La Timpa di San Lorenzo - Contrada Grampollina
 
Antonia TURSI


Antonia a San Lorenzo Bellizzi vive fino all'adolescenza, quindi frequenta il Liceo Scientifico a Castrovillari. Dopo gli studi di Medicina a Firenze e di Psicologia Clinica
ad Urbino, si trasferisce a Bologna dove attualmente risiede. Appassionata di Filosofia e di Letteratura, ha pubblicato una raccolta di poesie,
alcuni brevi saggi e recensioni critiche. Il suo personale modo di essere attraverso la poesia esprime il tempo emozionato dell'infanzia, il tempo del bello, di ciò che ha amato, di tensioni e desideri spesso difficili da realizzare nella piccola, limitata realtà sallorenzana.
La poesia diventa, così, l'identità stessa che trae le sue origini dalle più arcaiche immersioni, dalle radici più autentiche, dal ritmo e dai colori di un luogo che non è solo spazio geografico ma paesaggio dell'animo.



NOTE CRITICHE

DI
Francesco CARLOMAGNO

Carmela PERRONE

Nota di Francesco CARLOMAGNO

 

Senti in questi versi un calore che accoglie e dispone al dialogo


campo lasciato a maggese
è l’anima mia, nuda zolla
d’inverno ad aspettare


L’inverno è la solitudine che non ti fa sentire solo, perché c’è l'attesa del campo, dell’animo all’incontro. E con l’inverno il silenzio, che è occasione necessaria per un contatto con noi stessi e di dialogo con gli altri. Se appena siamo attenti, ci accorgiamo di una presenza discreta chenulla vuole in cambio per l'ascolto, anzi

prestami le parole
fammi il grande racconto
ma non illuminare tutto.
Non ti sforzare, sentiti a tuo agio,
sappi che io ci sono
e la mia mano
t’accarezza il cuor
e la tua anima
sfiora
con due dita appena

Quanta delicatezza in questo cercare i contatti per ritrovarsi confermati nella propria e altrui esistenza.

E fili nascosti
e le impensate trame
mi legano a te.

Nessuno di noi è veramente solo. Mentre io ho bisogno di qualcuno, un altro è in attesa della mia presenza, pur nella varietà delle forme:

Ora che il sole
m i muove un poco l'ombra
ho voglia di bere alla tua fonte
ricerca d’acqua
e d’esistenza.

E i nostri "limiti" diventano possibilità di cammino, strumento necessario per le nostre progettualità:

Ogni ferita è una finestra
sulla vita.

Ma non manca qualche malinconia come in Settembre e Notturno. Tuttavia, queste poesie sono un canto d’amore per l’altro, per la vita, per la terra del Sud da cui, per l''incerto' e 'inquieto tempo', il poeta è lontano e vicino. Conosco da molti anni 'Nina' Tursi, ma la recente scoperta della sua poesia è stata una piacevole sorpresa. Vi sono momenti della dolce collina di Cansalvieri, contrada di San Lorenzo Bellizzi, dove è vissuta fino alla adolescenza: attese, sorsi e bevute d'acqua fresca alla sorgente "San Pietro". Qui "poeticamente" vive i suoi ritorni che porta con sé nella terra di Romagna con i ricordi di Firenze.

 

Nota di Carmela PERRONE

Il rapporto che si instaura tra un testo poetico e il suo lettore, o il suo critico può essere considerato, secondo le parole del critico Guido Guglielmi, come un momento di incontro tra due culture. In questo incontro è necessario individuare qual è l’orizzonte sociale e storico in cui un autore compone la propria opera, poiché esso inevitabilmente determina sia le sue scelte tematiche che quelle stilistiche. La poesia non è infatti un’entità astratta e sconnessa dalla realtà, poiché da
essa attinge situazioni, emozioni e scenari che, poi verranno tradotti e rielaborati nei linguaggio poetico. Lo sfondo da cui Nina muove i suoi versi è spesso legato ai ricordi di un passato ormai lontano dal suo presente e dal mondo moderno, ma che trova nella poesia la possibilità di essere cristallizzato e fissato. Sono memorie scritte con parole lievi, delicate, ma che ci inducono a riflettere su un mondo tradizionale scomparso e sopraffatto dalla frenesia e dai ritmi veloci della modernità spesso alienanti per l’individuo. Il mondo raccontato da questi versi è fatto di fatica, di sacrifici, ma anche di rispetto per la natura e le sue stagioni; dignità e grazia di vivere con l’essenziale:

Vita d’un tempo,
senza geometrie, dove il giorno
si segnava uguale al semplice
mutar delle stagioni,
radici attorte alle pietrose zolle.
aduse alle fatiche
di vivere con poco
.

La poesia in questo caso si fa testimone di ciò che si è perso, recupera una distanza, e ci riporta a quel mondo da cui veniamo e che abbiamo ormai dimenticato. La poesia è ciò che rimane quando il senso è perduto. Delle poesie di Nina ho tentato di cogliere al di là dell’immediatezza delle immagini e delle esperienze che raccontano di S Lorenzo, della campagna, della vita contadina e domestica anche il riflesso più intimo e più segreto di esse. Si instaura nei suoi versi una relazione tra le rappresentazioni del mondo naturale con i suoi cicli di morte e rinascita, e i momenti della vita interiore, fatti di sconforto, di rinuncia, di speranza, di attesa fiduciosa verso il futuro con i suoi cambiamenti:

Campo lasciato a maggese
è l’anima mia, nuda zolla
d’inverno ad aspettare,
feconda,
la buona stagione
e le sementi.

All’interno dei quadretti, certo non idillici e conciliati della natura e della vita contadina, si insinua l’elemento tragicamente reale: il dolore, mai raccontato direttamente, ma attraverso simboli, quali:

la semente che non germogliava,
il rovo che ha invaso il campo,
casa vuota,
il cuore,
ragnatele nei cassetti,
e favole, tutte
non ancora lette.

Il tema del dolore riconduce al tema della solitudine, dell’incomunicabilità, del silenzio. Attraverso certi versi si sente il bisogno di trasmettere agli altri la propria individualità, e il bisogno di sentire, di accogliere gli altri:

Raggrinzita nel dolore
la parola tace:
non c’è suono
né significato,
il silenzio
solo
come un fuoco acceso,
brucia
nel più lontano angolo
del cuore

Ma nelle parole di Nina si sente che il dolore e la sofferenza non chiudono l’orizzonte vitale dell'esistenza umana ma vengono rielaborati e diventano un’esperienza conoscitiva importante, diventano tappe ineludibili, per spalancare le finestre sull’esistenza, e ci permettono di assaporare la vita

Stagione bella del cuore
ogni ferita è una finestra
sulla vita.
Punti d’eternità,
le tue parole sbocciano in me
pensieri
come i fiori rossi
del melograno.

Si aprono allora versi che potrei definire di riconciliazione con le proprie radici, con le proprie sofferenze, che aprono nuove prospettive sul futuro e creano un'atmosfera di serenità di certezza del proprio essere nel mondo:

C'è sempre
un oggi lontano che ritorna
quando resto sorpresa e sospesa
ad ogni mio incrociare il mondo;
nudo e chiaro, sempre.
lo spazio che circondo.
Giorno acceso di sole
sulla pelle
d’ogni cosa, ad ogni respiro
che ha smarginato il cuore,
giorno d’un cielo lontano,
sfilacciato tra i rami
d’una quercia secolare e
sopra questa, la voglia di volare.
18 Agosto 2004

POESIE

Paese, io ricordo
Firenze
una sera come tante
piove,
lacrima sul cuore
una pioggia come tante,
poche gocce
disegnano sul vetro
uno scampolo di cielo,
lontano
dove l'occhio si smarriva
ora ritorna,
e sui campi e gli orti
e sulle timpe
scrive il tempo
pagine silenziose
e bianche:
era l'odore del camino acceso,
il fumo delle stoppie
a fine estate,
il pane
fatto ogni settimana,
il giorno
consumato fino a sera e,
come ogni sera
dopo le fatiche,
la pentola annerita
al focolare,
Paese del ricordo,
essenziale e disadorno,
ti stringi
alle tue vie,
all'ombra un po' inclinata
delle case,
frammento del mondo
che mi porto dentro,
tavolozza di sogni
o di mistero antico.
Qui la malinconia
intinge ancora
i suoi pennelli.

Ciò che resta
E si parlava, un tempo,
con tutti delle stesse cose,
l'annata, il vino,
la gelata,
mio padre
ai buoi
pure lui parlava
di quel rovo
cresciuto intorno al melo
e che tagliava
perché non danneggiasse
il seminato.
Nella nebbia spessa di Novembre
parlava mio padre,
solo:
piantava nella terra
anche i pensieri
e la semente
che non germogliava...
Colpa del rovo,
lui diceva.
Alcuni anni
e tutto ciò che resta
non è più il melo
e niente seminato
solo quel rovo,
ormai ha invaso il campo,
scioglie piccoli cristalli
dentro il cuore.

Vecchie Case
Due garofani
fermi
a una finestra,
anche l'acqua
è silenziosa
e lacrima sul muro:
solo ascolto d'universo
il vento che batte
al vecchio davanzale
e, sotto il cielo d'agosto,
la ruggine del sole.

Le vie dell'infanzia
Ricordo,
stavo da mia zia,
mia madre nei campi
tutto il giorno,
sempre linda la casa
piccola e sconnessa,
vie strette
piene di bambini,
non erano gerani
alle finestre
ma basilico
e peperoni secchi,
odore acre di conserva
al sole,
buona per l'inverno
e la minestra.

Notturno
Ruvida coltre
la cupola del cielo,
sopra l'origine dei venti
la luna si ferma
e ascolta l'universo:
l'eco dei pianeti,
il suono acuminato
delle stelle,
bucano la notte.
La musica si perde,
non limpide armonie
sulle corde del cuore,
strumento che non vibra
escluso dalla storia.
La luna è ancora ferma
e luminosa, sorda
all'anima sonnambula.

Mia madre
Cammina stanca
mia madre,
non si volta più
a guardarmi,
ha qualcos'altro da fare
di importante.
S'allontana mia madre,
curva,
avvolta in uno scialle,
sempre quello
da anni,
era stato d'una sua parente.

Corrispondenze
Solo
e lontano dallo stormo
non riesci più a volare,
intrecciare l'azzurro
alle tue ali;
troppo forte il vento
che t'abbatte sugli scogli
e violente
le lingue del mare.
Tutto ti fa male
e ti spaventa,
la notte, gli abissi
e le tempeste,
e le stelle non son più
compagne.
Troppo forte il sole
che brucia sulle piume,
dove un po' di rosso
si intravede appena...
"Un gabbiano piange,
senza lacrime,
piange il suo destino,
ma ancora sogna
il cielo e l'infinito,
- dice il delfino -
sulle ali ti respiro
le ferite, ti racconto
una favola, la vita,
sui silenzi
universi di parole
e nel mio cielo
il tuo volo infinito
...gabbiano mio".

La tua solitudine
Nocciolo secco
il grumo dei pensieri,
casa vuota, il cuore,
e chiusa ad ogni porta,
del mondo quasi traccia
sul mobilio
triste e provvisorio,
ragnatele nei cassetti
e favole, tutte
non ancora lette.
Spente le luci,
le ombre sotto chiave,
non osi guardare
il passato
che penzola dal muro
e la tua vita
dalle travi scure.
Lento
l'orologio
gocciola le ore,
il tempo non avanza
nella casa vuota,
deserto il cuore
e la parola,
immobile il silenzio.

Raggrinzita nel dolore
Raggrinzita nel dolore
la parola tace:
non c'è suono
né significato,
il silenzio
solo,
come un fuoco acceso,
brucia
nel più lontano angolo
del cuore

Un bacio darti
Un bacio, darti, come il mare,
grande, come mille conchiglie
levigato, un bacio di ciniglia.
Lungo come una notte astrale,
come la melodia dell'universo,
come del miele la dolcezza antica.
Un bacio, darti, che danza
sulla soglia e sogna giochi di farfalla,
un bacio di rugiada, rorida corolla,
e poi che altro.


Forse
Forse
non te ne sei accorto
ma io,
ferma
in un punto lontano
del tempo
t'aspetto da sempre.
Da lontano
ti vedo
e quando arrivi
cercami:
il cuore ho nascosto
tra gli ulivi.


Semplice come un respiro
Semplice come un respiro
risuona il tuo passo
e la tua voce
per la remota mia terra,
io come straniera
su incerti cammini
mi muovo e sorrido
mi perdo e mi ritrovo,
con un abbraccio immenso
saluto ogni mio giorno.
E tu mi sei dolcezza.


Cattura il filo
Cattura il filo
più sottile
dei miei occhi,
rubami le parole
più nascoste,
regala la mia voce
al vento, ma
lasciami una luce,
uno spiraglio almeno,
perch'io veda
l'amore dipinto
sul tuo volto.
Fammi perdere
il filo dei pensieri,
fai scendere la notte.
Stringimi forte.


Nel volgere delle cose
Nel volger delle cose d'ogni giorno
al tempo che declini mi dispongo;
mi stai di fronte e parli
con voce di corallo,
ma anche mi ricordi
e mi percorri, io da alcun altro luogo
ma dal tuo cuore stesso
vado tracciando sogni,
dapprima lievemente,
sentirne l'orizzonte, poi
fortemente stringo,
si scioglie ogni contorno
di te, di me,
ogni distanza è colma
nel preciso, sferico, istante
che ti sottraggo al mondo.


Istantanea
Sembra la campagna
caduta dentro un sogno,
d'ovatta è il cielo
e il sole passeggia
pei sentieri, stanco.
Ora è gennaio
e non sembra inverno,
m'aspetto le rondini nel cielo, ma
di corvi lo stormo che scompare
sfumando di nero l'orizzonte.
La Timpa di Sant'Angelo,
surreale, domina l'incanto,
gettandosi dal cielo come fiaba antica
che il tempo ha diroccato
e il suo castello.


Qui nasco

Qui nasco alla Terra
e alla Poesia e torna
ogni notte, a chiamarmi
per queste contrade
un silenzio di luna
e di odori: di scorza,
di fieno, di legna tagliata
da poco. Son querce
e son gelsi o le amare ginestre,
queste tessiture,
o il nido del pettirosso
sotto la finestra.


Campo lasciato

Campo lasciato a maggese
è l'anima mia, nuda zolla
d'inverno ad aspettare,
feconda, la buona stagione
e le sementi.


C'è sempre

C'è sempre
un oggi lontano che ritorna
quando resto sorpresa e sospesa
ad ogni mio incrociare il mondo;
nudo e chiaro, sempre,
lo spazio che circondo.
Giorno acceso di sole
sulla pelle
d'ogni cosa, ad ogni respiro
che ha smarginato il cuore,
giorno di un cielo lontano,
sfilacciato, tra i rami
d'una quercia secolare e,
sopra questa, la voglia di volare.
I sassi, il grano, la farina,
queste, le certezze della terra mia,
non luogo solamente ma,
dell'inquieto e dell'incerto,
tempo.


Imitando

Imitando
mio padre contadino,
piantai, un giorno
ch'era novembre,
un chicco di grano
con un po' di terra,
ci misi sopra un sasso
perché non lo beccassero
gli uccelli.
Il chicco morì
e io mi disperai,
non capivo che,
sasso sopra il cuore,
troppa protezione,
fa morire.
Aria, libertà,
persino rischio,
alla nostra storia
unico destino.

Settembre, le foglie
Che pena,
Settembre, presago
del morire di foglie.
E noi come foglie
nel naufragio del tempo,
saremo alla soglia
del perfetto silenzio
con l'autunno negli occhi.
Come foglie
cadute dal ramo,
non vedremo
la corsa dei fiumi,
né la luce allagare il cielo
o le ombre allungarsi
sulle colline.


Nostalgia
Su questo davanzale
di ricordi
poggia i gomiti
la sera
e aspetta.
In leggerezza e trasparenza
E fili nascosti
e le impensate trame
mi legano a te
oltre ogni dire,
oltre ogni fare
sento il mio cuore
danzare, stretto
un girotondo di pensieri,
inizio e fine,
margini al tuo cuore,
ballando lo spazio d'una sera
e d'una sola stella
che brilla così, semplicemente,
nel cavo della mano.


Immaginando la Musa...
Cercami
chiamami
e cercami ancora,
il mio nome
non è fatto di parole
ma fresco respiro
che ristora,
è acqua
il mio volto nascosto
e la mia mano
t'accarezza il cuore,
e la tua anima
sfiora, con due dita appena.


Se l'amore
Se l'amore
è possibile in silenzio,
allora io ti amo
nel segreto abissale
del silenzio,
ogni giorno sono là,
ad incontrare
il tuo silenzio,
e ogni volta
incontro il mare,
vertice profondo
ogni volta, ogni volta
che ti sento.


Prestami le parole
Prestami le parole,
fammi il grande racconto
ma non illuminare tutto,
lasciami un poco sulla soglia,
a indovinare il resto,
e io
coglierti là,
nel punto più alto
della tua vertigine.


Spesso
Spesso
sogno il mare,
naufragio,
cifra d'infinito.


Amo di te
Amo di te la misteriosa cifra
e di me specchio che rifrange
le verità opache dei fondali,
ciò che non conosco e tutto
che il tempo posa sul tuo volto
e ogni sentiero che, nella dolce sera,
di te mi dice e avanza
nell'universo grembo.


Ora che il sole
Ora che il sole
muove un poco l'ombra,
ho voglia di bere
alla tua fonte:
ricerca d'acqua
e d'esistenza,
lascia ch'io misuri
la distanza
d'ogni scaturigine profonda.
Toccare, toccarti
o almeno, di te, lambire
qualche eccedenza, dolcemente,
come lingue del mare
lasciano carezze a una scogliera

Un bacio darti
Un bacio, darti, come il mare,
grande, come mille conchiglie
levigato, un bacio di ciniglia.
Lungo come una notte astrale,
come la melodia dell'universo,
come del miele la dolcezza antica.
Un bacio, darti, che danza
sulla soglia e sogna giochi di farfalla,
un bacio di rugiada, rorida corolla,
e poi che altro.


Sembra, stasera
Sembra, stasera,
uno dei tramonti dell'infanzia
quando, al muretto
di pietra levigata,
mangiavo con le noci
un po' di pane: sacralità
quel pane, uscito
dalle mani di mia madre,
dolcezza intatta, ignara
di memorie altre,
fragranza eterna ove ancora
s'acquieta la stanchezza.

Colore di frumento

Colore di frumento
all'aia, oro
mondato dalle reste,
bontà fragrante
strappata all'intemperia
e alle pietraie,
parca felicità del contadino
che vede ai campi
la luna stingersi
il colore e tardi fa ritorno,
con l'ultimo spicciolo
di luce, al ruvido riposo
del pagliaio.
Vita d'un tempo,
senza geometrie, dove il giorno
si segnava uguale al semplice
mutar delle stagioni,
radici attorte alle pietrose zolle,
aduse alle fatiche
di vivere con poco.

Sta la spiga matura
Sta la spiga matura
arrugginita al sole, gravida e austera,
all'ora che conviene il capo volge
all'impietosa mano e
chiude il breve cerchio
delle sue stagioni. Tutto è compiuto,
semplice e serena, s'apre
dei figli al taglio della lama
e posa, come fossero il suo cuore,
sul cuore ancor materno
della Terra: il cielo è azzurro
e muto sta a guardare
il corso della vita che risa

Stagione bella del cuore
Stagione bella del cuore,
ogni ferita è una finestra
sulla vita. Punti d'eternità,
le tue parole sbocciano in me
pensieri, come i fiori rossi
del melograno

 

 

 

 

 

 

 

 

Agosto, 1994
Sulle pareti della piccola chiesa si coglie lo scorrere del tempo: due anni sono passati da quando Padre Antonio Rugiano, parroco di San
Lorenzo Bellizzi, ci ha lasciati. Ci siamo ritrovati in molti, qui, nella chiesa dove Padre Antonio ha officiato per anni, a condividere questo momento di commozione e a testimoniare, con la nostra presenza, quello umano e affettivo di un
grande amico. Alla Messa commemorativa, celebrata da Don Giuseppe Ramundo, ha fatto seguito la lettura di alcune poesie di Padre David Maria Turoldo, tratte dalla raccolta Canti ultimi (Garzanti 1991). Qualche lacrima, nella generale commozione, è apparsa sulle note di una toccante Ave Maria che Cristina Santagada, accompagnata all'organo da Biagio Armentano, ha cantato prima che i "Piccoli Amici di P. Antonio Rugiano" dessero voce ai versi di Padre Turoldo.Questi ragazzi, Angelo Armentano, Flora Armentano, Piera Cerchiara, Irene Chidichimo, Antonella Genovese, Roberta Greco, Silvana Greco, Elena Mastrota e Carmela Perrone,hanno dimostrato, con la loro disponibilità e partecipazione, quanto fosse vivo in Padre Antonio l'interesse per i giovani e le loro problematiche. La scelta dei versi di Padre Turoldo, con i quali abbiamo voluto caratterizzare la manifestazione, non è stata casuale ma conseguenza logica delle affinità di pensiero tra Padre Turoldo e Padre Antonio. Come evidenziato sia da don Ramundo sia dal dott. Larocca, il percorso esistenziale di questi due uomini, spesso segnato dall'amarezza e dalla sofferenza, è sempre stato animato dalla solidità della fede cristiana e della solidarietà umana.
E' assai facile, dunque, incontrare Padre Antonio lungo la strada di questi versi, intrisi di una fede religiosa viva, feconda, efficace perché mai distante dalla fede nella dignità dell'uomo.
Comune è il tormento, il conflitto vissuto all'interno di una coscienza inquieta, mai paga di conoscenze, una coscienza indomita, mai disposta a
piegarsi all'altrui compiacimento e alle forme
convenzionali

«Finalmente ho disturbato
la quiete di questo convento,
altrove devo fuggire
a rompere altre paci...» :

con queste parole Padre Turoldo esprime lo scontro, spesso aspro, sostenuto verso le gerarchie ecclesiastiche e l'appellativo di "prete scomodo" ha sempre accompagnato questi religiosi che, oltre a predicare il Vangelo, si sono impegnati a «Finalmente ho disturbato a quiete di questo convento, altrove devo fuggire a rompere altre paci...» : praticarlo, fermamente convinti che, «la carità cristiana non può essere subordinata alla regola dell'Ordine; la disciplina non può far tacere la voce della coscienza» (M. Nicolai Paynter, Perché verità sia libera, Rizzoli, 1994). Nell'instancabile ricerca della verità, nell'affermazione reale della libertà, si condensa emblematicamente l'esistenza di Padre Davide Maria Turoldo e in questo bisogno di libertà si definisce la sua solitudine che poi si traduce nel dialogo più difficile, spassionato, anche impietoso, con se stesso. Impegnato nella lotta per la giustizia, l'animo di Turoldo trova nella poesia il suo approdo naturale e da essa trae il senso della sua partecipazione alla storia;

«...sposata hai una pena
di non sentire mai
dolcezza alcuna
che non sia di tutti»

 

La poesia vissuta come bisogno essenziale è luogo di incontro; come momento di storia più vera e come strumento per esprimesi «nel coro dell'umanità» Padre Davide Maria Turoldo ha sentito con tormento i mali del mondo e con slancio la tensione verso il mistero divino; ha vissuto gli aspetti della quotidianità della solitudine, realmente fusi e in sintonia con lo spirito religioso sempre lontano dal dogmatismo e dalla staticità. La sua poesia costituisce la sintesi tra l'esistenza terrena piena di conflitti, di contraddizioni, di smarrimento e la tensione verso Dio, verso quei valori supremi che appartengono e coincidono con Dio. E' a volte preghiera, a volte denuncia o grido verso il "grande male" di cui soffre l'umanità. Ma la poesia è anche consolazione, è libertà dallo sconforto poiché, come egli stesso afferma «...anche la poesia più disperata può farsi occasione di gioia; e nella fede, anche il sacramento della estrema unzione è comunque apportatore di speranza». Poesia e magistero sono, dunque, inscindibili per Padre David e come poeta ha suscitato l'interesse di grandi letterati e uomini di cultura; lo stesso Ungheretti nell'introduzione alla raccolta turoldiana Udii una voce (1952), osserva: «la poesia di David Maria Turoldo è poesia che scaturisce dall'amore per il prossimo... alternanza d'impeto e di sgomento». La raccolta Canti Ultimi si può considerare come una summa del suo mondo poetico e le poesie scelte costituiscono un breve repertorio. Attraverso i recessi più segreti della coscienza si dipanano con ferma lucidità motivi dolorosi e sofferti, tra cui la scoperta della sua malattia inguaribile e dell'essere prossimo alla morte. Ma Turoldo riesce a sublimare nella poesia anche momenti di così grande sgomento:

«ieri all'ora nona mi dissero
il drago si è certo insediato nel centro
del ventre come un re sul trono»,

anche nel drammatico epilogo della sua esistenza ci guida, con limpido filo di canto nei motivi eterni della vita, in quel mondo di verità che tutti vorremmo conoscere e dai quali l'Autore trae la sua voce più vera. La poesia è per Turoldo, più che una esigenza letteraria o uno stato d'animo, un atteggiamento di vita: si fa itinerario esistenziale, prezioso strumento per raccogliere le più minute vibrazioni dell'animo e riannodare i fili che legano la propria esistenza al mondo delle cose e degli altri, la poesia come linguaggio che penetra tra il Nulla e instaura un dialogo col trascendente. Attorno al nucleo poetico di Turoldo si raccoglie il respiro universale a rilevare la totalità dell'essere, talvolta l'angoscia su cui si apre «l'abisso del Nulla»: vi è continua tensione tra conquista e naufragio, trascendenza divina e finitezza umana.
Si esprime, dunque, la crisi dell'uomo del nostro tempo, non più stimolato a superare «...sposata hai una pena di non sentire mai dolcezza alcuna che non sia di tutti» «ieri all'ora nona mi dissero il drago si è certo insediato nel centro del ventre come un re sul trono», la propria finitezza nel grande libro della storia ma, piuttosto, preoccupato a realizzare la propria finitezza: alle certezze si contrappongono possibilità irragiunte, alla serenità l'angoscia del nulla. Nello spirito dell'interpretazione esistenziale del cristianesimo, Padre Turoldo, rifiutando il sapere dogmatico, rivendica il carattere soggettivo del pensiero umano e nello sforzo di comprendere l'esistenza individuale dell'uomo, considera la religione, la spiritualità, un fulcro vivo attorno a cui si articolano gli elementi che forniscono all'uomo stesso la comprensione di sé e del proprio esistere.
A queste pagine, difficili e dense, ci siamo accostati con lo spirito di chi, lungi dal voler condurre analisi puramente letterarie e filosofiche, raccoglie l'invito ad una riflessione sul vero significato dell'esistenza, dal quale, purtroppo, circondati come siamo da parvenze diafane e vuote di verità e di valori, andiamo sempre più allontanandoci.
Nei versi di Padre Turoldo si nasconde la consapevolezza di ricerca della verità: in una epoca che vede recuperare la propria autenticità se vuole continuare ad essere a misura dell'uomo, è davvero confortante credere nella possibilità della verità e tendere ad essa fiduciosamente. Tendere non significa raggiungere... Come Padre Antonio ci ha sempre insegnato, forse la verità è sempre oltre, mai però
altrove, se non in noi stessi.

Antonia Tursi dell'Associazione "Amici di Padre Antonio Rugiano"