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PROGETTO UNESCO - il 4/01/2011 ore 16 A SAN LORENZO BELLIZZI 1^ CONVEGNO -  INTERVERRANO I QUATTRO SINDACI DEI COMUNI INTERESSATI, VARI POLITICI E DIVERSE AUTORITA'DELLA CALABRIA - PER SAPERE E ESSERE AGGIORNATI RITORNATE A VISITARE IL SITO 

tutto sul Convegno



Timpe e Gole del Raganello: Patrimonio dell'Umanità
Documento ideato da
Luciana FILOMENA, Maria Ernesta LEONE, Vincenzo TARANTINO, Leonardo CAPRARA


Il Parco Nazionale del Pollino, patrimonio di grande valore per la sua meravigliosa natura, è spesso considerato per progetti speculativi, a cui si oppongono decisamente tutte le organizzazioni ambientaliste e le popolazioni locali. Le "Timpe e le Gole del Raganello", situate nella parte Sud-Orientale del Parco, appaiono come un gioiello di enorme importanza per i molteplici, sorprendenti aspetti geologici, morfologici, faunistici e per la meravigliosa flora. Quello che colpisce di più è l'aspetto architettonico delle grandi masse calcaree: la vista, nel suo complesso, fa restare senza fiato! Crea emozioni profonde per la sorprendente bellezza e grandiosità, a cui si aggiunge la fortissima sensazione nell'immaginare le possenti forze della natura che hanno portato al grande sollevamento di queste enormi montagne rocciose dai riflessi argentei, con pendenze di 70-70 gradi! Le"Gole" hanno profondamente inciso tale meraviglioso complesso; esse sono caratterizzate da una misteriosa, selvaggia, incontaminata bellezza, percorsa dal Torrente Raganello, con alcuni tratti a volte difficili da percorrere. Le Gole del Raganello sono già una grande attrazione per molti escursionisti.
Per preservare queste straordinarie meraviglie della Natura e perché restino intatte, non solo per noi ma anche per le future generazioni, è nato spontaneo su Face book un movimento per chiedere che l'UNESCO riconosca le "TIMPE E LE GOLE DEL RAGANELLO: PATRIMONIO DELL'UMANITÁ". A tale scopo stiamo raccogliendo le migliaia di adesioni necessarie per avanzare la nostra richiesta a tale organismo internazionale. Chiediamo gentilmente la tua adesione cliccando http://www.facebook.com/#!/group.php?gid=102182166493236 Fotografie e video sono visibili: http://www.sanlorenzobellizzi.org/



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San Lorenzo Bellizzi
Civita
Cerchiara Di Calabria
Francavilla Marittima

INTRODUZIONE

Quella di Sito Patrimonio dell'Umanità è la denominazione ufficiale delle aree registrate nella Lista del Patrimonio dell'Umanità, o nella sua accezione inglese World Heritage
List, della Convenzione sul Patrimonio dell'Umanità.La Convenzione sul Patrimonio dell'Umanità, adottata dalla Conferenza generale, dell'UNESCO il 16 novembre 1972,
ha lo scopo di identificare e mantenere la lista di quei siti che rappresentano delle particolarità di eccezionale importanza da un punto di vista culturale o naturale.
Il Comitato della Convenzione, chiamato Comitato per il Patrimonio dell'Umanità, ha sviluppato dei criteri precisi per l'inclusione dei siti nella lista.
Secondo l'ultimo aggiornamento effettuato nella riunione del Comitato per il Patrimonio dell'Umanità a Siviglia il 30 giugno 2009, la lista è composta da un totale di 890 siti
(di cui 689 beni culturali, 176 naturali e 25 misti) presenti in 148 Nazioni del mondo
Attualmente l'Italia è la nazione a detenere il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell'umanità (45 siti), seguita dalla Spagna (42 siti) e dalla Cina (40 siti).
Per essere inclusi nella lista del Patrimonio dell'Umanità i siti devono avere valori di universalità, unicità ed insostituibilità (nel caso andassero perduti) e devono soddisfare
almeno uno dei criteri fissati dal Comitato per il Patrimonio dell'Umanità per la selezione.
Fino al 2004 i criteri erano solo sei in ambito culturale e quattro in ambito naturalistico. Dal 2005 esiste un insieme di 10 criteri (Si veda Tab. 1). I Siti Italiani riconosciuti come
Siti Patrimonio dell'Umanità nel 2010 sono attualmente 45 (Si veda Tab. 2)

Tabella 1 - criteri fissati dal Comitato per il Patrimonio dell'Umanità per la selezione
dei Sitideputati ad essere Patrimonio dell'Umanità.


Criteri di selezione UNESCO



I
rappresentare un capolavoro del genio creativo umano
II
testimoniare un cambiamento considerevole culturale in un dato periodo sia in campo archeologico sia architettonico sia della tecnologia, artistico o paesaggistico
III
apportare una testimonianza unica o eccezionale su una tradizione culturale o della civiltà
IV
offrire un esempio eminente di un tipo di costruzione architettonica o del paesaggio o tecnologico illustrante uno dei periodi della storia umana
V
essere un esempio eminente dell'interazione umana con l'ambiente
VI
essere direttamente associato ad avvenimenti legati a idee, credenze o opere artistiche e letterarie aventi un significato universale eccezionale (possibilmente in associazione ad altri punti)
VII
rappresentare dei fenomeni naturali o atmosfere di una bellezza naturale e di una importanza estetica eccezionale
VIII
essere uno degli esempi rappresentativi di grandi epoche storiche a testimonianza della vita o dei processi geologici
IX
essere uno degli esempi eminenti dei processi ecologici e biologici in corso nell'evoluzione dell'ecosistema
X
contenere gli habitat naturali più rappresentativi e più importanti per la conservazione delle biodiversità, compresi gli spazi minacciati aventi un particolare valore universale eccezionale dal punto di vista della scienza e della conservazione

Tabella 2 a - Siti Italiani riconosciuti come Siti Patrimonio dell'Umanità


SITI Patrimonio dell'Umanità in Italia



1
Incisioni rupestri della Valcamonica (1979)
2
Chiesa e convento domenicano di Santa Maria delle Grazie con L'ultima cena di Leonardo da Vinci, Milano (1980)
3
Centro storico di Roma, le proprietà extraterritoriali della Santa Sede nella città e la Basilica di San Paolo fuori le mura (1980 -1990) ,Estensione del patrimonio di Roma ai beni compresi entro le mura di Urbano VIII (1990)
4
Centro storico di Firenze (1982)
5
Piazza del Duomo di Pisa (1987)
6
Venezia e la sua Laguna (1987)
7
Centro storico di San Gimignano (1990)
8
Sassi di Matera (1993)
9
Città di Vicenza e le Ville palladiane del Veneto (1994 - 1996)
10
Centro storico di Siena (1995)
11
Centro storico di Napoli (1995)
12
Crespi d'Adda (1995)
13
Ferrara città del Rinascimento e delta del Po con le delizie estensi (1995 - 1999)
14
Castel del Monte (1996)
15
Trulli di Alberobello (1996)
16
Monumenti paleocristiani di Ravenna (1996)
17
Centro storico della città di Piacenza (1996)
18
Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta, con il Parco, l'Acquedotto Carolino e il complesso di San Leucio (1997)
19
Residenze sabaude di Torino e dintorni (1997)
20
Orto botanico di Padova (1997)
21
Duomo, Torre Civica e Piazza Grande di Modena (1997)
22
Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata (1997)
23
Villa romana del Casale, presso Piazza Armerina (1997)
24
Su Nuraxi di Barumini (1997)
25
Portovenere, le Cinque Terre e le isole di Palmaria, Tino e Tinetto (1997)
26
Costiera amalfitana (1997)
27
Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento (1997
28
Area archeologica e Basilica patriarcale di Aquileia (1997)
29
Centro storico di Urbino (1998)
30
Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano con il sito archeologico di Paestum e Velia, Roscigno Vecchia e la Certosa di Padula (1998)
31
Città di Verona (2000)
32
Isole Eolie (2000)
33
Villa Adriana a Tivoli (1998)
34
Assisi, la Basilica di San Francesco e altri siti francescani (2000)
35
Villa d'Este a Tivoli (2001)
36
Città tardo barocche della Val di Noto (Sicilia sud-orientale) (2002)
37
Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia (2003)
38
Necropoli etrusche di Cerveteri e Tarquinia (2004)
39
Val d'Orcia (Siena) (2004)
40
Città di Siracusa e la necropoli di Pantalica (2005
41
Le Strade Nuove e i Palazzi dei Rolli di Genova (2006)
42
Mantova e Sabbioneta (2008)
43
Ferrovia retica nel paesaggio dell'Albula e del Bernina (2008)
44
Dolomiti (2009)
45
Dieta Mediterranea (2010)

linea bleu

Procedura per le candidature
Gli Stati, partecipi della Convenzione, compilano ogni 5 anni un Elenco propositivo di Siti sulla base delle domande inoltrate dalle Amministrazioni competenti nella gestione del Sito.
Un Gruppo di lavoro interministeriale è incaricato di valutare le diverse proposte pervenute, che vengono quindi presentate dal Ministero Beni culturali al Comitato per il patrimonio mondiale che si riunisce una volta l’anno. Se le candidature proposte rispettano i criteri fissati dalla Convenzione, sono sottoposte, nel caso di Siti del patrimonio naturale, all’esame del World Conservation Union (IUCN) che presenta una relazione al Comitato per il patrimonio mondiale.
Il rapporto del Comitato per il patrimonio mondiale include la decisione, i criteri su cui si fonda l’iscrizione del Sito e ogni raccomandazione che il Comitato ritiene opportuna. Dal 2002 è stato fissato il numero massimo di 30 nuove iscrizioni l’anno, di cui il 50% è riservato ai Paesi finora non rappresentati.

Avvio della candidatura Dolomiti 15 dicembre 2004
il Ministero Beni culturali convoca un incontro con i rappresentanti delle Regioni Friuli Venezia-Giulia,
Lombardia, Veneto, delle Province di Belluno, Brescia, Udine e delle Province Autonome di Bolzano e di Trento nonché con i direttori generali del Ministero dell’Ambiente oggetto dell’incontro è la proposta del Governo di avanzare la candidatura delle Dolomiti, come bene naturale della Lista del Patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO, da inserire in un più ampio progetto riguardante l’area alpina

9 marzo 2005
la Provincia di Belluno, la Provincia di Pordenone,
la Provincia di Udine,
la Provincia Autonoma di Bolzano e
la Provincia Autonoma di Trento
formalizzano l’adesione al progetto di candidatura delle Dolomiti per l’iscrizione nell’Elenco del patrimonio mondiale

Art. 2 “Patrimonio naturale”
monumenti naturali costituiti da formazioni fisiche e biologiche o da gruppi di tali formazioni di valore universale eccezionale dall’aspetto estetico o scientifico

Gruppo di lavoro
(conchiuso della Giunta provinciale dd. 23 dicembre 2004)
Dipartimento Urbanistica e Ambiente (coordinamento)
Dipartimento Beni e Attività culturali
Dipartimento Protezione civile e tutela del territorio
Dipartimento Risorse forestali e montane
Dipartimento Turismo, Commercio e promozione dei prodotti trentini
Servizio Foreste e fauna
Servizio Geologico
Servizio Urbanistica e tutela del paesaggio

Contenuti della scheda ricognitiva
predisposta dal Ministero Beni culturali
Ente proponente:
Data:
Nome del bene:
Posizione geografica (allegare cartografia in scala 1:25.000 con perimetrazione aree da iscrivere e
perimetrazione aree-tampone):

Regione:
Provincia:
Descrizione:
Giustificazione del valore universale:
Criteri soddisfatti:
Garanzia di autenticità e di integrità (indicare la normativa di tutela vigente sull’area):
Confronto con altri beni similari (confronto con altre aree anche fuori dalle Alpi):

Le Dolomiti
Nell’immaginario collettivo le Dolomiti sono considerate come un grande monumentogeologico.
Torri, guglie, creste e pinnacoli di rocce grigie e bianche, che all’imbrunire mostrano il fenomeno
dell’”enrosadira”, sono gli elementi principali di un patrimonio unico

Il paesaggio delle Dolomiti
_ Forme
Forme
_ Luci
_ Colori
_ Insediamenti

individuazione geografica: Trentino - Alto Adige - Belluno
individuazione storica: valli ladine di Fassa e Gardena, Dolomiti di Brenta, Dolomiti Bellunesi, Piccole Dolomiti veronesi-vicentine (gruppo del Carega)
individuazione litologica: rocce dolomitiche in senso lato
Criterio primario per l’individuazione: geologico
_ litologia: Dolomia Principale (es. Gruppo del Brenta, Tre Cime di Lavaredo), formazioni dolomitiche ladiniche (es. Dolomiti di Fassa, Pale di S. Martino)
_ genesi: ambiente di formazione tipico degli attuali mari tropicali, caratterizzati da mare aperto,
formazione di ampie barriere coralline e atolli, piane tidali

Ulteriori criteri:
geomorfologico
pareti rocciose verticali di colore biancastro con ampie rampe ghiaiose alla base, sviluppo di guglie appuntite e fenomeni marcati di erosione
altimetrico-climatico
fascia di individuazione che si sviluppa da 2000 m s.l.m. in modo variabile secondo l’assetto dei versanti (clima, orientamento)
paesaggistico
imponenza delle forme, alternanza di luci e colori nel corso del giorno; unitarietà morfologica

La regione Dolomitica
La linea della Pusteria a nord, la linea delle Giudicarie a ovest e la pianura veneta a sud-est (tra “l’Isarco e il Piave” precisa il lavoro condotto sulle Dolomiti da Piero Leonardi per il CNR e la PAT nel 1967) delimitano la regione Dolomitica, un’area geografica nella quale sono ricomprese le Dolomiti propriamente dette (es.
Dolomiti di Fassa) e i massicci dolomitici del gruppo di Brenta e delle Piccole Dolomiti

La geologia delle
Dolomiti
Le Dolomiti si possono considerare come un’unità geologica, omogenea per caratteri geologici, litologici e geomorfologici.

L’evoluzione geologica delle
Dolomiti
Una particolare storia genetica ed evolutiva ha creato un paesaggio unico: formazione delle rocce dolomitiche (litogenesi) – periodo Triassico (250-200 milioni di anni fa)  formazione delle Dolomiti (orogenesi alpina) – periodo Eocene (40-50 milioni di anni fa) modellazione del paesaggio dolomitico (morfogenesi) –
negli ultimi 2 milioni di anni per effetto di una erosione selettiva si crea l’attuale aspetto morfologico delle Dolomiti

Dolomia e Dolomiti
La Dolomia ha dato il nome alle Dolomiti, pur non essendo l’unica roccia che le compone. Il paesaggio
dolomitico è in generale caratterizzato da rocce di varia natura, fra cui calcari (a Marmolada è ad esempio
costituita da calcari, il Calcare della Marmolada) e rocce vulcaniche, e di diversa resistenza all’erosione.
Proprio questa intima aggregazione di rocce sedimentarie e vulcaniche è un elemento di unicità
geologica delle Dolomiti.

 

Genesi delle rocce dolomitiche 1 (Ladiniche)
processo di accrescimento delle scogliere
Ladiniche
dolomitiche genesi delle rocce e Genesi delle rocce vulcaniche

 

Genesi delle rocce dolomitiche 2 (Noriche)
processo di accrescimento delle piattaforme tidaliche Noriche (es. gruppo di Brenta,
gruppo del Sella)
Il processo di erosione selettiva nella formazione delle Dolomiti
Le rocce che costituiscono i rilievi dolomitici sono tra loro di natura differente e gli agenti del modellamento
(neve, acqua, ghiaccio) scolpiscono su di esse versanti a diversa acclività.
La tozza forma del Sasso Piatto (1) contrasta con la verticale bastionata del Gruppo del Sella (2), interrotta verso la sommità da una regolare cengia suborizzontale (3) che, a sua volta, modifica la verticalità della parete tramutandola in un corto versante inclinato, sormontato da un'altra superficie subverticale (4).
Ai piedi dei rilievi si estende un'ampia superficie a morfologia molto dolce (5) ricoperta da pascoli.
La diversa erodibilità delle rocce in questione è la causa di questo articolato e spettacolare paesaggio.
1) Dolomia dello Sciliar;
2) Dolomia Cassiana;
3) fitta alternanza di terreni marnosi e
argillosi della Formazione di Raibl;
4) Dolomia Principale;
5) detriti fini vulcanoclastici degli strati di La Valle e della Formazione di S. Cassiano.

Le Dolomiti e i geositi
I geositi sono luoghi che testimoniano in modo significativo l’evoluzione della crosta terrestre o l’influenza che questa ha avuto nello sviluppo della vita. Includono affioramenti di rocce, suoli, fluidi, minerali e fossili, particolari forme del paesaggio, fenomeni naturali e i luoghi dove l’uomo ha utilizzato le risorsenaturali.
Questi siti sono dunque contraddistinti da particolare significato per esemplarità, unicità e bellezza, interesse scientifico e didattico.
Le Dolomiti sono estremarmente ricche di geositi, proprio per la loro peculiare storia genetica ed evolutiva.
Da circa 200 anni sono considerate uno dei territori geograficamente più rappresentativi del nostro pianeta. L'essere una delle catene più studiate al mondo non è solo legato alla loro affascinante bellezza ma anche ai complessi processi geologici che ne hanno determinato la formazione.
Deserti, mari tropicali, vulcani e sollevamenti hanno contribuito alla loro genesi e le tracce dei paesaggi così diversi da quello attuale sono chiaramente leggibili attraverso la successione stratigrafica o il
profilo che fotografa uno dei vari momenti evolutivi della catena dolomitica.

Cenni bibliografici sulle Dolomiti
_ Avanzini M., Wachtler M. (1999) - Dolomiti. La storia di una scoperta. Athesia, Bolzano.
_ Baccarin A. et alii (1998) - Il sentiero naturalistico-glaciologico dell'Antelao. C.A.I. Comitato Scientifico Veneto
Friulano Giuliano. Cooperativa Tipografica, Padova.
_ Bonapace U. et alii (1989) - Itinerario n. 2, Cortina, Fraina, Costalaresc, Passo Tre Croci. Itinerario n. 3,
Rifugio Dibona, Forcella Col dei Boss, val Travenanzes, Fiammes. Guide naturalistiche delle Dolomiti venete
n. 2. A.P.T. Cortina. Ed. Dolomiti, Belluno.
_ Bosellini A. (1996) - Geologia delle Dolomiti. Athesia, Bolzano.
_ Bosellini A. et alii (1988) - Introduzione all'ambiente naturale e itinerario n. 1, Passo Giau, Mondeval, Croda da
Lago, Cortina. Guide naturalistiche delle Dolomiti Venete n. 1. A.P.T. Cortina. Ed. Dolomiti, Belluno.
_ Carton A., De' Luigi E. (1980) - S. Pellegrino, Monzoni, S. Nicolò. Itinerari naturalistici e geografici attraverso le montagne italiane. C.A.I. Comitato Scientifico. Arti Grafiche Tamari, Bologna.
_ Comunità Montana Agordina (1990) - Le Dolomiti. Un patrimonio da tutelare ed amministare. Faggionato,
Treviso.
_ Doglioni C., Lasen C. (1985) - Il sentiero geologico di Arabba. Itinerari naturalistici e geografici attraverso le
montagne italiane. C.A.I. Comitato Scientifico. Arti Grafiche Tamari, Bologna.
_ Langes G. (1981) - La guerra fra rocce e ghiacci. Athesia, Bolzano.
_ Leonardi P. (1967) – Le Dolomiti. Geologia dei monti tra Isarco e Piave, Consiglio Nazionale delle Ricerche  Giunta Provinciale di Trento.
_ Poli G. a cura di (1999) - Geositi testimoni del tempo. Fondamenti per la conservazione del patrimonio
geologico. Regione Emilia Romagna. Pendagron ed., Bologna.
 Sommavilla E. (1979) - Il sentiero geologico nelle Dolomiti. Itinerari naturalistici e geografici attraverso le
montagne italiane. C.A.I. Comitato Scientifico. Arti Grafiche Tamari, Bologna.
_ Valcanover A., De Florian T. (1981) - Guida dei sentieri e rifugi. Trentino orientale. Società degli Alpinisti
Tridentini. Temi, Trento.
Wachtler M. (2004), Dolomiti tesori di cristallo, Athesia, Bolzano.
_ Wolf. C.F. (1977) - L'anima delle Dolomiti. Cappelli Ed. Bologna.
_ Wolf. C.F. (1982) - I Monti Pallidi. Cappelli Ed. Bologna.

Verifiche territoriali 1.
Distribuzione dei “gruppi
montuosi dolomitici”
definizione geografica dei gruppi montuosi dolomitici attraverso i limiti fisici (versanti, valli)

Verifiche territoriali 2.
Distribuzione degli affioramenti rocciosi
e delle aree protette nei “gruppi
dolomitici”
Perimetri delle compagini rocciose affioranti (“rocce nude”), nei “gruppi dolomitici”, rilevati nella carta
dell’uso del suolo reale della PAT
Perimetri delle compagini rocciose affioranti (“rocce nude”), nei “gruppi dolomitici”, rilevati nella carta
dell’uso del suolo reale della PAT, con sovrapposizione dei perimetri dei SIC

Verifiche territoriali 3.
Distribuzione degli
affioramenti rocciosi e delle
aree protette nei “gruppi
dolomitici”
Individuazione delle aree a maggiore “densità
dolomitica” attraverso la sovrapposizione di:
_ perimetri dei SIC
_ perimetri delle compagini rocciose affioranti (“rocce nude”) nella carta dell’uso del suolo
reale della PAT
_ perimetri delle aree tutelate a parco naturale dalle Province limitrofe

Provincia Autonoma di Trento
Siti selezionati per la candidatura Dolomiti
Catinaccio – Val Duron
(connessione con Parco Sciliar-Rosengarten, proposto come bene dalla Provincia Autonoma di Bolzano)
Latemar
(connessione con la proposta della Provincia Autonoma di Bolzano)
Dolomiti di Brenta
Marmolada
(connessione con la proposta della Provincia di Belluno)
Pale di San Martino
(connessione con la proposta della Provincia di Belluno)
Vette Feltrine
(connessione con Parco delle Dolomiti Bellunesi, proposto come bene dalla Provincia di Belluno)
Piccole Dolomiti Norme di riferimento nella Provincia
Autonoma di Trento per la tutela delle
aree protette nei “gruppi dolomitici”
Disciplina dei Parchi naturali
_ L.P. 12 settembre 1967, n. 7 Approvazione del piano urbanistico provinciale
_ L.P. 9 novembre 1987, n. 26 Approvazione del piano urbanistico provinciale
_ L.P. 6 maggio 1988, n. 18 Ordinamento dei parchi naturali
_ L.P. 5 settembre 1991, n. 22 Ordinamento urbanistico e tutela del territorio
Disciplina dei SIC
_ Dir. 92/43/CEE, 21 maggio 1992
Direttiva del Consiglio relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche
_ L.P. 15 dicembre 2004, n. 10
Disposizioni in materia di urbanistica, tutela dell’ambiente, acque pubbliche, trasporti, servizio antincendi, lavori pubblici e caccia
Disciplina di settore per le aree di interesse naturalistico
_ Dir. 79/409/CEE, 2 aprile 1979
Direttiva del Consiglio concernente la conservazione degli uccelli selvatici
_ L.P. 25 luglio 1973, n. 17 e s.m.
Protezione della flora alpina
_ L.P. 9 dicembre 1991, n. 24
Norme per la protezione della fauna selvatica e per l’esercizio della caccia
_ L.P. 25 luglio 1973, n. 16
Norme per la tutela di alcune specie della fauna inferiore
_ L.P. 12 dicembre 1978, n. 60
Norme per l’esercizio della pesca nella provincia di Trento
_ L.P. 6 agosto 1991, n. 16
Disciplina della raccolta dei funghi
_ L.P. 31 ottobre 1983, n. 37
Protezione del patrimonio mineralogico, paleontologico e carsico
_ L.P. 12 agosto 1996, n. 5
Disciplina per la tutela dell’ambiente in relazione all’esercizio di aeromobili
_ L.P. 23 novembre 1978, n. 48
Provvedimenti per il potenziamento delle aree forestali e delle loro risorse

Norme di riferimento nella Provincia
Autonoma di Trento per la tutela delle
aree protette nei “gruppi dolomitici”

Elementi per l’individuazione dei
perimetri dei beni e delle aree-tampone
_ Perimetri delle compagini rocciose affioranti (“rocce nude”) nella carta dell’uso del suolo reale della PAT
_ Elementi, valori naturalistici e perimetri dei SIC
_ Fotointerpretazione attraverso la carta geologica e l’ortofotocarta della PAT per l’individuazione delle aree a
maggiore “densità dolomitica”
_ Individuazione dei geositi, siti significativi dell’evoluzione della crosta terrestre e di particolare valenza scientifica e didattica nelle scienze della terra (censimento del Servizio Geologico della PAT)
_ Destinazioni urbanistiche dei piani vigenti attraverso la cartan dell’uso del suolo pianificato della PAT
_ Individuazione dei “boschi di protezione” e dei “boschi di produzione” nei piani di assestamento forestali della PAT
_ Elementi paesaggistici dei Criteri di tutela ambientale del Piano urbanistico provinciale

Verifiche territoriali per
l’individuazione dei perimetri
dei beni e delle aree-tampone:
Elementi per la
fotointerpretazione
degli affioramenti rocciosi nel
“gruppo dolomitico” Pale di
San Martino
Individuazione delle aree a maggiore “densità dolomitica” attraverso la sovrapposizione di:
_ perimetri dei SIC
_ perimetri delle compagini rocciose affioranti (“rocce nude”) nella carta dell’uso del suolo reale della PAT
_ ortofotocarta della PAT
_ carta tecnica della PAT

Verifiche territoriali per
l’individuazione dei perimetri
dei beni e delle aree-tampone:
Elementi dei piani di
assestamento forestale
rispetto al SIC Dolomiti di
Brenta
_ Individuazione “boschi di produzione” e boschi di protezione

Elementi forestali per misurare
la qualità e l’importanza degli
ambienti naturali dolomitici
_ pareti dolomitiche con flora e fauna rupestri e cenge boscate ad
elevata naturalità
_ vegetazione pioniera dei detriti di falda instabili e delle pendici
rocciose consolidate
_ ecosistema forestale evoluto (abete rosso e larice)
_ mugheta primaria di nsolidamento delle pendici
detritiche
_ caratteristici nuclei arborei pionieri a prevalenza di larice e pino silvestre su grandi massi

 

UNESCO Patrimonio mondiale dell’umanità Dolomiti
Elementi per misurare la qualità
e l’importanza degli ambienti
naturali dolomitici
_ Pascoli alpestri e praterie alpine con formazioni rade di conifere ed estese aree a “nardeto ricco di specie” (tipologia vegetazionale compresa negli elenchi di Natura 2000);
_ Formazioni di arbusti subalpini (rododendri e mirtilli);
_ Cembrete e lariceti del limite superiore della vegetazione arborea habitat ideale del camoscio;
_ Mugheta impenetrabile delle pendici termofile con sorbo degli
uccellatori e larice (habitat prioritario Natura 2000).

Elementi per misurare la qualità
e l’importanza degli ambienti
naturali dolomitici
Lariceti primari ed esemplari di pino cembro su substrato
Dolomitico
Ambienti ripariali dei torrenti alpini e mughete primarie delle pendici detritiche (Natura 2000)
Vegetazione pioniera dei detriti di falda instabili e delle pendici rocciose consolidate

Elementi paesaggistici per misurare
la qualità e l’importanza degli
ambienti naturali dolomitici
_ Unitarietà morfologica e vegetazionale rispetto al sito
_ Unitarietà visiva rispetto al sito
_ Vette e crinali emergenti
_ Condizioni di naturalità _ Paesaggi naturali rappresentativi

Dolomiti di Brenta
disciplina di tutela esistente:
Piano del Parco Naturale Adamello-Brenta Direttiva 92/43/CEE, L.P. n. 10/2004: SIC Brenta,
SIC Val di Tovel L.P. n. 22/91: area tutela ambientale PUP
Comuni interessati:
Andalo, Bleggio Inferiore, Campodenno, Cavedago, Dorsino, Molveno, Ragoli, Pinzolo, San Lorenzo
in Banale, Spormaggiore, Sporminore, Stenico, Tuenno
superficie:
Bene: 9.239,35 ha Area-tampone: 6097,70 ha
disciplina di tutela esistente:
Direttiva 92/43/CEE, L.P. n. 10/2004: SIC Latemar L.P. n. 22/91: area tutela ambientale PUP
Comuni interessati:
Moena, Predazzo, Vigo di Fassa
superficie:
Bene: 715,73 ha Area-tampone: 616,13 ha

disciplina di tutela esistente:
Direttiva 92/43/CEE, L.P. n. 10/2004: SIC
Val Duron
L.P. n. 22/91: area tutela ambientale PUP connessione con il Parco Naturale Sciliar
Rosengarten (Provincia Autonoma di Bolzano)
Comuni interessati:
Campitello di Fassa, Mazzin,Pozza di Fassa,
Vigo di Fassa
superficie:
Bene: 1.624,28 ha Area-tampone: 1458,20 ha

Marmolada
disciplina di tutela esistente:
Direttiva 92/43/CEE, L.P. n. 10/2004: SIC Marmolada
L.P. n. 22/91: area tutela ambientale PUP
Comuni interessati:
Canazei, Pozza di Fassa, Soraga
Superficie:
Bene: 476,97 haArea-tampone: 922,13 ha

Pale di S. Martino
disciplina di tutela esistente:
Piano del Parco Naturale Paneveggio-Pale di
San Martino
Direttiva 92/43/CEE, L.P. n. 10/2004: SIC
Pale di S. Martino, SIC Val Venegia
L.P. n. 22/91: area tutela ambientale PUP
Comuni interessati:
Siror, Tonadico, Sagron-Mis
Superficie:
Bene: 2.803,65 ha
Area-tampone: 2.108,86 ha

Vette Feltrine
disciplina di tutela esistente:
Direttiva 92/43/CEE, L.P. n. 10/2004: SIC
Vette Feltrine
L.P. n. 22/91: area tutela ambientale PUP
connessione con il Parco Nazionale
delle Dolomiti Bellunesi (Regione Veneto)
Comuni interessati:
Imer, Mezzano, Tonadico, Siror, Sagron-Mis
Superficie:
Bene: 706,00 ha
Area-tampone: 999,12 ha

Piccole Dolomiti
disciplina di tutela esistente:
Direttiva 92/43/CEE, L.P. n. 10/2004: SIC
Piccole Dolomiti, SIC Campobrun,
L.P. n. 22/91: area tutela ambientale PUP
connessione con il Parco Naturale Regionale
della Lessinia (Regione Veneto)
Comuni interessati:
Ala, Vallarsa
Superficie:
Bene: 330,61 ha Provincia Autonoma di Trento DOLOMITI - Patrimonio mondiale dell’umanità

UNESCO Patrimonio mondiale dell’umanità Dolomiti
Comuni interessati
1. Ala - Piccole Dolomiti
2. Andalo - Brenta
3. Bleggio Inferiore - Brenta
4. Campodenno – Brenta
5. Campitello di Fassa – Catinaccio-Val Duron
6. Canazei - Marmolada
7. Cavedago - Brenta
8. Dorsino - Brenta
9. Imer – Vette Feltrine
10. Mazzin – Catinaccio-Val Duron
11. Mezzano – Vette Feltrine
12. Moena - Latemar
13. Molveno – Brenta
14. Pozza di Fassa – Catinaccio-Val Duron; Marmolada
15. Predazzo - Latemar
16. Ragoli – Brenta
17. Pinzolo - Brenta
18. Sagron - Mis – Pale S. Martino; Vette Feltrine
19. San Lorenzo in Banale - Brenta
20. Siror – Pale S. Martino
21. Soraga - Marmolada
22. Spormaggiore – Brenta
23. Sporminore – Brenta
24. Stenico – Brenta
25. Tonadico – Pale S. Martino; Vette Feltrine
26. Transacqua – Vette Feltrine
27. Tuenno – Brenta
28. Vallarsa – Piccole Dolomiti
29. Vigo di Fassa – Latemar; Catinaccio-Val Duron

Superfici beni (+ aree tampone) proposti
Brenta 9.239,35 ha + 6.097,70 ha
Latemar 715,73 ha + 616,13 ha
Catinaccio-Val Duron 1.624,28 ha + 1.458,20 ha
Marmolada 476,97 ha + 922,13 ha
Pale di San Martino 2.803,65 ha + 2.108,86 ha
Vette Feltrine 706,00 ha + 999,12 ha
Piccole Dolomiti 330,61 ha + 491,06 ha
Totale beni 15.896,59 ha + 12.693,20 ha
Totale beni + aree tampone 28.589,80 ha
Dolomiti di Brenta
Area-tampone: 491,06 ha

 

Presentazione della proposta di candidatura e confronti con
gli organi istituzionali e con gli Enti locali
_ 14 febbraio 2005: Trento, Palazzo Trentini, presentazione alla III Commissione permanente del Consiglio provinciale
_ 14 febbraio 2005: Trento, Palazzo della Provincia Autonoma di Trento, presentazione al Consorzio dei Comuni e agli Enti
Parco Naturale Adamello-Brenta e Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino
_ 3 marzo 2005: Trento, Palazzo della Provincia Autonoma di Trento, presentazione e confronto con i Comuni territorialmente
interessati
_ 30 marzo 2005: Trento, Assessorato all’Urbanistica e ambiente, incontro con l’assessore all’Ambiente della Provincia Autonoma di Bolzano per la verifica dei perimetri dei beni comuni (Latemar, Catinaccio-Val Duron)
_ 20 aprile 2005: Belluno, Palazzo della Provincia di Belluno, incontro con l’assessore al Turismo della Provincia di Belluno per la verifica dei perimetri dei beni comuni (Marmolada, Pale di San Martino, Vette Feltrine)

Incontri di verifica del progetto con i funzionari ministeriali a Roma e con
il gruppo di lavoro a Belluno per la predisposizione del dossier di candidatura
_ 15 dicembre 2004: Roma, Ministero Beni culturali
_ 25 gennaio 2005: Roma, Ministero Beni culturali
_ 9 marzo 2005: Roma, Ministero Beni culturali
_ 21 marzo 2005: Belluno, Provincia di Belluno
_ 2 maggio 2005: Belluno, Provincia di Belluno
_ 23 maggio 2005: Roma, Ministero dell’Ambiente
_ 27-28 giugno 2005: Belluno, Provincia di Belluno
_ 28 luglio 2005: Belluno, Provincia di Belluno
_ 5 settembre 2005: Trento, Provincia Autonoma di Trento

Lavoro di elaborazione del dossier di candidatura
_ Approvazione del protocollo d’intesa fra le Province di Bolzano, Belluno, Pordenone, Trento, Udine (delibera della Giunta
provinciale di Trento n. 1224 dd. 10 giugno 2005) per l’affidamento dell’incarico a quattro professionisti esperti
_ prof. Piero Gianolla, docente di Geologia all’Università di Ferrara
_ prof. Franco Viola, docente di Ecologia all’Università di Padova
_ dott. Cesare Lasen, esperto di Scienze forestali
_ dott. Michele Cassol, esperto di Biologia
_ Affidamento ai consulenti (prof. Gianolla, prof. Viola, dott. Lasen, dott. Cassol) dell’incarico di redazione del dossier di
candidatura e di elaborazione del relativo piano di gestione (delibera della Giunta provinciale n. 1436 dd. 8 luglio 2005)
_ Raccolta ed elaborazione dei dati finalizzati agli approfondimenti disciplinari da parte degli esperti incaricati, sotto il coordinamento del Dipartimento Urbanistica e ambiente e con il contributo di:
_ Dipartimento Agricoltura e alimentazione
_ Dipartimento Beni e attività culturali
_ Dipartimento Protezione civile e tutela del territorio
_ Dipartimento Risorse forestali e montane
_ Dipartimento Turismo, commercio e promozione dei prodotti trentini
_ Servizio Foreste e fauna
_ Servizio Geologico
_ Servizio Parchi e conservazione della natura
_ Servizio Statistica
_ Servizio Turismo
_ Servizio Urbanistica e tutela del paesaggio
_ Soprintendenza per i beni architettonici
_ Soprintendenza per i beni storico-artistici
_ Soprintendenza per i beni archeologici
_ Soprintendenza per i beni librari e archivistici
_ Museo Tridentino di Scienze Naturali
_ Ente Parco Naturale Adamello-Brenta
_ Ente Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino

Sommario del dossier di candidatura
1. Introduzione. Il significato del bene
2. Identificazione del bene (Stato, Regione, Provincia, denominazione, localizzazione, coordinate, cartografie, superficie complessiva e di ogni parte, superficie area tampone, superficie core area)
3. Descrizione del bene
Storia ed evoluzione del paesaggio dolomitico
Assetti fisici (paesaggistici, climatologici, geologici, geomorfologici ed altro)
Assetti naturalistici (floristici, vegetazionali, faunistici, ecosistemici ed altro)
Dinamismo della vegetazione e degli ecosistemi, vulnerabilità delle componenti e minacce
Aspetti archeologici e storici inerenti l’occupazione umana dell’area del bene
Usi attuali delle risorse (selvicoltura, pastorizia, caccia, pesca, turismo)
Aspetti storici dell’escursionismo e dell’alpinismo
4. Stato attuale di conservazione
Piani o altri sistemi di salvaguardia che attualmente si applicano al bene (regime di SIC, ZPS, parco, biotopo)
Piani urbanistici (PUP, PRG) vigenti sull’area
5. Fattori di possibile alterazione del bene
Azioni e attività che possono alterare lo stato di conservazione del bene
Cambiamenti ambientali in atto (naturali, connessi con attività antropiche)
7. Giustificazione della candidatura
Criteri adottati per la dichiarazione di eccezionale valore universale del bene
Elenco analitico dei caratteri del bene che hanno valore eccezionale
Analisi comparativa con altri beni (a livello mondiale e locale)
Dichiarazione di integrità e di autenticità (complessiva e per ogni gruppo)
8. Gestione del bene e misure programmate di conservazione
Valutazione dell’efficacia delle misure di conservazione e di gestione in essere
Piano di gestione: motivi che hanno portato alla sua elaborazione
Finanziamenti, le strutture e il personale dedicato alla gestione e alla tutela del bene
Tutela e programma di visitazione (turismo, escursionismo alpino) dei luoghi del bene
Comunicazione e promozione del bene
9. Monitoraggio
Indicatori, piano e strutture per il monitoraggio
_ Cartografie allegate
_ Indirizzi e riferimenti

23 settembre 2005
Consegna del dossier di candidatura al Ministero Beni e attività culturali:
istruttoria del Ministero dell’Ambiente
invio del dossier di candidatura, da parte del Ministero Beni culturali,
al Comitato per il patrimonio mondiale a Parigi entro il 30 settembre 2005

linea bleu


SCOPO


Tra i Siti Patrimonio dell'Umanità si vogliono proporre anche le TIMPE e le GOLE della VALLE del RAGANELLO.
Esse sono situate nella parte Sud-Orientale del Parco Nazionale del Pollino e costituiscono un gioiello di enorme importanza per i molteplici, sorprendenti aspetti geologici, morfologici, faunistici e per la meravigliosa flora.

TIMPE E GOLE DELLA VALLE DEL RAGANELLO
Gli aspetti geologi e morfologici sono facilmente comprensibili solo se considerati nel complesso del Massiccio del Pollino. Esso costituisce il segmento più meridionale della catena appenninica. Per la sua peculiare collocazione, l'area del Massiccio del Pollino, a cui appartengono le Timpe della Valle del Raganello, rappresenta uno dei settori chiave per la comprensione dei rapporti strutturali tra l'Arco calabro-peloritano e l'Appennino meridionale. Lo studio di quest'area ha portato nel passato a numerose interpretazioni, spesso controverse.
Secondo Ogniben (1969) il Massiccio del Pollino è costituito da terreni flyschioidi ofiolitiferi alloctoni d'origine oceanica di vario grado metamorfico denominati Complesso Liguride (per correlazione con le unità ofiolitifere dell'Appennino settentrionale), che poggiano tettonicamente su successioni carbonatiche di piattaforma d'età mesozoico-terziaria denominate Complesso Panormide.
Il substrato calcareo del Massiccio del Pollino è stato considerato autoctono da Selli (1962) che lo riferì ad una grande unità geologica (Appennino calcareo) affiorante dal Lazio-Abruzzi fino alla Calabria settentrionale ed in continuità, al di sotto delle coltri alloctone della catena e dei depositi dell'avanfossa, con l'avanpaese apulo-garganico.
Nei lavori successivi queste successioni carbonatiche sono state considerate alloctone e riferite al Complesso Panormide di Ogniben (1969), all'Unità AlburnoCervati da D'Argenio et al. (1973), alle "nappes rigides o calcareo- dolomitiques" di Bousquet (1973) e all'Unità del Pollino di Amodio-Morelli et al. (1976).
I terreni appartenenti al Complesso Liguride sono stati distinti da Monaco et al. (1995) in due subunità facenti parte del medesimo dominio tetideo ascrivibili al Giurassico Superiore-Paleogene: una sub-unità ofiolitifera non metamorfica, denominata Unità del Flysch calabro-lucano sormontata tettonicamente da una sub-unità costituita da terreni ofiolitiferi interessati da metamorfismo HP/LT blocchi di rocce ofiolitiche e di rocce cristalline, denominata Unità del Frido.Bousquet e Gueremy (1968; 1969) e Bousquet (1973) hanno riconosciuto tra l'Arco Calabro e la Catene Appenninica un sistema di faglie d'età suprapliocenica-mediopleistocenica orientate WNW-ENE e a prevalente componente normale, che culminano con l'importante direttrice tettonica regionale che solleva e delimita a sud la catena appenninica, nota in letteratura come Faglia del Pollino.
Quest'ultima viene interpretata come una struttura trascorrente destra (Linea del Pollino) indotta da una zona di taglio profonda. Secondo la migrazione post-tortoniana della Calabria verso ESE è stata favorita da faglie trascorrenti sinistre orientate N120°, nell'area di Terranova di Pollino.
Il Massiccio del Pollino è delimitato a Nord e a Sud da un sistema di faglie a direzione WNW-ESE a componente sinistra il carattere trascorrente sinistro.

Aspetto Stratigrafico
Interessante è considerare la stratigrafia delle Timpe sovrapponibile a quella dell'intero massiccio del Pollino dove le Unità carbonatiche rappresentano i termini più profondi ed affiorano in cunei con struttura monoclinalica immergenti verso ENE, estrusi dai terreni alloctoni liguridi a seguito della tettonica trascorrente pleistocenica. I termini mesozoici più antichi sono rappresentati da calcari, calcari dolomitici e dolomie ben stratificate che passano verso l'alto a calcilutiti con intercalazioni di calcari oolitici. Verso l'alto la successione è costituita da calcareniti e calcilutiti organogene con intercalazioni di calcari dolomitici e di calciruditi a rudiste del Cretaceo superiore, che affiora nelle monoclinali di Serra dell'Abete, Madonna del Pollino, Serra di Crispo, Timpa Zicchetto, La Falconara, San Lorenzo, Timpa di Cassano, Monte Sellaro, Pietra Sant'Angelo e Pietra del Demanio.
I sedimenti carbonatici mesozoici sono ricoperti in discordanza dai terreni della trasgressione miocenica che nell'area del Massiccio del Pollino sono rappresentati dalla Formazione di Cerchiara (Selli, 1962), costituita da calcareniti organogene grigiastre, d'età burdigaliana, a grana medio-grossolana contenenti granuli di glauconite, clasti carbonatici del sottostante substrato mesozoico e frammenti di fossili. In discordanza sulla Formazione di Cerchiara poggiano i sedimenti terrigeni langhiani (Monaco et al., 1995) della Formazione del Bifurto (Selli, 1957), costituiti da argille siltoso-marnose ocracee o grigio-avana e marne giallastre e rosso-vinaccia contenenti intercalazioni di calcari marnosi, calcisiltiti, calcareniti, brecciole gradate a macroforaminiferi grigio-brune, con spessori complessivi di poche decine di metri.
A livello delle Timpe le Unità liguridi ofiolitifere sono rappresentate dalle successioni non metamorfiche dell'Unità del Flysch calabro-lucano (Monaco et al., 1991), sormontate tettonicamente dai terreni metamorfici dell'Unità del Frido (Amodio-Morelli et al., 1976).
L'Unità del Flysch calabro-lucano è una successione ofiolitifera non metamorfica assimilata alla porzione più superficiale di un cuneo d'accrezione legato a fenomeni di subduzione della crosta oceanica della Tetide (Knott, 1987; Monaco et al., 1991; Monaco e Tortorici, 1995). Litologicamente è costituita da un'alternanza pelitico-calcareo-arenacea che corrisponde alla porzione non metamorfica del Flysch argillitico-quarzoso-calcareo di Selli (1962) e a parte della Formazione delle Crete Nere di Vezzani (1968a; 1969). Si tratta in particolare di un'alternanza di prevalenti argilliti scagliettate grigio-brune e verdastre con intercalati livelli torbiditici di quarzosiltiti ed arenarie quarzose a granulometria generalmente fine e di colore bruno verdastro, di calcisiltiti marnose laminate e di calcareniti risedimentate di colore grigiastro. L'Unità del Frido è stata attribuita al Cretaceo inferiore da Vezzani ( 1968a; 1969) ed al Cretaceo superiore da Tortorici et al. (1995).
All'interno dell'Unità del Flysch calabro-lucano si rinvengono numerosi corpi di dimensioni estremamente variabili di rocce ofiolitiche (serpentiniti, gabbri, diabasi, lave a pillow e brecce di pillow) che talora conservano la loro originaria copertura sedimentaria (Formazione di Timpa delle Murge) dell'Oxfordiano (Marcucci et al., 1987). I blocchi ofliolitici rappresentano frammenti dell'originaria crosta oceanica della Tetide giurassica e costituiscono pertanto la base dell'intera successione dell'Unità del Flysch calabro-lucano. Inglobati all'interno dell'Unità del Flysch calabro-lucano si rinvengono in posizione tettonica anche numerosi corpi di argilliti nere di tipo black-shale (Formazione delle Crete Nere di Selli, 1962), di dimensioni variabili da poche decine di metri ad alcuni chilometri. La successione, riferita all'Aptiano-Albiano da Vezzani (1968a), è stata notevolmente ringiovanita da Bonardi et al. (1988) che ne hanno attribuito all'Eocene medio la parte alta. Infine si rinvengono blocchi di calcari selciferi stratificati, di rocce vulcaniche ad affinità calcoalcalina e di lave porfiriche a composizione andesitica e riodacitica.
L'Unità del Frido è costituita da una successione di metamorfiti polideformate contenente blocchi di dimensioni variabili di rocce ofiolitiche e di rocce di crosta continentale.
Essa è stata interpretata da Monaco et al. (1991) come la porzione profonda del cuneo d'accrezione liguride.
L'Unità del Frido, che poggia tettonicamente sulle unità carbonatiche e molto più comunemente sui vari termini della sottostante Unità del Flysch calabro-lucano, è stata suddivisa da Monaco et al. (1991) in due sub-unità tettonicamente sovrapposte: una sub-unità costituita da prevalenti argilloscisti sovrastata tettonicamente da una sub-unità costituita da prevalenti calcescisti; il contatto è marcato da livelli di serpentiniti. Litologicamente la sub-unità ad argilloscisti è costituita da argilloscisti grigio-lucenti e/o nerastri contenenti intercalazioni di metareniti, metabasiti, quarziti e rari livelli di metacalcari di età non più antica del Cretaceo superiore (Vezzani, 1969). La sub-unità a calcescisti è costituita da prevalenti calcescisti di colore grigiastro cui si intercalano rari livelli di marmi, quarziti verdastre ed argilloscisti.
Le rocce ofiolitiche associate sono costituite da corpi lentiformi di peridotiti cataclastiche serpentinizzate, di colore nero-verdastro, e da corpi di metabasiti (Vezzani, 1970; Spadea, 1979) di dimensioni variabili da qualche metro a qualche decina di metri, affioranti in scaglie tettoniche con associata a volte l'originaria copertura sedimentaria metamorfosata (Lanzafame et al., 1979).
Le rocce cristalline d'origine continentale (granofels, gneiss granatiferi, gneiss biotitici) poggiano tettonicamente, con un contatto marcato da lenti di serpentiniti, sui terreni della subunità argilloscistosa.
Lungo la fascia pedemontana del Pollino si ritrovano i depositi pleistocenici, costituiti da una successione marina di argille, sabbie e conglomerati appartenenti al ciclo suprapliocenicoinfrapleistocenico del bacino del Crati (Vezzani, 1968b) e da sedimenti continentali quaternari del bacino di Castrovillari (Russo e Schiattarella, 1992). Al margine sudorientale dell'Appenno calabro-lucano, delimitati dalla faglia di Civita a NNE (Tortorici et al., 1995), ricadono i depositi più alti del ciclo plio-pleistocenico (Ghiaie di Lauropoli), costituiti da circa 400 m conglomerati debolmente cementati e ghiaie sabbiose di colore grigio-giallastro, a stratificazione inclinata, contenenti intercalazioni lenticolari di argille siltoso-marnose e sabbie. L'età è stata attribuita al Pleistocene inferiore (Vezzani, 1968b). Il Pleistocene medio è rappresentato dai depositi lacustri, conglomerati sabbie e limi, affioranti nel bacino del Mercure (Schiattarella et al., 1994).

Assetto Strutturale
La Calabria settentrionale è interessata da tre sistemi principali di dislocazioni, uno con piani orientati in direzione NE-SW, uno in direzione NW-SE che suddivide la regione in una serie di horst e graben e che mostra indizi di attività durante il Tortoniano, ed infine l'ultimo, con piani orientati in direzione NS, che troncano le strutture originate dal precedente sistema e limita i due più importanti bacini Plio-pleistocenici della regione, il Bacino del Crati ed il Bacino crotonese.
L'area in oggetto si sviluppa in nel contesto strutturale del sistema NW-SE, in cui uno degli elementi fondamentali è rappresentato proprio dalla Faglia del Pollino.
Le unità tettoniche delle Timpe affioranti nell'area del Massiccio del Pollino evidenziano una serie di strutture che hanno registrato l'intera storia deformativa dell'area. Monaco e Tortorici (1994) hanno distinto quattro stadi principali durante i quali sono stati generati altrettanti insiemi di strutture. Il più antico di questi comprende le strutture formatesi in seguito alla chiusura dell'oceano tetideo e caratterizza la deformazione oligocenica dei terreni liguridi, fino a comprendere il sovrascorrimento dell'Unità del Frido sull'Unità del Flysch calabro-lucano.
Il secondo gruppo si riferisce a strutture contrazionali più recenti (pieghe e sovrascorrimenti a vergenza apula), formatesi tra il Miocene medio ed il Pleistocene. Questo evento deformativo ha portato l'intero Complesso Liguride ad accavallarsi sulle unità carbonatiche.
Il terzo stadio è legato alla deformazione fragile del Pleistocene inferiore-medio, che vede lo sviluppo di faglie trascorrenti sinistre orientate WNW-ESE che interessano sia il substrato carbonatico che i terreni alloctoni sovrastanti e i sedimenti plio-quaternari (Russo e Schiattarella, 1992; Catalano et al., 1993; Schiattarella, 1996, 1998). Queste strutture sono costituite da vari segmenti che nel loro insieme formano l'estesa fascia trascorrente che interessa l'intero appennino meridionale (Fig. 7).
L'ultimo stadio deformativo è rappresentato da una tettonica distensiva che, caratterizzata da una direzione di massima estensione NE-SW (Schiattarella, 1996; 1998), riattiva le preesistenti faglie trascorrenti. Questa deformazione estensionale si sviluppa probabilmente a partire dal Pleistocene medio e continua presumibilmente fino all'Attuale, definendo le caratteristiche sismotettoniche dell'Appennino meridionale. Distensioni NE-SW sarebbero infatti responsabili della sismicità dell'area, definita da eventi tensionali caratterizzati da assi T orientati perpendicolarmente alle principali strutture ad andamento appenninico (Cello et al., 1982; Gasparini et al., 1982).

Assetto Geomorfologico
La Calabria è caratterizzata da grosse strutture morfologiche individuate nel corso della tormentata storia geologica che tale regione ha già subito. In linea generale possiamo suddividerla in diversi sistemi morfologici caratterizzati da fenomeni di evoluzione morfodinamica abbastanza diversificati da un settore all'altro.
La morfologia del territorio delimitato dal gruppo montuoso del Pollino raggiunge le vette più alte con 2250 m di altezza con LA SERRA DEL DOLCEDORME.
Questo si sviluppa in direzione est o ovest, costituendo un sistema continuo dallo Ionio al Tirreno. Ma la sua morfologia è molto aspra con versanti generalmente molto acclivi come Timpa San Lorenzo ed incisioni fluviali estremamente spinte.
Timpa S. Lorenzo (Foto) rappresenta un rilievo a cuesta: una scaglia tettonica di calcari emergente da rocce più tenere.
La conservazione del versante di faccia, che non presenta incisioni lineari, è resa possibile, oltre che dalla resistenza della bancata rocciosa che costituisce il suddetto versante, anche dalla penetrazione dell'acqua in profondità lungo fessure allargate dalla dissoluzione carsica. Si può notare il contrasto fra la struttura monoclinale, priva di reticolo idrografico, e le aree circostanti dove invece il reticolo è molto fitto.
In questa particolare morfologia si sviluppano numerose gole e forre, tra cui la Valle del Torrente Raganello ,presenti nei corsi d'acqua principali che solcano il Pollino fanno di esso un ambiente unico e suggestivo sotto l'aspetto paesaggistico. La morfologia carsica è chiaramente un fattore tipico di questa aree.
A nord del sistema del Pollino, sul versante ionico, il territorio calabrese si prolunga lungo una fascia orientata NS da Trebisacce-San Lorenzo Bellizzi a Rocca Imperiale- Nocara in cui le litologia prevalente argillitico-arenitiche fanno si che il paesaggio assuma un aspetto collinare con notevoli presenze di frane e dissesti gravitativi talora anche profondi.
A sud del Pollino, si sviluppano estesamente i sistemi morfologici della catena costiera della valle del fiume Crati e del massiccio Silano.
La Valle del Raganello è un territorio che ruota intorno al torrente omonimo. Grazie alla particolare formazione geologica; nonostante sia frequente in natura un adattamento della rete idrografica alle condizioni geologiche (faglie,fratture, strutture tettoniche, diversi tipi di rocce), ci sono situazioni in cui l'andamento dei corsi d'acqua risulta indipendente dalla geologia. I casi più comuni di "inadattamento" della rete idrografica alla geologia sono quelli dovuti a fenomeni di sovraimposizione e di antecedenza, fenomeni che possono anche resentarsi congiuntamente.
Con sovraimposizione si intende la permanenza di un corso d'acqua sul proprio tracciato, durante l'incisione,anche quando esso incontra in profondità condizioni lito-strutturali differenti da quelle che avevano determinato il tracciato stesso. L'antecedenza si verifica invece quando un corso d'acqua mantiene il suo tracciato attraverso una struttura tettonica in sollevamento, rispetto alla quale il corso d'acqua è più antico ovvero antecedente. Il corso d'acqua ha lavorato incidendo la catena man mano che questa si formava, proprio come nel caso del Torrente Raganello permettendo a questa valle di assumere una configurazione d'alveo di tipo braided (meandriforme).
Il Torrente Raganello assume una forma di una grande "esse" con tre segmenti ben distinti.
Il primo settore che possiamo chiamare tranquillamente "ALTA VALLE DEL RAGANELLO" è compreso, a partire dalle due sorgenti principali, dall'arco montuoso Manfriana-Serra Dolcedorme-Serra delle Ciavole-Serra di Crispo-Monte Falconara-Timpa di San Lorenzo fino a giungere alla confluenza con il Torrente Maddalena, compreso le GOLE DEL BARILE.(Foto 1) e (Foto 2)
Il secondo settore è caratterizzato dalle Gole vere e proprie " CANYON DEL RAGANELLO" (Foto) e termina presso il Ponte del Diavolo sotto l'abitato di Civita.
Il terzo settore è quello più caratteristico e molto simile a tutte le altre fiumare della Calabria (FIUMARA RAGANELLO). Inizia sotto l'abitato di Civita e termina alla foce nel Mare Jonio.
L'ALTA VALLE DEL RAGANELLO è, senza ombra di dubbio, la più interessante dal punto di vista naturalistico. Essa è un paesaggio misto di grandi foreste a prevalenza di faggio rinaturalizzato dopo i grandi disboscamenti degli inizi del secolo passato. Oggi, questo paesaggio è ancora più prezioso perchè sta recuperando la sua wilderness originaria grazie anche alla minor presenza dell'uomo dalla sua storia fino ai nostri giorni. Forse è un bene così come forse è un male perchè la Valle così come la vediamo noi oggi è sicuramente il prodotto di secoli di lavori dell'uomo: basti pensare alla regimentazione delle acque, al terrazzamento dei campi, al recupero di spazi per la pastorizia, così come al lavoro di migliaia di uomini che ne hanno fatto una valle ricca di prodotti (rinomati un tempo le patate di Bellizia) agricoli soddisfacenti intere comunità. Oggi la Valle è più silenziosa (vedere articolosugliincolti.pdf); non ci sono più le grandi masserie con diecine di addetti, non c'è più il vociare continuo di animali, uomini e donne. Sono rimasti pochissimi uomini, per lo più anziani, che pascolano come un tempo pecore, capre e vacche da carne. In questo senso la Valle sta cambiando aspetto. Forse sta recuperando l'antica forma, grazie anche al lavoro incessante del Torrente Raganello e di tutti i suoi affluenti, i quali abbandonati a se stessi, stanno recuperando vecchi percorsi con gravi conseguenze dal punto di vista idrogeologico. Interi settori di terreno un tempo coltivati a frumento oggi sembrano "galleggiare" sospesi nel vuoto in attesa dell'ennesima piena che li porterà via. In ultima analisi, si sta vanificando tutto il lavoro dell'uomo, anche quello più recente degli anni ottanta, e ben presto tutta la comunità a valle ne pagherà le conseguenze in termini di alluvioni, smottamenti, frane, piene improvvise.
IL CANYON DEL RAGANELLO. Spettacolo unico della natura, affascinante, impressionante nello stesso tempo, fatto di pareti a picco per oltre seicento metri (la parete della Timpa del Demonio (Foto) che si affaccia sull'abitato di Civita è alta 614 metri) che brandiscono il corso d'acqua e lo invitano a "camminare" dentro le pareti strette fatto di salti, balzi, risorgenze, meandri e piccoli gorghi propri della formazione geologica di questo settore dell'appennino calabrese che caratterizzano e rendono unico questo paesaggio. Un paesaggio sicuramente da proporre all'UNESCO come patrimonio mondiale dell'umanità. In questo tratto l'uomo ha cercato di vincere la impervietà dei luoghi con una serie di manufatti che sono un capolavoro della ingegneria edile considerando i tempi di esecuzione dei lavori. In primo luogo la costruzione del Ponte d'Ilice (attualmente ancora diroccato e che merita essere ricostruito) che consentiva di attraversare il CANYON nel punto più stretto e più in basso (l'altezza del ponte dal pelo dell'acqua è di soli 28 metri) della forra per mettere in comunicazione i due territori limitrofi ma anche le comunità più lontane come Civita con Alessandria del Carretto oppure San Paolo Albanese. In secondo luogo il PONTE DEL DIAVOLO, (Foto) un capolavoro delle maestranze locali - oggi completamente rifatto a nuovo, in seguito al crollo del 1998 - che consentiva la comunicazione con l'alto Jonio cosentino e la Pian di Sibari. Si narra addirittura che vi passò OTTONE II con i suoi soldati.
La FIUMARA DEL RAGANELLO è invece il classico percorso di deflusso di un corso d'acqua di provenienza da monti con forte pendenza rispetto alla lunghezza del fiume; spesso si tratta di ampi alvei fluviali erosi da forti piene con gran trasporto di materiali ghiaioso. In questi casi il fiume ha creato veri e spettacolari pareti ad arenaria composita ricca di colori.
Questi ambienti costituiscono dei rifugi faunistici di notevole importanza. A partire dalla foce del Raganello dove non è difficile incontrare fenicotteri, cavalieri d'Italia, gru; mentre risalendo la fiumara si incontrano aironi cenerini, falchi pescatore e tanti altri animali che trovano accoglienza e cibo tra i sassi e i pietroni di rotolamento. Invece, nella parte centrale, all'interno del Canyon del Raganello, non è difficile vedere librarsi in volo il falco pellegrino, la poiana o il maestoso grifone da poco reintrodotto attraverso un progetto del ministero dell'ambiente. La parte alta, invece, è il regno assoluto dell'aquila reale. Sulla Falconara è consuetudine vedere librarsi in aria un biancone con un biacco ancorato al becco, pronto per essere trasferito ai piccoli che aspettano affamati il "pranzo quotidiano".

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La Flora
Dal punto di vista floristico non si può non considerare l'emblema del Parco Nazionale del Pollino che cresce anche sulle Timpe: Il Pino Loricato

IL PINO LORICATO DEL POLLINO
(Pinus leucodermis Antoine)

Un Bellissimo esemplare di Pino Loricato

La caratteristica della corteccia del Pino Loricato "loricato"
(dal latino lorica, corazza)...

 

carta d'identità" del Pino Loricato

  • Albero: robusto, con fusto irregolare, alto fino a 30 metri
  • Chioma: piramidale, spesso, negli esemplari adulti, ovoide
  • Corteccia: formata da grandi placche grigio bianche lunghe dai 5 ai 15 cm e larghe dai 4 ai 10 cm
  • Rami: ricadenti verso il basso quelli inferiori, orizzontali quelli superiori
  • Aghi: lunghi fino a 10 cm , riuniti a fascetti di due, rigidi e pungenti, durano dai 5 ai 6 anni
  • Strobili (pigne): in genere solitari o riuniti a due-tre, lunghi 7-8 cm con squame a scudo

Il pino loricato albero emblematico di elevato valore bio-geografico e paesaggistico, simbolo del Parco Nazionali del Pollino è una specie che nell'"immaginario collettivo" di quanti sono sensibili alle infinite forme della natura assume i connotati del mito.
Le tante raffigurazioni di questi alberi definiti "giganti" o "patriarchi" che svettavo sulle creste, o emergono con contorni sfumati dalle nebbie degli altopiani, hanno contribuito a crearne un'immagine da cartolina per turisti in cerca di suggestioni. Se fino a non molti anni fa le descrizioni naturalistiche del massiccio del Pollino definivano il pino loricato "un vero e proprio fossile vivente, ridotto a poche migliaia di esemplari" (Farneti et al., 1977) fornendo l'impressione di trovarsi davanti ad una specie sull'orlo dell'estinzione, le attuali conoscenze permettono di considerarlo una specie endemica, localmente abbondante e con una attività e vitalità rigenerativa mediamente elevata, ma estremamente vulnerabile.
Vittima e protagonista di alterne vicende climatiche e storiche è in questo periodo in fase di espansione, ma minacciato gravemente dall'antropizzazione diffusa del territorio e dall'infezione parassitaria degli scolitidi.
Tecnici e silvicultori hanno in varie occasioni sottolineato le interessanti potenzialità del pino loricato per i rimboschimenti in stazioni di alta quota, di crinale, su substrati calcarei aridi e rocciosi dove altre specie di pini montani (es.: Pinus nigra s.l., Pinus laricio) non danno risultati soddisfacenti.
In realtà, questo albero è talmente legato ai monti dell'Appennino Calabro-Lucano da diventarne l'elemento simbolico che amplifica il valore paesaggistico, già molto elevato, del territorio del Parco del Pollino. Risulta pertanto difficile immaginare questi alberi in contesti paesaggistici diversi o lontani da quelli nei quali spontaneamente la specie è presente.
È invece auspicabile e necessario intervenire sulle popolazioni esistenti per non lasciar distruggere ciò che le epoche passate ci hanno consegnato operando con tecniche di restauro ambientale laddove i nuclei di loricato hanno subito danni per incendi o la specie si presenta in regressione per eccesso di pascolo e per gli attacchi parassitari dei coleotteri scolitidi. Le attività dell'Ente Parco preposto alla tutela e alla ottimale gestione delle enormi risorse ambientali di questo territorio sono in grado di mettere in atto gli strumenti tecnici e legislativi per garantire la conservazione di questo insostituibile patrimonio.

Pino Loricato può essere definito, secondo una espressione darwiniana, 'fossile vivente', risalente al Cenozoico. Per secoli di questa specie se ne è ignorata persino l'esistenza: soltanto nel 1864, infatti, essa venne individuato nell'area balcanica centro-occidentale dal botanico austriaco Franz Antoine, che la descrisse e classificò con il nome pinus leucodermis (letteralmente: pino dalla pelle bianca), per il colore grigio-bianco della corteccia dei rami giovani. In Italia invece bisogna aspettare il 1905, quando il Pino Loricato venne scoperto anche sul massiccio calcareo del Pollino (sulla catena dell'Orsomarso in territorio cosentino ed altresì sul Monte La Spina e nella Serra di Crispo in territorio lucano), in esito a varie esplorazioni condotte dal botanico Biagio Longo, a cui si deve anche l'affermazione, nel linguaggio corrente italiano di 'pino loricato', che porta ad assumere alla denominazione anche un altro significato; infatti le placche poligonali ruvide e fessurate presenti nella corteccia degli esemplari adulti del pino ricordano la 'lorica', una corazza di cuoio guarnita da scaglie in uso nelle legioni dell'antica Roma
Le notevole altitudine delle vette che ospitano questa conifera (dai 1.893 m del Monte Alpi ai 2.053 m della Serra di Crispo, dai 2.248 m del Pollino ai 2.267 m del la Serra Dolcedorme, la cima più alta del Massiccio) lascia intuire che, oltre alla migrazione dai Balcani, il pino ha anche compiuto una migrazione in senso 'verticale', a causa della pressione del faggio, più forte e invadente. Sugli Appennini il Pino Loricato risulta essere l'unico albero che riesce a vegetare più in alto delle faggete. Anche a causa delle notevoli altitudini, il Pino loricato presenta forme contorte e tormentate, nonché processi riproduttivi estremamente faticosi e lenti; la germinazione del seme abbisogna di due anni, a fronte dei 10-15 giorni occorrenti ai semi delle altre conifere, e l'accrescimento risulta 6-7 volte più lento che in altre specie.
Le piante più vecchie presentano un tronco (Foto) bianchissimo e resinoso, ormai privo delle scaglie sulla corteccia. La resinosità del legno porta a processi di marcescenza molto lenti dopo la morte della pianta, con l'ulteriore e suggestivo effetto di piante non più in vita ma che non crollano al suolo, restando erette per anni, trasformate in veri monumenti arborei.
Il Pino Loricato è un albero tra i più rari in Italia, nonché il più antico in assoluto. Studi effettuati nel 1989 hanno dimostrato una età di 963 anni in un soggetto presente nel versante calabrese del Pollino

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ECOLOGIA
Pinus leucodermis Antoine è una specie longeva a crescita piuttosto lenta. Il popolamento di Serra di Crispo é formato da una ventina di alberi la cui età media é valutata 222 anni (Avolio, 1997) ed è segnalata sempre sul massiccio del Pollino, la presenza di un esemplare di oltre 900 anni (Bavusi A.et al., 1992; Corbetta et al., 1997).
Il fusto si presenta diritto e maestoso, con rami corti e tozzi inseriti perpendicolarmente che portano una chioma rada con addensamenti irregolari. Quando l'apice vegetativo del fusto perde la funzionalità per incidenti dovuti all'ostilità dei fattori ambientali (fulmini, fuoco, attacchi parassitari), l'accrescimento vegetativo può passare all'apice dei rami e il portamento dell'albero diviene policormico. La specie è tipicamente mediterraneo-montana: anche nella germinazione dei semi si ha l'optimum intorno ai 20° C, ma temperature inferiori e germinazione precoce sono state messe in relazione con stazioni ad accentuata aridità estiva (Bernetti G., 1995). Le condizioni mesoclimatiche non sembrano influenzarne particolarmente la diffusione: le stazioni occupate dai loricati presentano in comune, oltre l'accentuata aridità edafica, una notevole umidità atmosferica sotto forma di correnti umide ascensionali o nebbie persistenti e una quantità di precipitazioni medie annue sempre maggiori di 900 mm di pioggia. Le esposizioni prevalenti ricadono nei quadranti occidentali e sud occidentali; più rare e quasi esclusivamente sulla Montea si rinvengono stazioni con esposizioni settentrionali e orientali.
Il pino loricato forma popolamenti radi con classi di copertura che anche nelle stazioni più favorevoli difficilmente superano il 40%. Non entra in competizione con altre specie arboree perchè occupa una nicchia ecologica molto ben definita: rupi, ghiaioni, versanti in frana vengono colonizzati e occupati solo da questa specie arborea che in tutto l'areale mostra un'attiva e vivace rinnovazione proprio in presenza di tali condizioni ambientali, soprattutto in quei territori dove la pressione antropica negli ultimi decenni è notevolmente diminuita. È il caso del popolamento di "Prestieri" situato a quota 600 m alle pendici sud-occidentali di Monte la Spina dove il pino loricato mostra il suo comportamento pioniero colonizzando un conoide detritico (Petillo, 1991).
I loricati non si presentano mai organizzati in bosco, ma crescono isolati l'uno dall'altro, insediandosi di preferenza sulle creste, sugli affioramenti rupestri, nei cespuglieti e nelle praterie d'altitudine senza mai arrivare a sostituirsi o ad escludere le fitoocenosi caratteristiche di questi ambienti.
La maggior parte dei popolamenti si rinviene nelle praterie aride con copertura discontinua formate da bromo e sesleria (Seslerio nitidae-Brometum erecti Bruno 1968) diffuse nel territorio montano del Parco del Pollino di cui ricoprono estesi versanti ad elevata rocciosità affiorante fino a 1700-1800 m di quota. Originatesi del contatto avvenuto durante le glaciazioni del Quaternario tra la vegetazione erbacea mediterraneo-montana (Brometalia erecti) e le praterie boreali e nord-europee (Sesleretalia tenuifoliae) (Avena et al., 1974), queste fitocenosi ospitano contemporaneamente sia specie termoxerofile (es.: Bromus erectus, Carex macrolepis, Thymus pulegioides, Anthyllis vulneraria, Polygala major, Chamaecytisus subspinescens, Helianthemum apenninum, Teucrium montanum, ecc.,) che specie tipicamente d'altitudine (es.: Sesleria nitida, Sesleria tenuifolia, Carex kitaibeliana, Paronychia kapela, Armeria majellensis, Festuca bosniaca, Edraianthus graminifolius, Achillea mucronulata, ecc.,) e rappresentano uno degli aspetti di vegetazione più interessanti e particolari della vegetazione appenninica.
Sugli affioramenti rupestri il pino loricato si accompagna ad una rada vegetazione
casmofila di specie endemiche quali Achillea lucana, Saxifraga paniculata, Saxifraga ligulata (cfr. Saxifrago-Achilletum lucanae Corbetta et Pirone, 1981), mentre sui versanti instabili e detritici convive con le fitocenosi caratterizzate dai pulvini di Scabiosa crenata (cfr. Saturejo montanae Brometum erecti scabietosum crenatae Corbetta et Pirone, 1981). Nei pascoli di quota non è raro incontrare cespugli di ginepro prostrato (Juniperus emispherica, Juniperus communis) dai quali spuntano giovani individui di pino loricato. La presenza di ginepri, non appetiti dal bestiame, favorisce la rinnovazione dei pini offrendo rifugio alle plantule dal morso e dal calpestio degli animali nonché dagli agenti atmosferici.

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GEOLOGIA

Le rocce che formano il territorio sono di natura calcarea-dolomitica di origine sedimentaria che, 200 milioni di anni fa nel Triassico, costituivano il fondo della Tetide, il mare che divideva i due grandi continenti primordiali che sarebbero successivamente divenuti la placca africana e la placca europea. L'attività vulcanica sottomarina, avvenuta nel Terziario in era mesozoica, è tutt'oggi testimoniata dalle rocce laviche di Timpa delle Murge e di Timpa di Pietrassasso, in territorio di Terranova di Pollino, siti che costituiscono un raro e suggestivo "giardino geologico" dove affiorano masse di lava a cuscino, "pillow", e verdastre rocce ofioliti, solidificatesi per raffreddamento a contatto con l'acqua.

In seguito, circa 100 milioni di anni fa, alla fine del Cretaceo, la compressione della Tetide, dovuta all'avvicinamento delle due placche continentali, europea ed africana, provocò un corrugamento del territorio e la lentissima formazione dei rilievi; più tardi, 5 milioni di anni fa, movimenti contrapposti di distensione determinarono le fratture delle rocce emerse, chiamate propriamente faglie, di cui un esempio è ben visibile nella parete meridionale di Timpa Falconara. Successivamente lo sprofondamento di ingenti blocchi di roccia ha provocato grandi fosse tettoniche di cui la Valle del Mercure, un tempo sommersa da un grande lago, è una diretta testimonianza.

Altri eventi naturali hanno ulteriormente caratterizzato la morfologia del territorio del Parco e, tra i fattori determinanti, l'azione erosiva delle acque sulle rocce calcaree che ha dato luogo a fenomeni carsici, sia di superficie, come pianori e doline, sia ipogei, costituiti da moltissime gallerie e profonde voragini che si insinuano per chilometri nella profondità della roccia: un patrimonio sotterraneo di grotte e inghiottitoi come la Grotta di "Piezze 'i trende" nei pressi di Rotonda, la Grotta di S. Paolo nel territorio di Morano Calabro e l'Abisso del Bifurto a Cerchiara di Calabria, noto per la sua profondità di 683 metri. L'azione erosiva delle acque ha ancora inciso a fondo le rocce dei rilievi, provocando spettacolari gole e canyon che caratterizzano le aree più suggestive del Parco: le Gole del Lao, della Garavina, del Barile e le famose Gole del Raganello, ai piedi di Civita, le cui pareti così alte e così tanto ravvicinate rendono difficile la penetrazione della stessa luce, determinando un'atmosfera rarefatta di estremo incanto.

L'avvento dei ghiacciai nel corso dell'ultima glaciazione di Wurm, avvenuta tra 100.000 e 12.000 anni fa, ha ulteriormente eroso le valli e i pianori di alta quota, definendo la morfologia delle vette.

Numerose forme glaciali testimoniano la trasformazione del territorio: l'accumulo di enormi masse di ghiaccio ha dato luogo ai circhi glaciali osservabili nel versante settentrionale del Monte Pollino, di Serra del Prete o di Serra Dolcedorme, nella conca della Fossa del Lupo e nel versante meridionale della Mula, dove si possono riconoscere i depositi morenici dovuti al trasporto di pietre e detriti che la lenta fase di ritiro dei ghiacciai ha comportato. In alcuni casi si sono concentrati ingenti accumuli di materiale, che hanno formato le collinette moreniche, in altri casi il ritiro dei ghiacciai ha abbandonato grandi massi isolati, cosiddetti massi erratici, di cui splendidi esempi possono essere osservati nell'area del Piano di Acquafredda e dei Piani di Pollino.

Importanti testimonianze paleontologiche interessano il territorio del Parco: nelle rocce calcaree sono osservabili fossili di Rudiste, molluschi vissuti nei fondali della Tetide e scomparsi 65 milioni di anni fa.

Nella Valle del Mercure, nel 1979, è stato ritrovato lo scheletro di un grande esemplare di Elephas antiquus italicus, in ottimo stato di conservazione: si tratta di un pachiderma alto circa 4 metri vissuto tra 700.000 e 400.000 anni fa e rinvenuto sulle sponde del lago che copriva allora l'intera valle, quando, al ritiro dei ghiacciai, l'area era interessata da un clima subtropicale
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CARSISMO E IDROGRAFIA

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Scheletro di pino Loricato - Serra delle Ciavole -

Le rocce calcaree e calcareo dolomitiche costituiscono la vera ossatura del massiccio. Tutte le cime più alte e le dorsali principali, quindi, sono fortemente soggette a erosione e fenomeni legati al carsismo, che ne modellano continuamente l'aspetto.
Il territorio è disseminato di grotte, come quella del Romito, nella quale sono stati rinvenuti graffiti risalenti al Paleolitico, e canyon, tra i quali spettacolari sono quelli scavati dal torrente Raganello e dal fiume Lao a seguito dello scorrere impetuoso delle acque dovute al disgelo conseguente all'ultima glaciazione.
Altri importanti fenomeni carsici sono costituiti dall'inghiottitoio denominato Abisso del Bifurto - la più profonda e impressionante voragine dell'Italia meridionale, che scende nelle viscere del Sellaro per oltre 650 metri; le grotte di Serra del Gufo; i suggestivi piani di Pollino, Ruggio e Iannace, ricchi di doline e inghiottitoi.
In prossimità delle cime principali (in particolare sulle cime del Pollino, Serra del Prete e Serra di Mauro), alla base delle doline, si aprono degli enormi inghiottitoi, veri e propri raccoglitori-convogliatori di acque meteorologiche, che contribuiscono ad alimentare le copiose sorgenti disseminate su tutto il territorio.
Campi modellati dall'azione millenaria delle acque sono visibili sulle zone sommitali della Timpa di San Lorenzo oltre che sulla cresta della Madonna del Pollino. Infine, forme bizzarre di roccia scolpita dal carsismo si innalzano presso il Piano Iannace.
Anche l'altopiano denominato Piano Ruggio (1.500 - 1.600 metri), suggestivamente incastonato tra Timpone della Capanna, Coppola di Paola, Serra del Prete e monte Grattaculo (quest'ultimo dal nome piuttosto curioso...), è munito di diversi inghiottitoi che ne impediscono l'allagamento. Ideale per brevi escursioni, oltre che per lo sci di fondo, questo luogo ameno affascinò a tal punto il grande statista italiano di origine trentina Alcide De Gasperi, da indurlo a crearvi un rifugio (che, per questo motivo, porta il suo nome).
Sorgenti di origine carsica sono quelle del Frida, in località Mezzana e quelle del Mercure, presso Viggianello.

GLACIALISMO
L'attuale profilo delle vette più elevate risulta fortemente modellato dall'azione di antichi ghiacciai[1], le cui tracce più evidenti si rinvengono sul versante nord-occidentale di Serra Dolcedorme - con la conca denominata Fossa del Lupo, antica zona di accumulo delle masse ghiacciate che alimentavano l'imponente ghiacciao del Frido; sul versante nord-orientale del Pollino - con i due circhi glaciali separati dal contrafforte nord-est della stessa montagna; e sul versante settentrionale di Serra del Prete - con il bello e vasto circo glaciale alla cui base sporge l'accumulo frontale di detrito morenico ricoperto da una fitta e vasta faggetta.
I ghiacciai in ritiro, oltre ai depositi morenici, hanno abbandonato massi di notevoli dimensioni, i c.d. massi erratici. Caratteristici perché isolati e lontani da probabili punti di caduta, sono facilmente osservabili sugli splendidi piani di Pollino e Acquafredda, ad un'altitudine compresa tra i 1.800 e i 2.000 metri di quota.

IL NEVAIO DEL POLLINO

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Nevaio del Pollino

Nevai stagionali - alcuni dei quali di notevoli dimensioni - sono presenti su tutte le vette più alte del massiccio. Sul Pollino, in particolare, nell'avvallamento immediatamente a sud rispetto alla cima (nei pressi di un'antica dolina), ne sorge uno[2] che è facile scorgere anche a fine agosto[3][4]. Il 9 ottobre 2010 presso il suddetto nevaio è stato installato un rilevatore di temperatura per un monitoraggio diretto del microclima[5].
ll Parco Nazionale del Pollino è tra le più grandi aree protette in Italia. Diviso tra la Basilicata e la Calabria, il Parco comprende un vasto territorio dominato dai Massicci del Pollino e dell'Orsomarso, con vette tra le più alte dell' Appennino meridionale, dalle quali è possibile godere di una eccezionale vista sulla coste tirrenica di Maratea e sul litorale ionico da Sibari a Metaponto. La parte lucana, nel settore meridionale della regione, include il bacino del Sinni ed è formata da estese foreste, pascoli ed aree coltivabili.

Il Paesaggio del Parco Nazionale del Pollino
Il paesaggio è complesso e si presenta con una rara varietà di ambienti: rocce dolomitiche, bastioni calcarei, pareti di faglia di origine tettonica, depositi morenici, massi erratici ( traccia delle ultime glaciazioni). Sono inoltre presenti numerose sorgenti naturali, piccole cascate e fiumi sotterranei, oltre ad alcuni torrenti, tra i quali il Grido, il Peschiera, il Sarmento e il Raganello. Estremamente suggestive le gole del Raganello, profondo canyon dalle pareti molto ripide formatosi dall' azione combinata dell' erosione fluviale e dei movimenti tettonici.

 

CONCLUSIONI
In conclusione Timpe e Gole del Raganello soddisfano più di uno dei criteri fissati dal Comitato per il Patrimonio dell'Umanità per la selezione.
a) rappresentano un fenomeno naturale di bellezza e importanza estetica eccezionale (vd foto )
b) costituiscono uno degli esempi rappresentativi di grandi epoche storiche a testimonianza della vita o dei processi geologici;
c) costituiscono uno degli esempi eminenti dei processi ecologici e biologici in corso nell'evoluzione dell'ecosistema;
d) costituiscono la sede di habitat naturali più rappresentativi e più importanti per la conservazione delle biodiversità,

 


La Dott.ssa Cinzia LEONE PRESENTA A TELELIBERA CASSANO IL PROGETTO:
"TIMPE E GOLE DEL RAGANELLO: PATRIMONIO DELL'UMANITA
'"


Along the cliffs of Timpa di S.Lorenzo
by RedAlert


Along the cliffs of Timpa di S.Lorenzo from RedAlert on Vimeo.

The hike of the two bridges
by RedAlert




The hike of the two bridges from RedAlert on Vimeo.

 

STAMPA

NUOVA SIBARITIDE
Qutidiano On-Line
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CONFRONTI
Mensile dell'Alto Ionio Cosentino

CORRIERE DEL SUD
Articoli, Informazione Regionale - Calabria

 






Calabria (Gole del Raganello) - Michael Nyman, Gattaca Theme (minuicch )


 LINK UTILI

Unesco Wolrd Heritage Centre
http://whc.unesco.org/
World Heritage List (Sito UNESCO)
http://whc.unesco.org/en/list
Provincia di Cuneo / Speciale UNESCO
http://www.provincia.cuneo.it/ufficio_stampa/notizie/?cat=54
Regione Piemonte / Speciale UNESCO
http://www.regione.piemonte.it/piemonteinforma/scenari/2008/febbraio/unescu.htm
Dolomiti-patrimonio dell’umanità dell’UNESCO – indirizzo web:
http://www.provincia.tn.it/binary/pat/banner/Unesco.1129711998.pdf

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