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PROGETTO UNESCO - il 4/01/2011 ore 16 A SAN LORENZO BELLIZZI 1^ CONVEGNO -  INTERVERRANO I QUATTRO SINDACI DEI COMUNI INTERESSATI, VARI POLITICI E DIVERSE AUTORITA'DELLA CALABRIA - PER SAPERE E ESSERE AGGIORNATI RITORNATE A VISITARE IL SITO 

tutto sul Convegno



Timpe e Gole del Raganello: Patrimonio dell'Umanità
Documento ideato da
Luciana FILOMENA, Maria Ernesta LEONE, Vincenzo TARANTINO, Leonardo CAPRARA


Il Parco Nazionale del Pollino, patrimonio di grande valore per la sua meravigliosa natura, è spesso considerato per progetti speculativi, a cui si oppongono decisamente tutte le organizzazioni ambientaliste e le popolazioni locali. Le "Timpe e le Gole del Raganello", situate nella parte Sud-Orientale del Parco, appaiono come un gioiello di enorme importanza per i molteplici, sorprendenti aspetti geologici, morfologici, faunistici e per la meravigliosa flora. Quello che colpisce di più è l'aspetto architettonico delle grandi masse calcaree: la vista, nel suo complesso, fa restare senza fiato! Crea emozioni profonde per la sorprendente bellezza e grandiosità, a cui si aggiunge la fortissima sensazione nell'immaginare le possenti forze della natura che hanno portato al grande sollevamento di queste enormi montagne rocciose dai riflessi argentei, con pendenze di 70-70 gradi! Le"Gole" hanno profondamente inciso tale meraviglioso complesso; esse sono caratterizzate da una misteriosa, selvaggia, incontaminata bellezza, percorsa dal Torrente Raganello, con alcuni tratti a volte difficili da percorrere. Le Gole del Raganello sono già una grande attrazione per molti escursionisti.
Per preservare queste straordinarie meraviglie della Natura e perché restino intatte, non solo per noi ma anche per le future generazioni, è nato spontaneo su Face book un movimento per chiedere che l'UNESCO riconosca le "TIMPE E LE GOLE DEL RAGANELLO: PATRIMONIO DELL'UMANITÁ". A tale scopo stiamo raccogliendo le migliaia di adesioni necessarie per avanzare la nostra richiesta a tale organismo internazionale. Chiediamo gentilmente la tua adesione cliccando http://www.facebook.com/#!/group.php?gid=102182166493236 Fotografie e video sono visibili: http://www.sanlorenzobellizzi.org/


San Lorenzo Bellizzi
Civita
Cerchiara Di Calabria
Francavilla Marittima

INTRODUZIONE

Quella di Sito Patrimonio dell'Umanità è la denominazione ufficiale delle aree registrate nella Lista del Patrimonio dell'Umanità, o nella sua accezione inglese World Heritage List, della Convenzione sul Patrimonio dell'Umanità.
La Convenzione sul Patrimonio dell'Umanità, adottata dalla Conferenza generale, dell'UNESCO il 16 novembre 1972, ha lo scopo di identificare e mantenere la lista di quei siti che rappresentano delle particolarità di eccezionale importanza da un punto di vista culturale o naturale.
Il Comitato della Convenzione, chiamato Comitato per il Patrimonio dell'Umanità, ha sviluppato dei criteri precisi per l'inclusione dei siti nella lista.
Secondo l'ultimo aggiornamento effettuato nella riunione del Comitato per il Patrimonio dell'Umanità a Siviglia il 30 giugno 2009, la lista è composta da un totale di 890 siti (di cui 689 beni culturali, 176 naturali e 25 misti) presenti in 148 Nazioni del mondo
Attualmente l'Italia è la nazione a detenere il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell'umanità (45 siti), seguita dalla Spagna (42 siti) e dalla Cina (40 siti).
Per essere inclusi nella lista del Patrimonio dell'Umanità i siti devono avere valori di universalità, unicità ed insostituibilità (nel caso andassero perduti) e devono soddisfare almeno uno dei criteri fissati dal Comitato per il Patrimonio dell'Umanità per la selezione.
Fino al 2004 i criteri erano solo sei in ambito culturale e quattro in ambito naturalistico. Dal 2005 esiste un insieme di 10 criteri (Si veda Tab. 1). I Siti Italiani riconosciuti come Siti Patrimonio dell'Umanità nel 2010 sono attualmente 45 (Si veda Tab. 2)

Tabella 1 - criteri fissati dal Comitato per il Patrimonio dell'Umanità per la selezione
dei Sitideputati ad essere Patrimonio dell'Umanità.

Criteri di selezione UNESCO
I
rappresentare un capolavoro del genio creativo umano
II
testimoniare un cambiamento considerevole culturale in un dato periodo sia in campo archeologico sia architettonico sia della tecnologia, artistico o paesaggistico
III
apportare una testimonianza unica o eccezionale su una tradizione culturale o della civiltà
IV
offrire un esempio eminente di un tipo di costruzione architettonica o del paesaggio o tecnologico illustrante uno dei periodi della storia umana
V
essere un esempio eminente dell'interazione umana con l'ambiente
VI
essere direttamente associato ad avvenimenti legati a idee, credenze o opere artistiche e letterarie aventi un significato universale eccezionale (possibilmente in associazione ad altri punti)
VII
rappresentare dei fenomeni naturali o atmosfere di una bellezza naturale e di una importanza estetica eccezionale
VIII
essere uno degli esempi rappresentativi di grandi epoche storiche a testimonianza della vita o dei processi geologici
IX
essere uno degli esempi eminenti dei processi ecologici e biologici in corso nell'evoluzione dell'ecosistema
X
contenere gli habitat naturali più rappresentativi e più importanti per la conservazione delle biodiversità, compresi gli spazi minacciati aventi un particolare valore universale eccezionale dal punto di vista della scienza e della conservazione

Tabella 2 a - Siti Italiani riconosciuti come Siti Patrimonio dell'Umanità

SITI Patrimonio dell'Umanità in Italia
1
Incisioni rupestri della Valcamonica (1979)
2
Chiesa e convento domenicano di Santa Maria delle Grazie con L'ultima cena di Leonardo da Vinci, Milano (1980)
3
Centro storico di Roma, le proprietà extraterritoriali della Santa Sede nella città e la Basilica di San Paolo fuori le mura (1980 -1990) ,Estensione del patrimonio di Roma ai beni compresi entro le mura di Urbano VIII (1990)
4
Centro storico di Firenze (1982)
5
Piazza del Duomo di Pisa (1987)
6
Venezia e la sua Laguna (1987)
7
Centro storico di San Gimignano (1990)
8
Sassi di Matera (1993)
9
Città di Vicenza e le Ville palladiane del Veneto (1994 - 1996)
10
Centro storico di Siena (1995)
11
Centro storico di Napoli (1995)
12
Crespi d'Adda (1995)
13
Ferrara città del Rinascimento e delta del Po con le delizie estensi (1995 - 1999)
14
Castel del Monte (1996)
15
Trulli di Alberobello (1996)
16
Monumenti paleocristiani di Ravenna (1996)
17
Centro storico della città di Piacenza (1996)
18
Palazzo Reale del XVIII secolo di Caserta, con il Parco, l'Acquedotto Carolino e il complesso di San Leucio (1997)
19
Residenze sabaude di Torino e dintorni (1997)
20
Orto botanico di Padova (1997)
21
Duomo, Torre Civica e Piazza Grande di Modena (1997)
22
Aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata (1997)
23
Villa romana del Casale, presso Piazza Armerina (1997)
24
Su Nuraxi di Barumini (1997)
25
Portovenere, le Cinque Terre e le isole di Palmaria, Tino e Tinetto (1997)
26
Costiera amalfitana (1997)
27
Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento (1997
28
Area archeologica e Basilica patriarcale di Aquileia (1997)
29
Centro storico di Urbino (1998)
30
Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano con il sito archeologico di Paestum e Velia, Roscigno Vecchia e la Certosa di Padula (1998)
31
Città di Verona (2000)
32
Isole Eolie (2000)
33
Villa Adriana a Tivoli (1998)
34
Assisi, la Basilica di San Francesco e altri siti francescani (2000)
35
Villa d'Este a Tivoli (2001)
36
Città tardo barocche della Val di Noto (Sicilia sud-orientale) (2002)
37
Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia (2003)
38
Necropoli etrusche di Cerveteri e Tarquinia (2004)
39
Val d'Orcia (Siena) (2004)
40
Città di Siracusa e la necropoli di Pantalica (2005
41
Le Strade Nuove e i Palazzi dei Rolli di Genova (2006)
42
Mantova e Sabbioneta (2008)
43
Ferrovia retica nel paesaggio dell'Albula e del Bernina (2008)
44
Dolomiti (2009)
45
Dieta Mediterranea (2010)


SCOPO

Tra i Siti Patrimonio dell'Umanità si vogliono proporre anche le TIMPE e le GOLE della VALLE del RAGANELLO.
Esse sono situate nella parte Sud-Orientale del Parco Nazionale del Pollino e costituiscono un gioiello di enorme importanza per i molteplici, sorprendenti aspetti geologici, morfologici, faunistici e per la meravigliosa flora.

TIMPE E GOLE DELLA VALLE DEL RAGANELLO
Gli aspetti geologi e morfologici sono facilmente comprensibili solo se considerati nel complesso del Massiccio del Pollino. Esso costituisce il segmento più meridionale della catena appenninica. Per la sua peculiare collocazione, l'area del Massiccio del Pollino, a cui appartengono le Timpe della Valle del Raganello, rappresenta uno dei settori chiave per la comprensione dei rapporti strutturali tra l'Arco calabro-peloritano e l'Appennino meridionale. Lo studio di quest'area ha portato nel passato a numerose interpretazioni, spesso controverse.
Secondo Ogniben (1969) il Massiccio del Pollino è costituito da terreni flyschioidi ofiolitiferi alloctoni d'origine oceanica di vario grado metamorfico denominati Complesso Liguride (per correlazione con le unità ofiolitifere dell'Appennino settentrionale), che poggiano tettonicamente su successioni carbonatiche di piattaforma d'età mesozoico-terziaria denominate Complesso Panormide.
Il substrato calcareo del Massiccio del Pollino è stato considerato autoctono da Selli (1962) che lo riferì ad una grande unità geologica (Appennino calcareo) affiorante dal Lazio-Abruzzi fino alla Calabria settentrionale ed in continuità, al di sotto delle coltri alloctone della catena e dei depositi dell'avanfossa, con l'avanpaese apulo-garganico.
Nei lavori successivi queste successioni carbonatiche sono state considerate alloctone e riferite al Complesso Panormide di Ogniben (1969), all'Unità AlburnoCervati da D'Argenio et al. (1973), alle "nappes rigides o calcareo- dolomitiques" di Bousquet (1973) e all'Unità del Pollino di Amodio-Morelli et al. (1976).
I terreni appartenenti al Complesso Liguride sono stati distinti da Monaco et al. (1995) in due subunità facenti parte del medesimo dominio tetideo ascrivibili al Giurassico Superiore-Paleogene: una sub-unità ofiolitifera non metamorfica, denominata Unità del Flysch calabro-lucano sormontata tettonicamente da una sub-unità costituita da terreni ofiolitiferi interessati da metamorfismo HP/LT blocchi di rocce ofiolitiche e di rocce cristalline, denominata Unità del Frido.Bousquet e Gueremy (1968; 1969) e Bousquet (1973) hanno riconosciuto tra l'Arco Calabro e la Catene Appenninica un sistema di faglie d'età suprapliocenica-mediopleistocenica orientate WNW-ENE e a prevalente componente normale, che culminano con l'importante direttrice tettonica regionale che solleva e delimita a sud la catena appenninica, nota in letteratura come Faglia del Pollino.
Quest'ultima viene interpretata come una struttura trascorrente destra (Linea del Pollino) indotta da una zona di taglio profonda. Secondo la migrazione post-tortoniana della Calabria verso ESE è stata favorita da faglie trascorrenti sinistre orientate N120°, nell'area di Terranova di Pollino.
Il Massiccio del Pollino è delimitato a Nord e a Sud da un sistema di faglie a direzione WNW-ESE a componente sinistra il carattere trascorrente sinistro.

Aspetto Stratigrafico
Interessante è considerare la stratigrafia delle Timpe sovrapponibile a quella dell'intero massiccio del Pollino dove le Unità carbonatiche rappresentano i termini più profondi ed affiorano in cunei con struttura monoclinalica immergenti verso ENE, estrusi dai terreni alloctoni liguridi a seguito della tettonica trascorrente pleistocenica. I termini mesozoici più antichi sono rappresentati da calcari, calcari dolomitici e dolomie ben stratificate che passano verso l'alto a calcilutiti con intercalazioni di calcari oolitici. Verso l'alto la successione è costituita da calcareniti e calcilutiti organogene con intercalazioni di calcari dolomitici e di calciruditi a rudiste del Cretaceo superiore, che affiora nelle monoclinali di Serra dell'Abete, Madonna del Pollino, Serra di Crispo, Timpa Zicchetto, La Falconara, San Lorenzo, Timpa di Cassano, Monte Sellaro, Pietra Sant'Angelo e Pietra del Demanio.
I sedimenti carbonatici mesozoici sono ricoperti in discordanza dai terreni della trasgressione miocenica che nell'area del Massiccio del Pollino sono rappresentati dalla Formazione di Cerchiara (Selli, 1962), costituita da calcareniti organogene grigiastre, d'età burdigaliana, a grana medio-grossolana contenenti granuli di glauconite, clasti carbonatici del sottostante substrato mesozoico e frammenti di fossili. In discordanza sulla Formazione di Cerchiara poggiano i sedimenti terrigeni langhiani (Monaco et al., 1995) della Formazione del Bifurto (Selli, 1957), costituiti da argille siltoso-marnose ocracee o grigio-avana e marne giallastre e rosso-vinaccia contenenti intercalazioni di calcari marnosi, calcisiltiti, calcareniti, brecciole gradate a macroforaminiferi grigio-brune, con spessori complessivi di poche decine di metri.
A livello delle Timpe le Unità liguridi ofiolitifere sono rappresentate dalle successioni non metamorfiche dell'Unità del Flysch calabro-lucano (Monaco et al., 1991), sormontate tettonicamente dai terreni metamorfici dell'Unità del Frido (Amodio-Morelli et al., 1976).
L'Unità del Flysch calabro-lucano è una successione ofiolitifera non metamorfica assimilata alla porzione più superficiale di un cuneo d'accrezione legato a fenomeni di subduzione della crosta oceanica della Tetide (Knott, 1987; Monaco et al., 1991; Monaco e Tortorici, 1995). Litologicamente è costituita da un'alternanza pelitico-calcareo-arenacea che corrisponde alla porzione non metamorfica del Flysch argillitico-quarzoso-calcareo di Selli (1962) e a parte della Formazione delle Crete Nere di Vezzani (1968a; 1969). Si tratta in particolare di un'alternanza di prevalenti argilliti scagliettate grigio-brune e verdastre con intercalati livelli torbiditici di quarzosiltiti ed arenarie quarzose a granulometria generalmente fine e di colore bruno verdastro, di calcisiltiti marnose laminate e di calcareniti risedimentate di colore grigiastro. L'Unità del Frido è stata attribuita al Cretaceo inferiore da Vezzani ( 1968a; 1969) ed al Cretaceo superiore da Tortorici et al. (1995).
All'interno dell'Unità del Flysch calabro-lucano si rinvengono numerosi corpi di dimensioni estremamente variabili di rocce ofiolitiche (serpentiniti, gabbri, diabasi, lave a pillow e brecce di pillow) che talora conservano la loro originaria copertura sedimentaria (Formazione di Timpa delle Murge) dell'Oxfordiano (Marcucci et al., 1987). I blocchi ofliolitici rappresentano frammenti dell'originaria crosta oceanica della Tetide giurassica e costituiscono pertanto la base dell'intera successione dell'Unità del Flysch calabro-lucano. Inglobati all'interno dell'Unità del Flysch calabro-lucano si rinvengono in posizione tettonica anche numerosi corpi di argilliti nere di tipo black-shale (Formazione delle Crete Nere di Selli, 1962), di dimensioni variabili da poche decine di metri ad alcuni chilometri. La successione, riferita all'Aptiano-Albiano da Vezzani (1968a), è stata notevolmente ringiovanita da Bonardi et al. (1988) che ne hanno attribuito all'Eocene medio la parte alta. Infine si rinvengono blocchi di calcari selciferi stratificati, di rocce vulcaniche ad affinità calcoalcalina e di lave porfiriche a composizione andesitica e riodacitica.
L'Unità del Frido è costituita da una successione di metamorfiti polideformate contenente blocchi di dimensioni variabili di rocce ofiolitiche e di rocce di crosta continentale.
Essa è stata interpretata da Monaco et al. (1991) come la porzione profonda del cuneo d'accrezione liguride.
L'Unità del Frido, che poggia tettonicamente sulle unità carbonatiche e molto più comunemente sui vari termini della sottostante Unità del Flysch calabro-lucano, è stata suddivisa da Monaco et al. (1991) in due sub-unità tettonicamente sovrapposte: una sub-unità costituita da prevalenti argilloscisti sovrastata tettonicamente da una sub-unità costituita da prevalenti calcescisti; il contatto è marcato da livelli di serpentiniti. Litologicamente la sub-unità ad argilloscisti è costituita da argilloscisti grigio-lucenti e/o nerastri contenenti intercalazioni di metareniti, metabasiti, quarziti e rari livelli di metacalcari di età non più antica del Cretaceo superiore (Vezzani, 1969). La sub-unità a calcescisti è costituita da prevalenti calcescisti di colore grigiastro cui si intercalano rari livelli di marmi, quarziti verdastre ed argilloscisti.
Le rocce ofiolitiche associate sono costituite da corpi lentiformi di peridotiti cataclastiche serpentinizzate, di colore nero-verdastro, e da corpi di metabasiti (Vezzani, 1970; Spadea, 1979) di dimensioni variabili da qualche metro a qualche decina di metri, affioranti in scaglie tettoniche con associata a volte l'originaria copertura sedimentaria metamorfosata (Lanzafame et al., 1979).
Le rocce cristalline d'origine continentale (granofels, gneiss granatiferi, gneiss biotitici) poggiano tettonicamente, con un contatto marcato da lenti di serpentiniti, sui terreni della subunità argilloscistosa.
Lungo la fascia pedemontana del Pollino si ritrovano i depositi pleistocenici, costituiti da una successione marina di argille, sabbie e conglomerati appartenenti al ciclo suprapliocenicoinfrapleistocenico del bacino del Crati (Vezzani, 1968b) e da sedimenti continentali quaternari del bacino di Castrovillari (Russo e Schiattarella, 1992). Al margine sudorientale dell'Appenno calabro-lucano, delimitati dalla faglia di Civita a NNE (Tortorici et al., 1995), ricadono i depositi più alti del ciclo plio-pleistocenico (Ghiaie di Lauropoli), costituiti da circa 400 m conglomerati debolmente cementati e ghiaie sabbiose di colore grigio-giallastro, a stratificazione inclinata, contenenti intercalazioni lenticolari di argille siltoso-marnose e sabbie. L'età è stata attribuita al Pleistocene inferiore (Vezzani, 1968b). Il Pleistocene medio è rappresentato dai depositi lacustri, conglomerati sabbie e limi, affioranti nel bacino del Mercure (Schiattarella et al., 1994).

Assetto Strutturale
La Calabria settentrionale è interessata da tre sistemi principali di dislocazioni, uno con piani orientati in direzione NE-SW, uno in direzione NW-SE che suddivide la regione in una serie di horst e graben e che mostra indizi di attività durante il Tortoniano, ed infine l'ultimo, con piani orientati in direzione NS, che troncano le strutture originate dal precedente sistema e limita i due più importanti bacini Plio-pleistocenici della regione, il Bacino del Crati ed il Bacino crotonese.
L'area in oggetto si sviluppa in nel contesto strutturale del sistema NW-SE, in cui uno degli elementi fondamentali è rappresentato proprio dalla Faglia del Pollino.
Le unità tettoniche delle Timpe affioranti nell'area del Massiccio del Pollino evidenziano una serie di strutture che hanno registrato l'intera storia deformativa dell'area. Monaco e Tortorici (1994) hanno distinto quattro stadi principali durante i quali sono stati generati altrettanti insiemi di strutture. Il più antico di questi comprende le strutture formatesi in seguito alla chiusura dell'oceano tetideo e caratterizza la deformazione oligocenica dei terreni liguridi, fino a comprendere il sovrascorrimento dell'Unità del Frido sull'Unità del Flysch calabro-lucano.
Il secondo gruppo si riferisce a strutture contrazionali più recenti (pieghe e sovrascorrimenti a vergenza apula), formatesi tra il Miocene medio ed il Pleistocene. Questo evento deformativo ha portato l'intero Complesso Liguride ad accavallarsi sulle unità carbonatiche.
Il terzo stadio è legato alla deformazione fragile del Pleistocene inferiore-medio, che vede lo sviluppo di faglie trascorrenti sinistre orientate WNW-ESE che interessano sia il substrato carbonatico che i terreni alloctoni sovrastanti e i sedimenti plio-quaternari (Russo e Schiattarella, 1992; Catalano et al., 1993; Schiattarella, 1996, 1998). Queste strutture sono costituite da vari segmenti che nel loro insieme formano l'estesa fascia trascorrente che interessa l'intero appennino meridionale (Fig. 7).
L'ultimo stadio deformativo è rappresentato da una tettonica distensiva che, caratterizzata da una direzione di massima estensione NE-SW (Schiattarella, 1996; 1998), riattiva le preesistenti faglie trascorrenti. Questa deformazione estensionale si sviluppa probabilmente a partire dal Pleistocene medio e continua presumibilmente fino all'Attuale, definendo le caratteristiche sismotettoniche dell'Appennino meridionale. Distensioni NE-SW sarebbero infatti responsabili della sismicità dell'area, definita da eventi tensionali caratterizzati da assi T orientati perpendicolarmente alle principali strutture ad andamento appenninico (Cello et al., 1982; Gasparini et al., 1982).

Assetto Geomorfologico
La Calabria è caratterizzata da grosse strutture morfologiche individuate nel corso della tormentata storia geologica che tale regione ha già subito. In linea generale possiamo suddividerla in diversi sistemi morfologici caratterizzati da fenomeni di evoluzione morfodinamica abbastanza diversificati da un settore all'altro.
La morfologia del territorio delimitato dal gruppo montuoso del Pollino raggiunge le vette più alte con 2250 m di altezza con LA SERRA DEL DOLCEDORME.
Questo si sviluppa in direzione est o ovest, costituendo un sistema continuo dallo Ionio al Tirreno. Ma la sua morfologia è molto aspra con versanti generalmente molto acclivi come Timpa San Lorenzo ed incisioni fluviali estremamente spinte.
Timpa S. Lorenzo (Foto) rappresenta un rilievo a cuesta: una scaglia tettonica di calcari emergente da rocce più tenere.
La conservazione del versante di faccia, che non presenta incisioni lineari, è resa possibile, oltre che dalla resistenza della bancata rocciosa che costituisce il suddetto versante, anche dalla penetrazione dell'acqua in profondità lungo fessure allargate dalla dissoluzione carsica. Si può notare il contrasto fra la struttura monoclinale, priva di reticolo idrografico, e le aree circostanti dove invece il reticolo è molto fitto.
In questa particolare morfologia si sviluppano numerose gole e forre, tra cui la Valle del Torrente Raganello ,presenti nei corsi d'acqua principali che solcano il Pollino fanno di esso un ambiente unico e suggestivo sotto l'aspetto paesaggistico. La morfologia carsica è chiaramente un fattore tipico di questa aree.
A nord del sistema del Pollino, sul versante ionico, il territorio calabrese si prolunga lungo una fascia orientata NS da Trebisacce-San Lorenzo Bellizzi a Rocca Imperiale- Nocara in cui le litologia prevalente argillitico-arenitiche fanno si che il paesaggio assuma un aspetto collinare con notevoli presenze di frane e dissesti gravitativi talora anche profondi.
A sud del Pollino, si sviluppano estesamente i sistemi morfologici della catena costiera della valle del fiume Crati e del massiccio Silano.
La Valle del Raganello è un territorio che ruota intorno al torrente omonimo. Grazie alla particolare formazione geologica; nonostante sia frequente in natura un adattamento della rete idrografica alle condizioni geologiche (faglie,fratture, strutture tettoniche, diversi tipi di rocce), ci sono situazioni in cui l'andamento dei corsi d'acqua risulta indipendente dalla geologia. I casi più comuni di "inadattamento" della rete idrografica alla geologia sono quelli dovuti a fenomeni di sovraimposizione e di antecedenza, fenomeni che possono anche resentarsi congiuntamente.
Con sovraimposizione si intende la permanenza di un corso d'acqua sul proprio tracciato, durante l'incisione,anche quando esso incontra in profondità condizioni lito-strutturali differenti da quelle che avevano determinato il tracciato stesso. L'antecedenza si verifica invece quando un corso d'acqua mantiene il suo tracciato attraverso una struttura tettonica in sollevamento, rispetto alla quale il corso d'acqua è più antico ovvero antecedente. Il corso d'acqua ha lavorato incidendo la catena man mano che questa si formava, proprio come nel caso del Torrente Raganello permettendo a questa valle di assumere una configurazione d'alveo di tipo braided (meandriforme).
Il Torrente Raganello assume una forma di una grande "esse" con tre segmenti ben distinti.
Il primo settore che possiamo chiamare tranquillamente "ALTA VALLE DEL RAGANELLO" è compreso, a partire dalle due sorgenti principali, dall'arco montuoso Manfriana-Serra Dolcedorme-Serra delle Ciavole-Serra di Crispo-Monte Falconara-Timpa di San Lorenzo fino a giungere alla confluenza con il Torrente Maddalena, compreso le GOLE DEL BARILE.(Foto 1) e (Foto 2)
Il secondo settore è caratterizzato dalle Gole vere e proprie " CANYON DEL RAGANELLO" (Foto) e termina presso il Ponte del Diavolo sotto l'abitato di Civita.
Il terzo settore è quello più caratteristico e molto simile a tutte le altre fiumare della Calabria (FIUMARA RAGANELLO). Inizia sotto l'abitato di Civita e termina alla foce nel Mare Jonio.
L'ALTA VALLE DEL RAGANELLO è, senza ombra di dubbio, la più interessante dal punto di vista naturalistico. Essa è un paesaggio misto di grandi foreste a prevalenza di faggio rinaturalizzato dopo i grandi disboscamenti degli inizi del secolo passato. Oggi, questo paesaggio è ancora più prezioso perchè sta recuperando la sua wilderness originaria grazie anche alla minor presenza dell'uomo dalla sua storia fino ai nostri giorni. Forse è un bene così come forse è un male perchè la Valle così come la vediamo noi oggi è sicuramente il prodotto di secoli di lavori dell'uomo: basti pensare alla regimentazione delle acque, al terrazzamento dei campi, al recupero di spazi per la pastorizia, così come al lavoro di migliaia di uomini che ne hanno fatto una valle ricca di prodotti (rinomati un tempo le patate di Bellizia) agricoli soddisfacenti intere comunità. Oggi la Valle è più silenziosa (vedere articolosugliincolti.pdf); non ci sono più le grandi masserie con diecine di addetti, non c'è più il vociare continuo di animali, uomini e donne. Sono rimasti pochissimi uomini, per lo più anziani, che pascolano come un tempo pecore, capre e vacche da carne. In questo senso la Valle sta cambiando aspetto. Forse sta recuperando l'antica forma, grazie anche al lavoro incessante del Torrente Raganello e di tutti i suoi affluenti, i quali abbandonati a se stessi, stanno recuperando vecchi percorsi con gravi conseguenze dal punto di vista idrogeologico. Interi settori di terreno un tempo coltivati a frumento oggi sembrano "galleggiare" sospesi nel vuoto in attesa dell'ennesima piena che li porterà via. In ultima analisi, si sta vanificando tutto il lavoro dell'uomo, anche quello più recente degli anni ottanta, e ben presto tutta la comunità a valle ne pagherà le conseguenze in termini di alluvioni, smottamenti, frane, piene improvvise.
IL CANYON DEL RAGANELLO. Spettacolo unico della natura, affascinante, impressionante nello stesso tempo, fatto di pareti a picco per oltre seicento metri (la parete della Timpa del Demonio (Foto) che si affaccia sull'abitato di Civita è alta 614 metri) che brandiscono il corso d'acqua e lo invitano a "camminare" dentro le pareti strette fatto di salti, balzi, risorgenze, meandri e piccoli gorghi propri della formazione geologica di questo settore dell'appennino calabrese che caratterizzano e rendono unico questo paesaggio. Un paesaggio sicuramente da proporre all'UNESCO come patrimonio mondiale dell'umanità. In questo tratto l'uomo ha cercato di vincere la impervietà dei luoghi con una serie di manufatti che sono un capolavoro della ingegneria edile considerando i tempi di esecuzione dei lavori. In primo luogo la costruzione del Ponte d'Ilice (attualmente ancora diroccato e che merita essere ricostruito) che consentiva di attraversare il CANYON nel punto più stretto e più in basso (l'altezza del ponte dal pelo dell'acqua è di soli 28 metri) della forra per mettere in comunicazione i due territori limitrofi ma anche le comunità più lontane come Civita con Alessandria del Carretto oppure San Paolo Albanese. In secondo luogo il PONTE DEL DIAVOLO, (Foto) un capolavoro delle maestranze locali - oggi completamente rifatto a nuovo, in seguito al crollo del 1998 - che consentiva la comunicazione con l'alto Jonio cosentino e la Pian di Sibari. Si narra addirittura che vi passò OTTONE II con i suoi soldati.
La FIUMARA DEL RAGANELLO è invece il classico percorso di deflusso di un corso d'acqua di provenienza da monti con forte pendenza rispetto alla lunghezza del fiume; spesso si tratta di ampi alvei fluviali erosi da forti piene con gran trasporto di materiali ghiaioso. In questi casi il fiume ha creato veri e spettacolari pareti ad arenaria composita ricca di colori.
Questi ambienti costituiscono dei rifugi faunistici di notevole importanza. A partire dalla foce del Raganello dove non è difficile incontrare fenicotteri, cavalieri d'Italia, gru; mentre risalendo la fiumara si incontrano aironi cenerini, falchi pescatore e tanti altri animali che trovano accoglienza e cibo tra i sassi e i pietroni di rotolamento. Invece, nella parte centrale, all'interno del Canyon del Raganello, non è difficile vedere librarsi in volo il falco pellegrino, la poiana o il maestoso grifone da poco reintrodotto attraverso un progetto del ministero dell'ambiente. La parte alta, invece, è il regno assoluto dell'aquila reale. Sulla Falconara è consuetudine vedere librarsi in aria un biancone con un biacco ancorato al becco, pronto per essere trasferito ai piccoli che aspettano affamati il "pranzo quotidiano".

La Flora
Dal punto di vista floristico non si può non considerare l'emblema del Parco Nazionale del Pollino che cresce anche sulle Timpe: Il Pino Loricato

IL PINO LORICATO DEL POLLINO
(Pinus leucodermis Antoine)

Un Bellissimo esemplare di Pino Loricato

La caratteristica della corteccia del Pino Loricato "loricato"
(dal latino lorica, corazza)...

 

carta d'identità" del Pino Loricato

  • Albero: robusto, con fusto irregolare, alto fino a 30 metri
  • Chioma: piramidale, spesso, negli esemplari adulti, ovoide
  • Corteccia: formata da grandi placche grigio bianche lunghe dai 5 ai 15 cm e larghe dai 4 ai 10 cm
  • Rami: ricadenti verso il basso quelli inferiori, orizzontali quelli superiori
  • Aghi: lunghi fino a 10 cm , riuniti a fascetti di due, rigidi e pungenti, durano dai 5 ai 6 anni
  • Strobili (pigne): in genere solitari o riuniti a due-tre, lunghi 7-8 cm con squame a scudo

Il pino loricato albero emblematico di elevato valore bio-geografico e paesaggistico, simbolo del Parco Nazionali del Pollino è una specie che nell'"immaginario collettivo" di quanti sono sensibili alle infinite forme della natura assume i connotati del mito.
Le tante raffigurazioni di questi alberi definiti "giganti" o "patriarchi" che svettavo sulle creste, o emergono con contorni sfumati dalle nebbie degli altopiani, hanno contribuito a crearne un'immagine da cartolina per turisti in cerca di suggestioni. Se fino a non molti anni fa le descrizioni naturalistiche del massiccio del Pollino definivano il pino loricato "un vero e proprio fossile vivente, ridotto a poche migliaia di esemplari" (Farneti et al., 1977) fornendo l'impressione di trovarsi davanti ad una specie sull'orlo dell'estinzione, le attuali conoscenze permettono di considerarlo una specie endemica, localmente abbondante e con una attività e vitalità rigenerativa mediamente elevata, ma estremamente vulnerabile.
Vittima e protagonista di alterne vicende climatiche e storiche è in questo periodo in fase di espansione, ma minacciato gravemente dall'antropizzazione diffusa del territorio e dall'infezione parassitaria degli scolitidi.
Tecnici e silvicultori hanno in varie occasioni sottolineato le interessanti potenzialità del pino loricato per i rimboschimenti in stazioni di alta quota, di crinale, su substrati calcarei aridi e rocciosi dove altre specie di pini montani (es.: Pinus nigra s.l., Pinus laricio) non danno risultati soddisfacenti.
In realtà, questo albero è talmente legato ai monti dell'Appennino Calabro-Lucano da diventarne l'elemento simbolico che amplifica il valore paesaggistico, già molto elevato, del territorio del Parco del Pollino. Risulta pertanto difficile immaginare questi alberi in contesti paesaggistici diversi o lontani da quelli nei quali spontaneamente la specie è presente.
È invece auspicabile e necessario intervenire sulle popolazioni esistenti per non lasciar distruggere ciò che le epoche passate ci hanno consegnato operando con tecniche di restauro ambientale laddove i nuclei di loricato hanno subito danni per incendi o la specie si presenta in regressione per eccesso di pascolo e per gli attacchi parassitari dei coleotteri scolitidi. Le attività dell'Ente Parco preposto alla tutela e alla ottimale gestione delle enormi risorse ambientali di questo territorio sono in grado di mettere in atto gli strumenti tecnici e legislativi per garantire la conservazione di questo insostituibile patrimonio.

Pino Loricato può essere definito, secondo una espressione darwiniana, 'fossile vivente', risalente al Cenozoico. Per secoli di questa specie se ne è ignorata persino l'esistenza: soltanto nel 1864, infatti, essa venne individuato nell'area balcanica centro-occidentale dal botanico austriaco Franz Antoine, che la descrisse e classificò con il nome pinus leucodermis (letteralmente: pino dalla pelle bianca), per il colore grigio-bianco della corteccia dei rami giovani. In Italia invece bisogna aspettare il 1905, quando il Pino Loricato venne scoperto anche sul massiccio calcareo del Pollino (sulla catena dell'Orsomarso in territorio cosentino ed altresì sul Monte La Spina e nella Serra di Crispo in territorio lucano), in esito a varie esplorazioni condotte dal botanico Biagio Longo, a cui si deve anche l'affermazione, nel linguaggio corrente italiano di 'pino loricato', che porta ad assumere alla denominazione anche un altro significato; infatti le placche poligonali ruvide e fessurate presenti nella corteccia degli esemplari adulti del pino ricordano la 'lorica', una corazza di cuoio guarnita da scaglie in uso nelle legioni dell'antica Roma
Le notevole altitudine delle vette che ospitano questa conifera (dai 1.893 m del Monte Alpi ai 2.053 m della Serra di Crispo, dai 2.248 m del Pollino ai 2.267 m del la Serra Dolcedorme, la cima più alta del Massiccio) lascia intuire che, oltre alla migrazione dai Balcani, il pino ha anche compiuto una migrazione in senso 'verticale', a causa della pressione del faggio, più forte e invadente. Sugli Appennini il Pino Loricato risulta essere l'unico albero che riesce a vegetare più in alto delle faggete. Anche a causa delle notevoli altitudini, il Pino loricato presenta forme contorte e tormentate, nonché processi riproduttivi estremamente faticosi e lenti; la germinazione del seme abbisogna di due anni, a fronte dei 10-15 giorni occorrenti ai semi delle altre conifere, e l'accrescimento risulta 6-7 volte più lento che in altre specie.
Le piante più vecchie presentano un tronco (Foto) bianchissimo e resinoso, ormai privo delle scaglie sulla corteccia. La resinosità del legno porta a processi di marcescenza molto lenti dopo la morte della pianta, con l'ulteriore e suggestivo effetto di piante non più in vita ma che non crollano al suolo, restando erette per anni, trasformate in veri monumenti arborei.
Il Pino Loricato è un albero tra i più rari in Italia, nonché il più antico in assoluto. Studi effettuati nel 1989 hanno dimostrato una età di 963 anni in un soggetto presente nel versante calabrese del Pollino

ECOLOGIA
Pinus leucodermis Antoine è una specie longeva a crescita piuttosto lenta. Il popolamento di Serra di Crispo é formato da una ventina di alberi la cui età media é valutata 222 anni (Avolio, 1997) ed è segnalata sempre sul massiccio del Pollino, la presenza di un esemplare di oltre 900 anni (Bavusi A.et al., 1992; Corbetta et al., 1997).
Il fusto si presenta diritto e maestoso, con rami corti e tozzi inseriti perpendicolarmente che portano una chioma rada con addensamenti irregolari. Quando l'apice vegetativo del fusto perde la funzionalità per incidenti dovuti all'ostilità dei fattori ambientali (fulmini, fuoco, attacchi parassitari), l'accrescimento vegetativo può passare all'apice dei rami e il portamento dell'albero diviene policormico. La specie è tipicamente mediterraneo-montana: anche nella germinazione dei semi si ha l'optimum intorno ai 20° C, ma temperature inferiori e germinazione precoce sono state messe in relazione con stazioni ad accentuata aridità estiva (Bernetti G., 1995). Le condizioni mesoclimatiche non sembrano influenzarne particolarmente la diffusione: le stazioni occupate dai loricati presentano in comune, oltre l'accentuata aridità edafica, una notevole umidità atmosferica sotto forma di correnti umide ascensionali o nebbie persistenti e una quantità di precipitazioni medie annue sempre maggiori di 900 mm di pioggia. Le esposizioni prevalenti ricadono nei quadranti occidentali e sud occidentali; più rare e quasi esclusivamente sulla Montea si rinvengono stazioni con esposizioni settentrionali e orientali.
Il pino loricato forma popolamenti radi con classi di copertura che anche nelle stazioni più favorevoli difficilmente superano il 40%. Non entra in competizione con altre specie arboree perchè occupa una nicchia ecologica molto ben definita: rupi, ghiaioni, versanti in frana vengono colonizzati e occupati solo da questa specie arborea che in tutto l'areale mostra un'attiva e vivace rinnovazione proprio in presenza di tali condizioni ambientali, soprattutto in quei territori dove la pressione antropica negli ultimi decenni è notevolmente diminuita. È il caso del popolamento di "Prestieri" situato a quota 600 m alle pendici sud-occidentali di Monte la Spina dove il pino loricato mostra il suo comportamento pioniero colonizzando un conoide detritico (Petillo, 1991).
I loricati non si presentano mai organizzati in bosco, ma crescono isolati l'uno dall'altro, insediandosi di preferenza sulle creste, sugli affioramenti rupestri, nei cespuglieti e nelle praterie d'altitudine senza mai arrivare a sostituirsi o ad escludere le fitoocenosi caratteristiche di questi ambienti.
La maggior parte dei popolamenti si rinviene nelle praterie aride con copertura discontinua formate da bromo e sesleria (Seslerio nitidae-Brometum erecti Bruno 1968) diffuse nel territorio montano del Parco del Pollino di cui ricoprono estesi versanti ad elevata rocciosità affiorante fino a 1700-1800 m di quota. Originatesi del contatto avvenuto durante le glaciazioni del Quaternario tra la vegetazione erbacea mediterraneo-montana (Brometalia erecti) e le praterie boreali e nord-europee (Sesleretalia tenuifoliae) (Avena et al., 1974), queste fitocenosi ospitano contemporaneamente sia specie termoxerofile (es.: Bromus erectus, Carex macrolepis, Thymus pulegioides, Anthyllis vulneraria, Polygala major, Chamaecytisus subspinescens, Helianthemum apenninum, Teucrium montanum, ecc.,) che specie tipicamente d'altitudine (es.: Sesleria nitida, Sesleria tenuifolia, Carex kitaibeliana, Paronychia kapela, Armeria majellensis, Festuca bosniaca, Edraianthus graminifolius, Achillea mucronulata, ecc.,) e rappresentano uno degli aspetti di vegetazione più interessanti e particolari della vegetazione appenninica.
Sugli affioramenti rupestri il pino loricato si accompagna ad una rada vegetazione
casmofila di specie endemiche quali Achillea lucana, Saxifraga paniculata, Saxifraga ligulata (cfr. Saxifrago-Achilletum lucanae Corbetta et Pirone, 1981), mentre sui versanti instabili e detritici convive con le fitocenosi caratterizzate dai pulvini di Scabiosa crenata (cfr. Saturejo montanae Brometum erecti scabietosum crenatae Corbetta et Pirone, 1981). Nei pascoli di quota non è raro incontrare cespugli di ginepro prostrato (Juniperus emispherica, Juniperus communis) dai quali spuntano giovani individui di pino loricato. La presenza di ginepri, non appetiti dal bestiame, favorisce la rinnovazione dei pini offrendo rifugio alle plantule dal morso e dal calpestio degli animali nonché dagli agenti atmosferici.

CONCLUSIONI
In conclusione Timpe e Gole del Raganello soddisfano più di uno dei criteri fissati dal Comitato per il Patrimonio dell'Umanità per la selezione.
a) rappresentano un fenomeno naturale di bellezza e importanza estetica eccezionale (vd foto )
b) costituiscono uno degli esempi rappresentativi di grandi epoche storiche a testimonianza della vita o dei processi geologici;
c) costituiscono uno degli esempi eminenti dei processi ecologici e biologici in corso nell'evoluzione dell'ecosistema;
d) costituiscono la sede di habitat naturali più rappresentativi e più importanti per la conservazione delle biodiversità,

 


La Dott.ssa Cinzia LEONE PRESENTA A TELELIBERA CASSANO IL PROGETTO:
"TIMPE E GOLE DEL RAGANELLO: PATRIMONIO DELL'UMANITA
'"


Along the cliffs of Timpa di S.Lorenzo
by RedAlert


Along the cliffs of Timpa di S.Lorenzo from RedAlert on Vimeo.

The hike of the two bridges
by RedAlert




The hike of the two bridges from RedAlert on Vimeo.

 

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