Professore, rivolgendosi a me disse: "Ci puoi andare, le raccomandazioni
te le ha già fatte Giorgio". Avrei avuto voglia di abbracciarlo,
ma lui era troppo serio!
Il Professore mi raccomandò di portarmi una bottiglia d'acqua perché
avrei sudato. La giornata era molto calda.
Subito dopo, con gioia andai al negozio e presi in affitto la bicicletta.
Giorgio mi aveva spiegato in dettaglio il percorso per uscire dalla città;
lui non poteva accompagnarmi perché doveva andare con la madre
da alcuni parenti.
Iniziai così la mia prima avventura, scrollandomi di dosso paure
e timori di affrontare situazioni che il nuovo mondo, in cui ora vivevo,
mi offriva.
Man mano che pedalavo, avevo la sensazione di volare. Un fresco venticello
avvolgeva il mio corpo sudato. La velocità mi dava una sensazione
d'esilarante libertà, una gioia intima e profonda: la gioia di
avere, in poco tempo, riempito un grande vuoto. Ora ero quasi come Giorgio.
Anch'io, prima o poi, avrei avuto una bicicletta!
Così, pedalando pedalando, chilometro dopo chilometro, la distanza
si accorciava. La gioia di rivedere mio padre era grande. Ad un tratto
vidi in lontananza delle case e una macchia nera brulicante, "Deve
essere Frascineto con la gente che visita la fiera", dissi a me stesso.
"Anzi ne sono certo".
Continuai a pedalare e raggiunsi il luogo che avevo intravisto da lontano.
Ma quanta gente e quanti animali, tanti, tantissimi animali! Vi erano
varie bancarelle dove si vendeva un po' di tutto. Spingendo la bicicletta
a mano incominciai a cercare con gli occhi mio padre. Mi ci volle un po'
prima di incontrare un mio compaesano che conoscevo. "Dov'è
mio padre?" gli chiesi.
"Non è lontano da qui, vai in questa direzione e lo troverai.".
Piano piano, mi infiltrai fra la folla e poi: ecco mio padre! "Papà!"
lo chiamai, quando ero a pochi metri. Alzò lo sguardo dai suoi
formaggi e venne ad abbracciarmi.
"Come sei arrivato?" mi chiese.
"Con la bicicletta, papà".
"Con la bicicletta? E tu sai andare in bicicletta?"
"Sì papà, ho imparato ad andare in bicicletta in poco
tempo. Il Professor Cersosimo mi ha dato l'autorizzazione a venire dopo
essersi assicurato che sarei stato capace di arrivare fin qui in bicicletta".
Mi guardò con ammirazione e orgoglio, poi disse: "Andiamo
a salutare i nostri compaesani, sono tutti qui vicino". "Stai
attento alla mia "roba", tornerò fra pochi minuti",
disse all'amico che gli stava vicino con la sua bancarella. Con la gioia
che si leggeva in faccia, andammo dagli altri sallorenzani, anche loro
venditori di formaggi, ricotte, prosciutti, soppressate, di cui San Lorenzo
era famoso. "E' arrivato in bicicletta", diceva a tutti, "non
sono neanche passati quaranta giorni da che è partito da San Lorenzo
e.
.già sa andare in bicicletta!" La sua gioia era grande,
mi guardava quasi incredulo. Nei suoi occhi si poteva leggere la sua orgogliosa
gioia. Anche gli altri compaesani espressero la loro ammirazione!
Ritornammo al suo banco e dopo un poco mi disse: "Tieni queste duecento
lire, lascia qui la bicicletta e fatti un giro per la fiera, comprati
qualcosa che ti piace".
Nella fiera si vendeva di tutto, c'erano dei cocomeri enormi mai visti
prima! La gente li comprava e li immergeva nell'acqua di una sorgente
freschissima, limpidissima e abbondante, che scorreva come un torrente
di montagna. Sembrava un piccolo fiume. "L'acqua viene dalla montagna
del Pollino", mi spiegò una persona. Intorno alla sorgente
c'era molta gente che bivaccava, mangiando e bevendo ciò che aveva
portato da casa. C'era, in tutta l'area della fiera, molta animazione
caratterizzata dagli urli dei negozianti che elogiavano i loro prodotti
ed invitavano a comprare.
Comprai solo una gassosa in una bottiglia verde, poi tornai da papà
e gli raccontai che cosa avevo visto. La bottiglia aveva una pallina di
vetro che faceva da tappo; spingendo la pallina con uno stecchetto, la
gassosa cominciava a spruzzare fuori. "Fra poco andremo anche noi
a mangiare alla fontana", disse papà mentre continuava a intrattenere
i clienti che erano interessati al suo formaggio. Verso l'una del pomeriggio
ci avviammo anche noi verso la fontana.
Papà aveva già venduto quasi tutto il suo formaggio e molta
gente già si preparava a partire. Ci riunimmo con altri e ci sistemammo
vicino alla fontana. Anche i miei compaesani comprarono un gran cocomero
che fu immerso nell'acqua corrente della freddissima sorgente, (successivamente
"captata" per dare acqua potabile a vari centri abitati dell'Alto
Ionio). Fu piacevole scambiarsi le varie cose che le mogli degli amici
di papà avevano preparato.
Dopo il pranzo, ognuno iniziò a prepararsi per il ritorno. Anch'io
presi la mia bicicletta e abbracciai papà che, salutandomi con
affetto mi disse: "Stai attento", mentre io cominciavo a pedalare
per il ritorno.
L'incontro con mio padre e i suoi amici fu davvero bellissimo, restò
impresso profondamente nella mia memoria!
Gli ultimi
anni di mio padre
Mio padre, dopo
la morte nel 1961della sua seconda, ancora giovane, moglie, che aveva
solo 53 anni, passò un periodo difficile.
Rosina si era appena sposata e le altre due ragazze erano pronte per crearsi
una loro famiglia, io ero già in Somalia da due anni, Giuseppe
ed Attilio erano a Bologna: il primo iniziava la sua professione di avvocato,
mentre Attilio, appena diplomato come perito tecnico industriale, aveva
iniziato a lavorare per la Ducati (successivamente si laureò in
Scienze Naturali a Firenze). Poi c'era Raffaele, che studiava a Cosenza.
Mentre Dante era già emigrato da qualche anno in Germania come
saldatore meccanico, dopo un corso di qualificazione. Lo incontrai alla
stazione di Bologna, per solo pochi minuti, alla fine degli anni cinquanta,
durante la sosta del treno che lo portava in Germania assieme ad altri
ragazzi che avevano seguito il suo stesso corso. Ci abbracciammo con affetto.
Aveva gli occhi luminosi, pieni di speranza, voglioso di iniziare una
vita migliore che gli era stata negata a San Lorenzo. Neanche papà,
infatti, l'aveva incoraggiato durante il periodo in cui l'aiutava nel
negozio, non gli aveva mai affidato responsabilità che lo facessero
sentire importante.
A quei tempi io lavoravo ed avevo la possibilità di aiutarlo. Tirai
dal portafoglio tre banconote da 1000 lire e feci l'atto di dargliele.
Ritirò bruscamente il suo braccio verso il fianco, quasi a proteggerlo
e, con orgoglio, disse: "Non voglio niente da nessuno, dovrò
fare il mio futuro con le mie mani!" Restai ammirato e sorpreso;
cercai di convincerlo che nei primi tempi avrebbe avuto delle difficoltà;
per me non era un sacrificio aiutarlo. Niente. Non volle neanche un centesimo.
Vidi il treno allontanarsi lentamente mentre un gran vuoto s'impadroniva
di me!
Papà non aveva, infatti, molta stima di lui, non avendo dimostrato
un grande attaccamento agli studi. Non era, infatti, andato oltre la quinta
elementare.
Rimase in Germania per circa sei anni, mise da parte un gruzzoletto e
ritornò in Italia dove pose radici comprando, in comproprietà
col cognato Ciccio, un bar-pizzeria a Monfalcone, vicino Trieste. Si sposò
e crebbe tre figli.
La fine degli
anni cinquanta fu un periodo triste per mio padre, aveva visto partire
i suoi figli, uno dopo l'altro per destinazioni lontane, senza ritorno!
"I figli del vento", come usava chiamarci, avevano captato il
suo messaggio e lasciato San Lorenzo per sempre!
L'attività nel negozio, in quegli anni difficili, l'aiutò
a superare la nostalgia dei figli lontani e la mancanza della moglie.
La gente che andava nel suo negozio e la sua attività di sarto
durante l'assenza di clienti, furono per lui una grande risorsa e un grande
conforto che l'aiutarono ad andare avanti per parecchi anni.
Negli ultimi anni, rendendosi conto che il tempo passava e la salute veniva
progressivamente meno, cominciò a meditare sul suo futuro. Si rese
conto che era restato solo con Vincenzo, parzialmente handicappato, o
diversamente abile, come si dice con linguaggio attuale. Diventò
più taciturno, più pensieroso, più triste.
Quasi tutte le mattine andava a piedi alla vigna in località Ariella,
dove eseguiva qualche lavoretto. Durante una mia breve visita a San Lorenzo,
evitando di guardarmi negli occhi, timidamente mi disse: "Forse dovrei
avere una persona per non vivere da solo come un cane ed anche per i servizi
di casa!"
Restai sorpreso
e dopo aver meditato un poco gli dissi: "Papà ti capisco ma
non credo che questa sia la decisione giusta."
"E quale sarebbe la tua decisione?"
"Penso che potresti trasferirti a Doria, da Rosina. Saresti in compagnia
di tua figlia e dei tuoi tre nipotini. Rosina ti vuole molto bene ed avrebbe
una gran cura di te. Avresti, inoltre, l'appoggio di Micuzzo. Noi figli
saremo più tranquilli sapendo che non sei solo, a San Lorenzo,
se ti ammali, chi si prenderà cura di te?"
"Ma stà nndi case i lavite?" (Ma stare nelle case degli
altri?).
"Lo so che non vuoi dare fastidio a nessuno, ma Micuzzo è
una a brava persona e poi, se veramente ti fai tanti scrupoli, yo ti putzi
aiutà, ti nanne tutti i misi nu poche i soldi che li pui dà
a Rosina; ciai pure na piccola pensiune comu cultivature dirett; ti venneisi
a roba che ci rest e non ti manca nente! Non ti pui lamentà, c'è
tanta gente che vive da sule e nu tene manche l'ucchi pi chiiange!"
Ascoltò in silenzio e non commentò.
Mai più accennò a volersi unire ad un'altra donna. A quei
tempi non c'erano le badanti, le unioni erano possibili solamente se due
si sposavano. Non comunicai mai ai miei fratelli e sorelle quanto papà
mi aveva espresso, sapendo che tale soluzione non l'avrebbero gradita;
ma, come si sa, nei paesi piccoli prima o poi si sa tutto.
Dopo un paio d'anni si ammalò; ebbe una lieve emorragia intestinale
e per la prima volta si mise a letto per alcuni giorni. Migliorò
con le medicine.
Quest'increscioso
episodio lo mise di fronte alla sua fragile realtà! Decise di vendere
tutto e trasferirsi a Doria, portando con sé la somma che aveva
ricavata dalla vendita della casa, del negozio e dei piccoli lotti di
terreno che avevamo vicino al paese. Incluso la vigna in contrada l"Ariella",
a cui io ero molto affezionato; da studente, infatti, sognavo di costruirci,
una villetta, a mie spese, dove tutti noi fratelli e sorelle che vivevano
lontano da San Lorenzo, avremmo potuto alloggiare per pochi giorni all'anno,
durante l'estate ! Precedentemente aveva venduta anche la piccola proprietà
lasciata dalla mia prima mamma e che io e Giuseppe avevamo ereditato.
L'aveva venduta col nostro consenso per fare la dote alle tre figlie.
Sia io che Giuseppe rinunciammo a quanto nostra madre aveva lasciato senza
chiedere alcun compenso in cambio.
Fu certamente penoso per lui abbandonare San Lorenzo nel 1968 dopo avervi
vissuto un'intera vita e dove aveva molti amici che lo stimavano. Non
ho assistito al suo travaglio interiore, trovandomi all'estero, ma posso
ben immaginare la sua profonda tristezza, la sua amarezza quando arrivò
il giorno che prese la sua piccola valigia ed il suo "libro nero",
come l'aveva definito mia moglie, con segnati tutti i crediti che aveva
fatto ai nostri compaesani e che era riuscito a riscuotere solo in minima
parte.
Considerando le
precarie condizioni delle persone a cui faceva credito, si trattava principalmente
di famiglie molto povere e spesso numerose, non volle mai intraprendere
azioni legali contro di loro per riscuotere i debiti. Era inoltre convinto
che "se uno va in pretura e vince la causa ne uscirà con la
camicia, ma se la perde a ne uscirà nudo", come soleva rispondere
a chi lo incoraggiava a far causa ai suoi debitori.
Il trasferimento a Doria
Papa non aveva,
purtroppo, previsto che, pur con tanti figli, anche lui, come tanti altri
compaesani che erano andati a lavorare altrove, sarebbe stato costretto
ad abbandonare San Lorenzo!
Il periodo iniziale a Doria, anche se fu accolto con tanto amore da Rosina
e la sua famigliola, fu caratterizzato da un profondo disagio, da un grande
smarrimento. Girava intorno alla casa senza saper cosa fare, sfregandosi
il dorso delle mani mentre camminava; non aveva ancora idea di come impiegare
il suo tempo.
Si rendeva utile principalmente quando Rosina si allontanava per le faccende
domestiche e lui veniva incaricato di prendersi cura di Ernestino, il
suo nipotino.
Di tanto in tanto andava a fare una passeggiata a Doria.
Non s'intratteneva a parlare con la gente,
Papà a Doria nel 1970
rispondeva solo alle domande che gli facevano. Ogni mese andava alla posta
a ritirare la sua piccola pensione ed il contributo che gl'inviavo io
e che poi passava a Rosina.
Sentiva la mancanza del contatto con la gente, con i suoi clienti in particolare,
che lui considerava tutti amici.
A Doria aveva
molto tempo per contemplare il suo passato vissuto senza respiro, ad un
ritmo intenso, a volte angoscioso, per far fronte alle necessità
di una famiglia tanto numerosa, come l'aveva voluta; ma anche gioiosa,
allietata dal sorriso dei suoi figli che considerava intelligenti, capaci
di affrontare la vita senza dipendere da lui, se non dello stretto necessario.
Era orgoglioso dei suoi "figli del vento": "Non c'è
da preoccuparsi, se la caveranno". Così rispondeva a chi gli
chiedeva il perché di tanti figli. E' stato questo suo credo che
l'indusse a fare tutto il possibile per avviare allo studio i figli maschi
e mettere da parte qualche risorsa per le figlie femmine, giacché
la tradizione d'allora non ammetteva che lasciassero la famiglia per andare
a studiare in un posto lontano da dove erano nate.
Lui concentrò in me il suo sforzo maggiore, come primo figlio,
nella certezza che poi avrei poi aiutato gli altri fratelli e sorelle,
come poi è avvenuto. Probabilmente non immaginò che sarebbe
restato solo a San Lorenzo. La certezza di non restare solo l'avrebbe
avuta se invece di farci studiare avesse deciso di farci diventare sarti,
barbieri, falegnami o muratori, come decidevano la maggior parte delle
famiglie povere che non potevano permettersi di coprire i costi per far
frequentare ai loro figli scuole lontano da casa.
La sua vita a Doria procedeva
monotona, senza stimoli e senza interessi specifici fino a quando una
mattina, mentre si dirigeva all'ufficio postale per ritirare la pensione,
non ebbe l'ispirazione, osservando gli operai impegnati nella costruzione
di una casa alla periferia di Doria, di costruirsi una sua casa proprio
vicino a Rosina. Questa sì che era una buona idea! Avrebbe così
potuto impegnarsi nella programmazione e supervisione dei lavori, rendendo
più attivi i suoi noiosi giorni e poi, chissà
forse
avrebbe anche potuto mettere su un negozietto tutto suo; nessuno avrebbe
avuto il diritto d'ostacolarlo! Del resto i soldi erano suoi, non doveva
consultare né dar conto a nessuno su come spenderli!
Con rinnovata energia ed entusiasmo incominciò ad impegnarsi in
tutte le operazioni preparatorie e burocratiche per iniziare i lavori
di costruzione; il lotto acquistato era circa cinquecento metri distante
dalla casa dove abitava Rosina con la sua famiglia.
Durante la costruzione dei
due appartamenti progettati ed approvati si recava sul posto più
di una volta al giorno; osservava compiaciuto l'avanzare della costruzione.
Questa natività era diventata per lui la linfa vitale che gli dava
entusiasmo ed energia, da tempo non più provata! Furono necessari
circa due anni per ultimare i lavori, anche perché, dopo aver ultimato
il secondo piano, cedette a Rosina il diritto di costruirvi sopra un terzo
piano. Con la realizzazione della costruzione aveva messo al sicuro il
suo piccolo capitale a beneficio suo e dei figli. Poteva ora essere ben
soddisfatto di quanto era riuscito a realizzare!
Ma ora, cosa avrebbe potuto
fare? Fare quello che aveva sempre fatto, ovvero mettersi un negozietto
in uno dei locali al pian terreno. Questa idea non venne accettata da
nessuno dei figli a cui l'aveva manifestata! Dopo aver perduto tanti soldi
per aver dato a credito la sua mercanzia non era il caso che s'impelagasse
di nuovo in una tale attività. Si convinse, anche se a malincuore,
che noi avevamo ragione. Ma lui aveva un'alternativa: aprire un negozietto
da sarto! Nessuno avrebbe potuto obbiettare, voleva impegnare il suo tempo
senza chiedere il permesso e l'approvazione di nessuno, aveva ancora la
sua vecchia macchina Singer, ereditata da suo padre Francesco, bisognava
solo oliarla, pulirla e certamente avrebbe funzionato, pur avendo più
di cento anni! Questa si che era un'idea fantastica! C'erano tanti vecchi
contadini a Doria che avevano bisogno di un vecchio sarto per cucire i
pantaloni di velluto per il lavoro dei campi. Oggi non ci sono più
sarti ed i vecchi agricoltori, spesso panciuti ed in parte col fisico
deformato dagli anni, non trovano nei negozi taglie di vestiti che possano
andar bene per loro. La soluzione è di rivolgersi a un sarto: "
Io sono un sarto; ho cucito tutta la mia vita pantaloni e giacche di velluto
a San Lorenzo; riprenderò a fare il sarto a tempo pieno" disse
fra sé. Questa fu davvero un'idea vincente!
La sua bottega
fu subito frequentata da persone anziane che necessitavano di un sarto.
Le sue amicizie si moltiplicavano al punto che dovette imporre ai clienti
che non accettava condizioni: s'impegnava a cucire il capo richiesto nel
tempo di cui poteva disporre e quando ne aveva voglia. Condizione questa
che venne accettata dalla maggior parte dei potenziali clienti, con i
quali allacciò subito delle ottime relazioni. In breve tempo la
sua bottega si trasformò in un piccolo club di vecchi che non solo
volevano che lui cucisse il capo che ordinavano, ma che erano anche desiderosi
di incontrarsi per conversare e farsi compagnia, discutendo delle novità
del paese e di politica. Visse così felicemente i suoi ultimi sette
anni fino a quando il 15 di agosto del 1978, il giorno dell'Ascensione,
dopo un leggero pasto, alzandosi da tavola per andarsi a riposare si sentì
improvvisamente male. Rosina lo sorresse accompagnandolo faticosamente
a letto ove spirò subito dopo, lasciandola incredula e sconvolta!
La morte era stata
benigna con lui! Non aveva sofferto né fatto soffrire gli altri.
Se ne andò in silenzio da Doria come era arrivato, senza aver avuto
il conforto dei figli lontani e dei suoi paesani. Io ero appena rientrato
dalla Bolivia con Ernesto, il nostro figlio maggiore, dopo un'assenza
dall'Italia di molti anni. A casa non trovai nessuno, mia moglie e figli
erano a San Felice Circeo da mio fratello Giuseppe che li aveva invitati
per il Ferragosto. I vicini di casa m'informarono che avevano saputo che
mio padre non stava molto bene. Cercai Rosina al telefono ma nessuno rispose,
riprovai ancora verso sera e mi risposero che erano appena ritornati dal
cimitero di Cassano Ionio dove avevano seppellito papà, accompagnato
dalla gente di Doria e da pochi familiari. Se n'era andato senza averlo
potuto riabbracciare, senza avergli potuto far conoscere Alessandro, nostro
figlio di tre anni, nato in Bolivia, che lui da tempo aspettava con ansia!
A San Lorenzo lasciò un ricordo indelebile, ancora vivo nelle persone
anziane. Ora riposa per sempre a Cassano Ionio, una terra "straniera"
per chi ha vissuto sempre a San Lorenzo. Noi figli, vivendo lontano, visitiamo
raramente il cimitero dove è sepolto, generalmente durante l'estate,
quando scendiamo in Calabria.
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