Timpe e Gole del Raganello: Patrimonio dell'Umanità Documento
ideato da Luciana FILOMENA, Maria Ernesta LEONE, Vincenzo TARANTINO,
Leonardo CAPRARA
Il Parco Nazionale
del Pollino, patrimonio di grande valore per la sua meravigliosa natura,
è spesso considerato per progetti speculativi, a cui si oppongono
decisamente tutte le organizzazioni ambientaliste e le popolazioni locali.
Le "Timpe e le Gole del Raganello", situate nella parte Sud-Orientale
del Parco, appaiono come un gioiello di enorme importanza per i molteplici,
sorprendenti aspetti geologici, morfologici, faunistici e per la meravigliosa
flora. Quello che colpisce di più è l'aspetto architettonico
delle grandi masse calcaree: la vista, nel suo complesso, fa restare senza
fiato! Crea emozioni profonde per la sorprendente bellezza e grandiosità,
a cui si aggiunge la fortissima sensazione nell'immaginare le possenti
forze della natura che hanno portato al grande sollevamento di queste
enormi montagne rocciose dai riflessi argentei, con pendenze di 70-70
gradi! Le"Gole" hanno profondamente inciso tale meraviglioso
complesso; esse sono caratterizzate da una misteriosa, selvaggia, incontaminata
bellezza, percorsa dal Torrente Raganello, con alcuni tratti a volte difficili
da percorrere. Le Gole del Raganello sono già una grande attrazione
per molti escursionisti.
Per preservare queste straordinarie meraviglie della Natura e perché
restino intatte, non solo per noi ma anche per le future generazioni,
è nato spontaneo su Face book un movimento per chiedere che l'UNESCO
riconosca le "TIMPE E LE GOLE DEL RAGANELLO: PATRIMONIO DELL'UMANITÁ".
A tale scopo stiamo raccogliendo le migliaia di adesioni necessarie per
avanzare la nostra richiesta a tale organismo internazionale. Chiediamo
gentilmente la tua adesione cliccando
http://www.facebook.com/#!/group.php?gid=102182166493236 Fotografie
e video sono visibili: http://www.sanlorenzobellizzi.org/
San
Lorenzo Bellizzi
Civita
Cerchiara Di
Calabria
Francavilla
Marittima
INTRODUZIONE
Quella
di Sito Patrimonio dell'Umanità è la denominazione ufficiale
delle aree registrate nella Lista del Patrimonio dell'Umanità,
o nella sua accezione inglese World Heritage List, della Convenzione
sul Patrimonio dell'Umanità.
La Convenzione sul Patrimonio dell'Umanità, adottata dalla Conferenza
generale, dell'UNESCO il 16 novembre 1972, ha lo scopo di identificare
e mantenere la lista di quei siti che rappresentano delle particolarità
di eccezionale importanza da un punto di vista culturale o naturale.
Il Comitato della Convenzione, chiamato Comitato per il Patrimonio dell'Umanità,
ha sviluppato dei criteri precisi per l'inclusione dei siti nella lista.
Secondo l'ultimo aggiornamento effettuato nella riunione del Comitato
per il Patrimonio dell'Umanità a Siviglia il 30 giugno 2009,
la lista è composta da un totale di 890 siti (di cui 689 beni
culturali, 176 naturali e 25 misti) presenti in 148 Nazioni del mondo
Attualmente l'Italia è la nazione a detenere il maggior numero
di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell'umanità (45 siti),
seguita dalla Spagna (42 siti) e dalla Cina (40 siti).
Per essere inclusi nella lista del Patrimonio dell'Umanità i
siti devono avere valori di universalità, unicità ed insostituibilità
(nel caso andassero perduti) e devono soddisfare almeno uno dei criteri
fissati dal Comitato per il Patrimonio dell'Umanità per la selezione.
Fino al 2004 i criteri erano solo sei in ambito culturale e quattro
in ambito naturalistico. Dal 2005 esiste un insieme di 10 criteri (Si
veda Tab. 1). I Siti Italiani riconosciuti come Siti Patrimonio dell'Umanità
nel 2010 sono attualmente 45 (Si veda Tab. 2)
Tabella
1 - criteri fissati dal Comitato per il Patrimonio dell'Umanità
per la selezione
dei Sitideputati
ad essere Patrimonio dell'Umanità.
Criteri
di selezione UNESCO
I
rappresentare
un capolavoro del genio creativo umano
II
testimoniare
un cambiamento considerevole culturale in un dato periodo sia in
campo archeologico sia architettonico sia della tecnologia, artistico
o paesaggistico
III
apportare
una testimonianza unica o eccezionale su una tradizione culturale
o della civiltà
IV
offrire
un esempio eminente di un tipo di costruzione architettonica o del
paesaggio o tecnologico illustrante uno dei periodi della storia
umana
V
essere
un esempio eminente dell'interazione umana con l'ambiente
VI
essere
direttamente associato ad avvenimenti legati a idee, credenze o
opere artistiche e letterarie aventi un significato universale eccezionale
(possibilmente in associazione ad altri punti)
VII
rappresentare
dei fenomeni naturali o atmosfere di una bellezza naturale e di
una importanza estetica eccezionale
VIII
essere
uno degli esempi rappresentativi di grandi epoche storiche a testimonianza
della vita o dei processi geologici
IX
essere
uno degli esempi eminenti dei processi ecologici e biologici in
corso nell'evoluzione dell'ecosistema
X
contenere
gli habitat naturali più rappresentativi e più importanti
per la conservazione delle biodiversità, compresi gli spazi
minacciati aventi un particolare valore universale eccezionale dal
punto di vista della scienza e della conservazione
Tabella
2 a - Siti Italiani riconosciuti come Siti Patrimonio dell'Umanità
SITI
Patrimonio dell'Umanità in Italia
1
Incisioni
rupestri della Valcamonica (1979)
2
Chiesa e
convento domenicano di Santa Maria delle Grazie con L'ultima cena
di Leonardo da Vinci, Milano (1980)
3
Centro storico
di Roma, le proprietà extraterritoriali della Santa Sede
nella città e la Basilica di San Paolo fuori le mura (1980
-1990) ,Estensione del patrimonio di Roma ai beni compresi entro
le mura di Urbano VIII (1990)
4
Centro storico
di Firenze (1982)
5
Piazza del
Duomo di Pisa (1987)
6
Venezia
e la sua Laguna (1987)
7
Centro
storico di San Gimignano (1990)
8
Sassi di
Matera (1993)
9
Città
di Vicenza e le Ville palladiane del Veneto (1994 - 1996)
10
Centro storico
di Siena (1995)
11
Centro storico
di Napoli (1995)
12
Crespi d'Adda
(1995)
13
Ferrara
città del Rinascimento e delta del Po con le delizie estensi
(1995 - 1999)
14
Castel del
Monte (1996)
15
Trulli di
Alberobello (1996)
16
Monumenti
paleocristiani di Ravenna (1996)
17
Centro storico
della città di Piacenza (1996)
18
Palazzo
Reale del XVIII secolo di Caserta, con il Parco, l'Acquedotto Carolino
e il complesso di San Leucio (1997)
19
Residenze
sabaude di Torino e dintorni (1997)
20
Orto botanico
di Padova (1997)
21
Duomo, Torre
Civica e Piazza Grande di Modena (1997)
22
Aree archeologiche
di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata (1997)
23
Villa romana
del Casale, presso Piazza Armerina (1997)
24
Su Nuraxi
di Barumini (1997)
25
Portovenere,
le Cinque Terre e le isole di Palmaria, Tino e Tinetto (1997)
26
Costiera
amalfitana (1997)
27
Parco Archeologico
e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento (1997
28
Area archeologica
e Basilica patriarcale di Aquileia (1997)
29
Centro storico
di Urbino (1998)
30
Parco Nazionale
del Cilento e Vallo di Diano con il sito archeologico di Paestum
e Velia, Roscigno Vecchia e la Certosa di Padula (1998)
31
Città
di Verona (2000)
32
Isole Eolie
(2000)
33
Villa Adriana
a Tivoli (1998)
34
Assisi,
la Basilica di San Francesco e altri siti francescani (2000)
35
Villa d'Este
a Tivoli (2001)
36
Città
tardo barocche della Val di Noto (Sicilia sud-orientale) (2002)
37
Sacri Monti
del Piemonte e della Lombardia (2003)
38
Necropoli
etrusche di Cerveteri e Tarquinia (2004)
39
Val d'Orcia
(Siena) (2004)
40
Città
di Siracusa e la necropoli di Pantalica (2005
41
Le Strade
Nuove e i Palazzi dei Rolli di Genova (2006)
42
Mantova
e Sabbioneta (2008)
43
Ferrovia
retica nel paesaggio dell'Albula e del Bernina (2008)
44
Dolomiti
(2009)
45
Dieta Mediterranea
(2010)
SCOPO
Tra i Siti Patrimonio dell'Umanità si vogliono
proporre anche le TIMPE e le GOLE della VALLE del RAGANELLO.
Esse sono situate nella parte Sud-Orientale del Parco Nazionale del
Pollino e costituiscono un gioiello di enorme importanza per i molteplici,
sorprendenti aspetti geologici, morfologici, faunistici e per la meravigliosa
flora.
TIMPE
E GOLE DELLA VALLE DEL RAGANELLO Gli aspetti geologi e morfologici sono facilmente comprensibili
solo se considerati nel complesso del Massiccio del Pollino. Esso costituisce
il segmento più meridionale della catena appenninica. Per la
sua peculiare collocazione, l'area del Massiccio del Pollino, a cui
appartengono le Timpe della Valle del Raganello, rappresenta uno dei
settori chiave per la comprensione dei rapporti strutturali tra l'Arco
calabro-peloritano e l'Appennino meridionale. Lo studio di quest'area
ha portato nel passato a numerose interpretazioni, spesso controverse.
Secondo Ogniben (1969) il Massiccio del Pollino è costituito
da terreni flyschioidi ofiolitiferi alloctoni d'origine oceanica di
vario grado metamorfico denominati Complesso Liguride (per correlazione
con le unità ofiolitifere dell'Appennino settentrionale), che
poggiano tettonicamente su successioni carbonatiche di piattaforma d'età
mesozoico-terziaria denominate Complesso Panormide.
Il substrato calcareo del Massiccio del Pollino è stato considerato
autoctono da Selli (1962) che lo riferì ad una grande unità
geologica (Appennino calcareo) affiorante dal Lazio-Abruzzi fino alla
Calabria settentrionale ed in continuità, al di sotto delle coltri
alloctone della catena e dei depositi dell'avanfossa, con l'avanpaese
apulo-garganico.
Nei lavori successivi queste successioni carbonatiche sono state considerate
alloctone e riferite al Complesso Panormide di Ogniben (1969), all'Unità
AlburnoCervati da D'Argenio et al. (1973), alle "nappes rigides
o calcareo- dolomitiques" di Bousquet (1973) e all'Unità
del Pollino di Amodio-Morelli et al. (1976).
I terreni appartenenti al Complesso Liguride sono stati distinti da
Monaco et al. (1995) in due subunità facenti parte del medesimo
dominio tetideo ascrivibili al Giurassico Superiore-Paleogene: una sub-unità
ofiolitifera non metamorfica, denominata Unità del Flysch calabro-lucano
sormontata tettonicamente da una sub-unità costituita da terreni
ofiolitiferi interessati da metamorfismo HP/LT blocchi di rocce ofiolitiche
e di rocce cristalline, denominata Unità del Frido.Bousquet e
Gueremy (1968; 1969) e Bousquet (1973) hanno riconosciuto tra l'Arco
Calabro e la Catene Appenninica un sistema di faglie d'età suprapliocenica-mediopleistocenica
orientate WNW-ENE e a prevalente componente normale, che culminano con
l'importante direttrice tettonica regionale che solleva e delimita a
sud la catena appenninica, nota in letteratura come Faglia del Pollino.
Quest'ultima viene interpretata come una struttura trascorrente destra
(Linea del Pollino) indotta da una zona di taglio profonda. Secondo
la migrazione post-tortoniana della Calabria verso ESE è stata
favorita da faglie trascorrenti sinistre orientate N120°, nell'area
di Terranova di Pollino.
Il Massiccio del Pollino è delimitato a Nord e a Sud da un sistema
di faglie a direzione WNW-ESE a componente sinistra il carattere trascorrente
sinistro.
Aspetto
Stratigrafico
Interessante è considerare la stratigrafia delle Timpe sovrapponibile
a quella dell'intero massiccio del Pollino dove le Unità carbonatiche
rappresentano i termini più profondi ed affiorano in cunei con
struttura monoclinalica immergenti verso ENE, estrusi dai terreni alloctoni
liguridi a seguito della tettonica trascorrente pleistocenica. I termini
mesozoici più antichi sono rappresentati da calcari, calcari
dolomitici e dolomie ben stratificate che passano verso l'alto a calcilutiti
con intercalazioni di calcari oolitici. Verso l'alto la successione
è costituita da calcareniti e calcilutiti organogene con intercalazioni
di calcari dolomitici e di calciruditi a rudiste del Cretaceo superiore,
che affiora nelle monoclinali di Serra dell'Abete, Madonna del Pollino,
Serra di Crispo, Timpa Zicchetto, La Falconara, San Lorenzo, Timpa di
Cassano, Monte Sellaro, Pietra Sant'Angelo e Pietra del Demanio.
I sedimenti carbonatici mesozoici sono ricoperti in discordanza dai
terreni della trasgressione miocenica che nell'area del Massiccio del
Pollino sono rappresentati dalla Formazione di Cerchiara (Selli, 1962),
costituita da calcareniti organogene grigiastre, d'età burdigaliana,
a grana medio-grossolana contenenti granuli di glauconite, clasti carbonatici
del sottostante substrato mesozoico e frammenti di fossili. In discordanza
sulla Formazione di Cerchiara poggiano i sedimenti terrigeni langhiani
(Monaco et al., 1995) della Formazione del Bifurto (Selli, 1957), costituiti
da argille siltoso-marnose ocracee o grigio-avana e marne giallastre
e rosso-vinaccia contenenti intercalazioni di calcari marnosi, calcisiltiti,
calcareniti, brecciole gradate a macroforaminiferi grigio-brune, con
spessori complessivi di poche decine di metri.
A livello delle Timpe le Unità liguridi ofiolitifere sono rappresentate
dalle successioni non metamorfiche dell'Unità del Flysch calabro-lucano
(Monaco et al., 1991), sormontate tettonicamente dai terreni metamorfici
dell'Unità del Frido (Amodio-Morelli et al., 1976).
L'Unità del Flysch calabro-lucano è una successione ofiolitifera
non metamorfica assimilata alla porzione più superficiale di
un cuneo d'accrezione legato a fenomeni di subduzione della crosta oceanica
della Tetide (Knott, 1987; Monaco et al., 1991; Monaco e Tortorici,
1995). Litologicamente è costituita da un'alternanza pelitico-calcareo-arenacea
che corrisponde alla porzione non metamorfica del Flysch argillitico-quarzoso-calcareo
di Selli (1962) e a parte della Formazione delle Crete Nere di Vezzani
(1968a; 1969). Si tratta in particolare di un'alternanza di prevalenti
argilliti scagliettate grigio-brune e verdastre con intercalati livelli
torbiditici di quarzosiltiti ed arenarie quarzose a granulometria generalmente
fine e di colore bruno verdastro, di calcisiltiti marnose laminate e
di calcareniti risedimentate di colore grigiastro. L'Unità del
Frido è stata attribuita al Cretaceo inferiore da Vezzani ( 1968a;
1969) ed al Cretaceo superiore da Tortorici et al. (1995).
All'interno dell'Unità del Flysch calabro-lucano si rinvengono
numerosi corpi di dimensioni estremamente variabili di rocce ofiolitiche
(serpentiniti, gabbri, diabasi, lave a pillow e brecce di pillow) che
talora conservano la loro originaria copertura sedimentaria (Formazione
di Timpa delle Murge) dell'Oxfordiano (Marcucci et al., 1987). I blocchi
ofliolitici rappresentano frammenti dell'originaria crosta oceanica
della Tetide giurassica e costituiscono pertanto la base dell'intera
successione dell'Unità del Flysch calabro-lucano. Inglobati all'interno
dell'Unità del Flysch calabro-lucano si rinvengono in posizione
tettonica anche numerosi corpi di argilliti nere di tipo black-shale
(Formazione delle Crete Nere di Selli, 1962), di dimensioni variabili
da poche decine di metri ad alcuni chilometri. La successione, riferita
all'Aptiano-Albiano da Vezzani (1968a), è stata notevolmente
ringiovanita da Bonardi et al. (1988) che ne hanno attribuito all'Eocene
medio la parte alta. Infine si rinvengono blocchi di calcari selciferi
stratificati, di rocce vulcaniche ad affinità calcoalcalina e
di lave porfiriche a composizione andesitica e riodacitica.
L'Unità del Frido è costituita da una successione di metamorfiti
polideformate contenente blocchi di dimensioni variabili di rocce ofiolitiche
e di rocce di crosta continentale.
Essa è stata interpretata da Monaco et al. (1991) come la porzione
profonda del cuneo d'accrezione liguride.
L'Unità del Frido, che poggia tettonicamente sulle unità
carbonatiche e molto più comunemente sui vari termini della sottostante
Unità del Flysch calabro-lucano, è stata suddivisa da
Monaco et al. (1991) in due sub-unità tettonicamente sovrapposte:
una sub-unità costituita da prevalenti argilloscisti sovrastata
tettonicamente da una sub-unità costituita da prevalenti calcescisti;
il contatto è marcato da livelli di serpentiniti. Litologicamente
la sub-unità ad argilloscisti è costituita da argilloscisti
grigio-lucenti e/o nerastri contenenti intercalazioni di metareniti,
metabasiti, quarziti e rari livelli di metacalcari di età non
più antica del Cretaceo superiore (Vezzani, 1969). La sub-unità
a calcescisti è costituita da prevalenti calcescisti di colore
grigiastro cui si intercalano rari livelli di marmi, quarziti verdastre
ed argilloscisti.
Le rocce ofiolitiche associate sono costituite da corpi lentiformi di
peridotiti cataclastiche serpentinizzate, di colore nero-verdastro,
e da corpi di metabasiti (Vezzani, 1970; Spadea, 1979) di dimensioni
variabili da qualche metro a qualche decina di metri, affioranti in
scaglie tettoniche con associata a volte l'originaria copertura sedimentaria
metamorfosata (Lanzafame et al., 1979).
Le rocce cristalline d'origine continentale (granofels, gneiss granatiferi,
gneiss biotitici) poggiano tettonicamente, con un contatto marcato da
lenti di serpentiniti, sui terreni della subunità argilloscistosa.
Lungo la fascia pedemontana del Pollino si ritrovano i depositi pleistocenici,
costituiti da una successione marina di argille, sabbie e conglomerati
appartenenti al ciclo suprapliocenicoinfrapleistocenico del bacino del
Crati (Vezzani, 1968b) e da sedimenti continentali quaternari del bacino
di Castrovillari (Russo e Schiattarella, 1992). Al margine sudorientale
dell'Appenno calabro-lucano, delimitati dalla faglia di Civita a NNE
(Tortorici et al., 1995), ricadono i depositi più alti del ciclo
plio-pleistocenico (Ghiaie di Lauropoli), costituiti da circa 400 m
conglomerati debolmente cementati e ghiaie sabbiose di colore grigio-giallastro,
a stratificazione inclinata, contenenti intercalazioni lenticolari di
argille siltoso-marnose e sabbie. L'età è stata attribuita
al Pleistocene inferiore (Vezzani, 1968b). Il Pleistocene medio è
rappresentato dai depositi lacustri, conglomerati sabbie e limi, affioranti
nel bacino del Mercure (Schiattarella et al., 1994).
Assetto
Strutturale
La Calabria settentrionale è interessata da tre sistemi principali
di dislocazioni, uno con piani orientati in direzione NE-SW, uno in
direzione NW-SE che suddivide la regione in una serie di horst e graben
e che mostra indizi di attività durante il Tortoniano, ed infine
l'ultimo, con piani orientati in direzione NS, che troncano le strutture
originate dal precedente sistema e limita i due più importanti
bacini Plio-pleistocenici della regione, il Bacino del Crati ed il Bacino
crotonese.
L'area in oggetto si sviluppa in nel contesto strutturale del sistema
NW-SE, in cui uno degli elementi fondamentali è rappresentato
proprio dalla Faglia del Pollino.
Le unità tettoniche delle Timpe affioranti nell'area del Massiccio
del Pollino evidenziano una serie di strutture che hanno registrato
l'intera storia deformativa dell'area. Monaco e Tortorici (1994) hanno
distinto quattro stadi principali durante i quali sono stati generati
altrettanti insiemi di strutture. Il più antico di questi comprende
le strutture formatesi in seguito alla chiusura dell'oceano tetideo
e caratterizza la deformazione oligocenica dei terreni liguridi, fino
a comprendere il sovrascorrimento dell'Unità del Frido sull'Unità
del Flysch calabro-lucano.
Il secondo gruppo si riferisce a strutture contrazionali più
recenti (pieghe e sovrascorrimenti a vergenza apula), formatesi tra
il Miocene medio ed il Pleistocene. Questo evento deformativo ha portato
l'intero Complesso Liguride ad accavallarsi sulle unità carbonatiche.
Il terzo stadio è legato alla deformazione fragile del Pleistocene
inferiore-medio, che vede lo sviluppo di faglie trascorrenti sinistre
orientate WNW-ESE che interessano sia il substrato carbonatico che i
terreni alloctoni sovrastanti e i sedimenti plio-quaternari (Russo e
Schiattarella, 1992; Catalano et al., 1993; Schiattarella, 1996, 1998).
Queste strutture sono costituite da vari segmenti che nel loro insieme
formano l'estesa fascia trascorrente che interessa l'intero appennino
meridionale (Fig. 7).
L'ultimo stadio deformativo è rappresentato da una tettonica
distensiva che, caratterizzata da una direzione di massima estensione
NE-SW (Schiattarella, 1996; 1998), riattiva le preesistenti faglie trascorrenti.
Questa deformazione estensionale si sviluppa probabilmente a partire
dal Pleistocene medio e continua presumibilmente fino all'Attuale, definendo
le caratteristiche sismotettoniche dell'Appennino meridionale. Distensioni
NE-SW sarebbero infatti responsabili della sismicità dell'area,
definita da eventi tensionali caratterizzati da assi T orientati perpendicolarmente
alle principali strutture ad andamento appenninico (Cello et al., 1982;
Gasparini et al., 1982).
Assetto
Geomorfologico
La Calabria è caratterizzata da grosse strutture morfologiche
individuate nel corso della tormentata storia geologica che tale regione
ha già subito. In linea generale possiamo suddividerla in diversi
sistemi morfologici caratterizzati da fenomeni di evoluzione morfodinamica
abbastanza diversificati da un settore all'altro.
La morfologia del territorio delimitato dal gruppo montuoso del Pollino
raggiunge le vette più alte con 2250 m di altezza con LA SERRA
DEL DOLCEDORME.
Questo si sviluppa in direzione est o ovest, costituendo un sistema
continuo dallo Ionio al Tirreno. Ma la sua morfologia è molto
aspra con versanti generalmente molto acclivi come Timpa San Lorenzo
ed incisioni fluviali estremamente spinte.
Timpa S. Lorenzo (Foto) rappresenta un rilievo
a cuesta: una scaglia tettonica di calcari emergente da rocce più
tenere.
La conservazione del versante di faccia, che non presenta incisioni
lineari, è resa possibile, oltre che dalla resistenza della bancata
rocciosa che costituisce il suddetto versante, anche dalla penetrazione
dell'acqua in profondità lungo fessure allargate dalla dissoluzione
carsica. Si può notare il contrasto fra la struttura monoclinale,
priva di reticolo idrografico, e le aree circostanti dove invece il
reticolo è molto fitto.
In questa particolare morfologia si sviluppano numerose gole e forre,
tra cui la Valle del Torrente Raganello ,presenti nei corsi d'acqua
principali che solcano il Pollino fanno di esso un ambiente unico e
suggestivo sotto l'aspetto paesaggistico. La morfologia carsica è
chiaramente un fattore tipico di questa aree.
A nord del sistema del Pollino, sul versante ionico, il territorio calabrese
si prolunga lungo una fascia orientata NS da Trebisacce-San Lorenzo
Bellizzi a Rocca Imperiale- Nocara in cui le litologia prevalente argillitico-arenitiche
fanno si che il paesaggio assuma un aspetto collinare con notevoli presenze
di frane e dissesti gravitativi talora anche profondi.
A sud del Pollino, si sviluppano estesamente i sistemi morfologici della
catena costiera della valle del fiume Crati e del massiccio Silano.
La Valle del Raganello è un territorio che ruota intorno al torrente
omonimo. Grazie alla particolare formazione geologica; nonostante sia
frequente in natura un adattamento della rete idrografica alle condizioni
geologiche (faglie,fratture, strutture tettoniche, diversi tipi di rocce),
ci sono situazioni in cui l'andamento dei corsi d'acqua risulta indipendente
dalla geologia. I casi più comuni di "inadattamento"
della rete idrografica alla geologia sono quelli dovuti a fenomeni di
sovraimposizione e di antecedenza, fenomeni che possono anche resentarsi
congiuntamente.
Con sovraimposizione si intende la permanenza di un corso d'acqua sul
proprio tracciato, durante l'incisione,anche quando esso incontra in
profondità condizioni lito-strutturali differenti da quelle che
avevano determinato il tracciato stesso. L'antecedenza si verifica invece
quando un corso d'acqua mantiene il suo tracciato attraverso una struttura
tettonica in sollevamento, rispetto alla quale il corso d'acqua è
più antico ovvero antecedente. Il corso d'acqua ha lavorato incidendo
la catena man mano che questa si formava, proprio come nel caso del
Torrente Raganello permettendo a questa valle di assumere una configurazione
d'alveo di tipo braided (meandriforme).
Il Torrente Raganello assume una forma di una grande "esse"
con tre segmenti ben distinti.
Il primo settore che possiamo chiamare tranquillamente "ALTA VALLE
DEL RAGANELLO" è compreso, a partire dalle due sorgenti
principali, dall'arco montuoso Manfriana-Serra Dolcedorme-Serra delle
Ciavole-Serra di Crispo-Monte Falconara-Timpa di San Lorenzo fino a
giungere alla confluenza con il Torrente Maddalena, compreso le GOLE
DEL BARILE.(Foto
1) e (Foto
2)
Il secondo settore è caratterizzato dalle Gole vere e proprie
" CANYON DEL RAGANELLO" (Foto)e termina presso il Ponte del Diavolo sotto l'abitato
di Civita.
Il terzo settore è quello più caratteristico e molto simile
a tutte le altre fiumare della Calabria (FIUMARA RAGANELLO). Inizia
sotto l'abitato di Civita e termina alla foce nel Mare Jonio.
L'ALTA VALLE DEL RAGANELLO è, senza ombra di dubbio, la più
interessante dal punto di vista naturalistico. Essa è un paesaggio
misto di grandi foreste a prevalenza di faggio rinaturalizzato dopo
i grandi disboscamenti degli inizi del secolo passato. Oggi, questo
paesaggio è ancora più prezioso perchè sta recuperando
la sua wilderness originaria grazie anche alla minor presenza dell'uomo
dalla sua storia fino ai nostri giorni. Forse è un bene così
come forse è un male perchè la Valle così come
la vediamo noi oggi è sicuramente il prodotto di secoli di lavori
dell'uomo: basti pensare alla regimentazione delle acque, al terrazzamento
dei campi, al recupero di spazi per la pastorizia, così come
al lavoro di migliaia di uomini che ne hanno fatto una valle ricca di
prodotti (rinomati un tempo le patate di Bellizia) agricoli soddisfacenti
intere comunità. Oggi la Valle è più silenziosa
(vedere articolosugliincolti.pdf); non ci sono più le grandi
masserie con diecine di addetti, non c'è più il vociare
continuo di animali, uomini e donne. Sono rimasti pochissimi uomini,
per lo più anziani, che pascolano come un tempo pecore, capre
e vacche da carne. In questo senso la Valle sta cambiando aspetto. Forse
sta recuperando l'antica forma, grazie anche al lavoro incessante del
Torrente Raganello e di tutti i suoi affluenti, i quali abbandonati
a se stessi, stanno recuperando vecchi percorsi con gravi conseguenze
dal punto di vista idrogeologico. Interi settori di terreno un tempo
coltivati a frumento oggi sembrano "galleggiare" sospesi nel
vuoto in attesa dell'ennesima piena che li porterà via. In ultima
analisi, si sta vanificando tutto il lavoro dell'uomo, anche quello
più recente degli anni ottanta, e ben presto tutta la comunità
a valle ne pagherà le conseguenze in termini di alluvioni, smottamenti,
frane, piene improvvise.
IL CANYON DEL RAGANELLO. Spettacolo unico della natura, affascinante,
impressionante nello stesso tempo, fatto di pareti a picco per oltre
seicento metri (la parete della Timpa del Demonio (Foto)
che si affaccia sull'abitato di Civita è alta 614 metri) che
brandiscono il corso d'acqua e lo invitano a "camminare" dentro
le pareti strette fatto di salti, balzi, risorgenze, meandri e piccoli
gorghi propri della formazione geologica di questo settore dell'appennino
calabrese che caratterizzano e rendono unico questo paesaggio. Un paesaggio
sicuramente da proporre all'UNESCO come patrimonio mondiale dell'umanità.
In questo tratto l'uomo ha cercato di vincere la impervietà dei
luoghi con una serie di manufatti che sono un capolavoro della ingegneria
edile considerando i tempi di esecuzione dei lavori. In primo luogo
la costruzione del Ponte d'Ilice (attualmente ancora diroccato e che
merita essere ricostruito) che consentiva di attraversare il CANYON
nel punto più stretto e più in basso (l'altezza del ponte
dal pelo dell'acqua è di soli 28 metri) della forra per mettere
in comunicazione i due territori limitrofi ma anche le comunità
più lontane come Civita con Alessandria del Carretto oppure San
Paolo Albanese. In secondo luogo il PONTE DEL DIAVOLO,
(Foto)
un capolavoro delle maestranze locali - oggi completamente rifatto a
nuovo, in seguito al crollo del 1998 - che consentiva la comunicazione
con l'alto Jonio cosentino e la Pian di Sibari. Si narra addirittura
che vi passò OTTONE II con i suoi soldati.
La FIUMARA DEL RAGANELLO è invece il classico percorso di deflusso
di un corso d'acqua di provenienza da monti con forte pendenza rispetto
alla lunghezza del fiume; spesso si tratta di ampi alvei fluviali erosi
da forti piene con gran trasporto di materiali ghiaioso. In questi casi
il fiume ha creato veri e spettacolari pareti ad arenaria composita
ricca di colori.
Questi ambienti costituiscono dei rifugi faunistici di notevole importanza.
A partire dalla foce del Raganello dove non è difficile incontrare
fenicotteri, cavalieri d'Italia, gru; mentre risalendo la fiumara si
incontrano aironi cenerini, falchi pescatore e tanti altri animali che
trovano accoglienza e cibo tra i sassi e i pietroni di rotolamento.
Invece, nella parte centrale, all'interno del Canyon del Raganello,
non è difficile vedere librarsi in volo il falco pellegrino,
la poiana o il maestoso grifone da poco reintrodotto attraverso un progetto
del ministero dell'ambiente. La parte alta, invece, è il regno
assoluto dell'aquila reale. Sulla Falconara è consuetudine vedere
librarsi in aria un biancone con un biacco ancorato al becco, pronto
per essere trasferito ai piccoli che aspettano affamati il "pranzo
quotidiano".
La
Flora
Dal punto di vista floristico non si può non considerare l'emblema
del Parco Nazionale del Pollino che cresce anche sulle Timpe: Il Pino
Loricato
IL
PINO LORICATO DEL POLLINO
(Pinus leucodermis Antoine)
Un
Bellissimo esemplare di Pino Loricato
La caratteristica
della corteccia del Pino Loricato "loricato"
(dal
latino lorica, corazza)...
carta
d'identità" del Pino Loricato
Albero:
robusto, con fusto irregolare, alto fino a 30 metri
Chioma:
piramidale, spesso, negli esemplari adulti, ovoide
Corteccia:
formata da grandi placche grigio bianche lunghe dai 5 ai 15 cm e
larghe dai 4 ai 10 cm
Rami:
ricadenti verso il basso quelli inferiori, orizzontali quelli superiori
Aghi:
lunghi fino a 10 cm , riuniti a fascetti di due, rigidi e pungenti,
durano dai 5 ai 6 anni
Strobili
(pigne): in genere solitari o riuniti a due-tre, lunghi 7-8 cm con
squame a scudo
Il pino loricato
albero emblematico di elevato valore bio-geografico e paesaggistico,
simbolo del Parco Nazionali del Pollino è una specie che nell'"immaginario
collettivo" di quanti sono sensibili alle infinite forme della
natura assume i connotati del mito.
Le tante raffigurazioni di questi alberi definiti "giganti"
o "patriarchi" che svettavo sulle creste, o emergono con contorni
sfumati dalle nebbie degli altopiani, hanno contribuito a crearne un'immagine
da cartolina per turisti in cerca di suggestioni. Se fino a non molti
anni fa le descrizioni naturalistiche del massiccio del Pollino definivano
il pino loricato "un vero e proprio fossile vivente, ridotto a
poche migliaia di esemplari" (Farneti et al., 1977) fornendo l'impressione
di trovarsi davanti ad una specie sull'orlo dell'estinzione, le attuali
conoscenze permettono di considerarlo una specie endemica, localmente
abbondante e con una attività e vitalità rigenerativa
mediamente elevata, ma estremamente vulnerabile.
Vittima e protagonista di alterne vicende climatiche e storiche è
in questo periodo in fase di espansione, ma minacciato gravemente dall'antropizzazione
diffusa del territorio e dall'infezione parassitaria degli scolitidi.
Tecnici e silvicultori hanno in varie occasioni sottolineato le interessanti
potenzialità del pino loricato per i rimboschimenti in stazioni
di alta quota, di crinale, su substrati calcarei aridi e rocciosi dove
altre specie di pini montani (es.: Pinus nigra s.l., Pinus laricio)
non danno risultati soddisfacenti.
In realtà, questo albero è talmente legato ai monti dell'Appennino
Calabro-Lucano da diventarne l'elemento simbolico che amplifica il valore
paesaggistico, già molto elevato, del territorio del Parco del
Pollino. Risulta pertanto difficile immaginare questi alberi in contesti
paesaggistici diversi o lontani da quelli nei quali spontaneamente la
specie è presente.
È invece auspicabile e necessario intervenire sulle popolazioni
esistenti per non lasciar distruggere ciò che le epoche passate
ci hanno consegnato operando con tecniche di restauro ambientale laddove
i nuclei di loricato hanno subito danni per incendi o la specie si presenta
in regressione per eccesso di pascolo e per gli attacchi parassitari
dei coleotteri scolitidi. Le attività dell'Ente Parco preposto
alla tutela e alla ottimale gestione delle enormi risorse ambientali
di questo territorio sono in grado di mettere in atto gli strumenti
tecnici e legislativi per garantire la conservazione di questo insostituibile
patrimonio.
Pino Loricato
può essere definito, secondo una espressione darwiniana, 'fossile
vivente', risalente al Cenozoico. Per secoli di questa specie se ne
è ignorata persino l'esistenza: soltanto nel 1864, infatti, essa
venne individuato nell'area balcanica centro-occidentale dal botanico
austriaco Franz Antoine, che la descrisse e classificò con il
nome pinus leucodermis (letteralmente: pino dalla pelle bianca), per
il colore grigio-bianco della corteccia dei rami giovani. In Italia
invece bisogna aspettare il 1905, quando il Pino Loricato venne scoperto
anche sul massiccio calcareo del Pollino (sulla catena dell'Orsomarso
in territorio cosentino ed altresì sul Monte La Spina e nella
Serra di Crispo in territorio lucano), in esito a varie esplorazioni
condotte dal botanico Biagio Longo, a cui si deve anche l'affermazione,
nel linguaggio corrente italiano di 'pino loricato', che porta ad assumere
alla denominazione anche un altro significato; infatti le placche poligonali
ruvide e fessurate presenti nella corteccia degli esemplari adulti del
pino ricordano la 'lorica', una corazza di cuoio guarnita da scaglie
in uso nelle legioni dell'antica Roma
Le notevole altitudine delle vette che ospitano questa conifera (dai
1.893 m del Monte Alpi ai 2.053 m della Serra di Crispo, dai 2.248 m
del Pollino ai 2.267 m del la Serra Dolcedorme, la cima più alta
del Massiccio) lascia intuire che, oltre alla migrazione dai Balcani,
il pino ha anche compiuto una migrazione in senso 'verticale', a causa
della pressione del faggio, più forte e invadente. Sugli Appennini
il Pino Loricato risulta essere l'unico albero che riesce a vegetare
più in alto delle faggete. Anche a causa delle notevoli altitudini,
il Pino loricato presenta forme contorte e tormentate, nonché
processi riproduttivi estremamente faticosi e lenti; la germinazione
del seme abbisogna di due anni, a fronte dei 10-15 giorni occorrenti
ai semi delle altre conifere, e l'accrescimento risulta 6-7 volte più
lento che in altre specie.
Le piante più vecchie presentano un tronco (Foto)
bianchissimo e resinoso, ormai privo delle scaglie sulla corteccia.
La resinosità del legno porta a processi di marcescenza molto
lenti dopo la morte della pianta, con l'ulteriore e suggestivo effetto
di piante non più in vita ma che non crollano al suolo, restando
erette per anni, trasformate in veri monumenti arborei. Il Pino Loricato è un albero tra i più
rari in Italia, nonché il più antico in assoluto. Studi
effettuati nel 1989 hanno dimostrato una età di 963 anni in un
soggetto presente nel versante calabrese del Pollino
ECOLOGIA Pinus leucodermis
Antoine è una specie longeva a crescita piuttosto lenta. Il popolamento
di Serra di Crispo é formato da una ventina di alberi la cui
età media é valutata 222 anni (Avolio, 1997) ed è
segnalata sempre sul massiccio del Pollino, la presenza di un esemplare
di oltre 900 anni (Bavusi A.et al., 1992; Corbetta et al., 1997).
Il fusto si presenta diritto e maestoso, con rami corti e tozzi inseriti
perpendicolarmente che portano una chioma rada con addensamenti irregolari.
Quando l'apice vegetativo del fusto perde la funzionalità per
incidenti dovuti all'ostilità dei fattori ambientali (fulmini,
fuoco, attacchi parassitari), l'accrescimento vegetativo può
passare all'apice dei rami e il portamento dell'albero diviene policormico.
La specie è tipicamente mediterraneo-montana: anche nella germinazione
dei semi si ha l'optimum intorno ai 20° C, ma temperature inferiori
e germinazione precoce sono state messe in relazione con stazioni ad
accentuata aridità estiva (Bernetti G., 1995). Le condizioni
mesoclimatiche non sembrano influenzarne particolarmente la diffusione:
le stazioni occupate dai loricati presentano in comune, oltre l'accentuata
aridità edafica, una notevole umidità atmosferica sotto
forma di correnti umide ascensionali o nebbie persistenti e una quantità
di precipitazioni medie annue sempre maggiori di 900 mm di pioggia.
Le esposizioni prevalenti ricadono nei quadranti occidentali e sud occidentali;
più rare e quasi esclusivamente sulla Montea si rinvengono stazioni
con esposizioni settentrionali e orientali.
Il pino loricato forma popolamenti radi con classi di copertura che
anche nelle stazioni più favorevoli difficilmente superano il
40%. Non entra in competizione con altre specie arboree perchè
occupa una nicchia ecologica molto ben definita: rupi, ghiaioni, versanti
in frana vengono colonizzati e occupati solo da questa specie arborea
che in tutto l'areale mostra un'attiva e vivace rinnovazione proprio
in presenza di tali condizioni ambientali, soprattutto in quei territori
dove la pressione antropica negli ultimi decenni è notevolmente
diminuita. È il caso del popolamento di "Prestieri"
situato a quota 600 m alle pendici sud-occidentali di Monte la Spina
dove il pino loricato mostra il suo comportamento pioniero colonizzando
un conoide detritico (Petillo, 1991).
I loricati non si presentano mai organizzati in bosco, ma crescono isolati
l'uno dall'altro, insediandosi di preferenza sulle creste, sugli affioramenti
rupestri, nei cespuglieti e nelle praterie d'altitudine senza mai arrivare
a sostituirsi o ad escludere le fitoocenosi caratteristiche di questi
ambienti.
La maggior parte dei popolamenti si rinviene nelle praterie aride con
copertura discontinua formate da bromo e sesleria (Seslerio nitidae-Brometum
erecti Bruno 1968) diffuse nel territorio montano del Parco del Pollino
di cui ricoprono estesi versanti ad elevata rocciosità affiorante
fino a 1700-1800 m di quota. Originatesi del contatto avvenuto durante
le glaciazioni del Quaternario tra la vegetazione erbacea mediterraneo-montana
(Brometalia erecti) e le praterie boreali e nord-europee (Sesleretalia
tenuifoliae) (Avena et al., 1974), queste fitocenosi ospitano contemporaneamente
sia specie termoxerofile (es.: Bromus erectus, Carex macrolepis, Thymus
pulegioides, Anthyllis vulneraria, Polygala major, Chamaecytisus subspinescens,
Helianthemum apenninum, Teucrium montanum, ecc.,) che specie tipicamente
d'altitudine (es.: Sesleria nitida, Sesleria tenuifolia, Carex kitaibeliana,
Paronychia kapela, Armeria majellensis, Festuca bosniaca, Edraianthus
graminifolius, Achillea mucronulata, ecc.,) e rappresentano uno degli
aspetti di vegetazione più interessanti e particolari della vegetazione
appenninica.
Sugli affioramenti rupestri il pino loricato si accompagna ad una rada
vegetazione
casmofila di specie endemiche quali Achillea lucana, Saxifraga paniculata,
Saxifraga ligulata (cfr. Saxifrago-Achilletum lucanae Corbetta et Pirone,
1981), mentre sui versanti instabili e detritici convive con le fitocenosi
caratterizzate dai pulvini di Scabiosa crenata (cfr. Saturejo montanae
Brometum erecti scabietosum crenatae Corbetta et Pirone, 1981). Nei
pascoli di quota non è raro incontrare cespugli di ginepro prostrato
(Juniperus emispherica, Juniperus communis) dai quali spuntano giovani
individui di pino loricato. La presenza di ginepri, non appetiti dal
bestiame, favorisce la rinnovazione dei pini offrendo rifugio alle plantule
dal morso e dal calpestio degli animali nonché dagli agenti atmosferici.
CONCLUSIONI
In conclusione Timpe e Gole del Raganello soddisfano più di uno
dei criteri fissati dal Comitato per il Patrimonio dell'Umanità
per la selezione.
a) rappresentano un fenomeno naturale di bellezza e importanza estetica
eccezionale (vd foto )
b) costituiscono uno degli esempi rappresentativi di grandi epoche storiche
a testimonianza della vita o dei processi geologici;
c) costituiscono uno degli esempi eminenti dei processi ecologici e
biologici in corso nell'evoluzione dell'ecosistema;
d) costituiscono la sede di habitat naturali più rappresentativi
e più importanti per la conservazione delle biodiversità,
La Dott.ssa Cinzia LEONE PRESENTA
A TELELIBERA CASSANO IL PROGETTO:
"TIMPE E GOLE DEL RAGANELLO: PATRIMONIO DELL'UMANITA'"
Along
the cliffs of Timpa di S.Lorenzo by
RedAlert